venerdì 1 luglio 2022

Occhi Verde Acquamarina

Fonte: assisiofm .it


Gli occhi verde acquamarina di Anna sembravano sanguinare.
Non erano semplici lacrime, quelle. Erano stille di dolore. Una pioggia di sangue, flutti di un rosso vivo che dal cuore straripavano ovunque, venivano fuori zampillando come dallo squarcio di una ferita.
Arma da taglio, mi son detta.
Una pugnalata laddove fa male di più.
E più l'abbracciavo, tentando invano di consolarla, più mi bagnavo di quelle lacrime sanguigne.
Ne venivo intrisa.

Cosa vuol dire perdere un figlio lo sa solo chi ci passa. E noi tutti che speriamo di non doverlo sapere mai, ce ne stiamo lì a guardare rassegnati all'idea di non saper trovare parole giuste, parole che sappiano sanare, mettere punti di sutura, guarire.
Marco era una brava persona, una delle prime che ho conosciuto trasferendomi qui. E i suoi genitori ormai mi vogliono bene come se ci conoscessimo da sempre. E' così anche per me. Gli voglio bene.
Avrebbero potuto restare clienti come tanti e invece ci siamo reciprocamente affezionati sebbene non siano di quelli più assidui. Ci si incontrava più fuori dal negozio che al suo interno. E allora ci si fermava a parlare, a ridere, a scherzare. Ogni volta si fermavano con la macchina ovunque fossero, persino in mezzo alla strada, pur di parlare con me.
In comune abbiamo sempre avuto il sorriso facile ed un bisogno di selezionata socialità, ed è così che ci scegliemmo senza accorgercene nemmeno.

E lo so che dovrei esser dispiaciuta per Marco che non c'è più. Lo sono.
Ma più di tutto io sono dispiaciuta per queste due persone carissime che ora soffrono come non si dovrebbe soffrire mai.

lunedì 20 giugno 2022

Porte Chiuse

 


A volte è così che succede.
Una persona ti cade dal cuore e nello stesso istante, come il rintocco funereo di una campana di mezzanotte, il braccialetto che ti aveva regalato e che tenevi sempre al polso, si rompe. 
Cade a terra senza emettere un solo suono, spezzato senza alcuna ragione apparente, danneggiato irreparabilmente. 
E allora, anche se a quella persona avevi voluto bene proprio come a quel bracciale , capisci che è giusto così. Giusto che se ne siano andati insieme, nello stesso istante. 
Sai che si è sempre comportato come uno di famiglia, ma ora sai anche quanto dolore abbia arrecato a colei che hai sempre considerato come una sorella. E puoi sopportare che qualcuno faccia male a te, del resto non sei più una bambina. Ma tollerare che tocchino chi ami, proprio no.

Negli anni ho capito che non so riaprire le porte chiuse. Che quando una persona mi esce dal cuore non vi sarà modo di farla rientrare più. 
Potrei ridere ancora con quella persona.
Scherzare.
Mangiare persino in uno stesso tavolo. 
E da fuori sembrerebbe che nulla sia cambiato, mentre dentro ci sarebbe il vuoto, un campo nero bruciato dal fuoco. 
Lì dove prima c'erano spighe di grano e papaveri rossi ora vi è uno sconcertante deserto. E la rottura improvvisa ed inspiegabile di quel bracciale ha sancito il momento, come se ci fosse stato bisogno di un allarme che sottolineasse il propagarsi del fuoco sull'erba.

mercoledì 15 giugno 2022

Nove

 


Il nove, come tutti i numeri dispari, mi va a genio.
Non è tondo come un otto, non è morbido come un tre, non è pieno di spigoli come un quattro, non è fatto di strane linee come un cinque, non ha un bel culo tondo come un sei, non è alto e tagliente come un sette. 
Eppure è proprio un bel numero, di quelli che accarezzi col pensiero, con cui puoi fare persino amicizia. O almeno una chiacchierata sporadica su di una panchina, accarezzati dal sole e dal vento.

Penso al numero nove da questa mattina perché proprio oggi, trentanovesimo compleanno di Fred, sono nove anni che mi sono trasferita qui. In questa casetta tutta nostra, piccola ma graziosa, in un luogo che conoscevo appena e che pian piano ho iniziato ad amare.
E se lo amo, devo dirlo anche se probabilmente lo saprete già, è soprattutto grazie al mare. Alla sua potenza, al modo in cui mi è entrato dentro, alla sua capacità di farmi sentire a casa.
Perché tutto il resto mi piace e mi fa star bene, certo, ma son cose che forse avrei potuto trovare in un qualunque altro luogo che si discostasse dal caos della città. Ovunque forse avrei trovato le chiacchiere in strada, dei clienti a cui affezionarmi, i balconi fioriti, le scuole traboccanti di bambini più o meno allegri, un buon dottore come è il mio. Però il mare, Dio mio, questo mare è solo qui. Che quando vado in vacanza altrove mica mi piace allo stesso modo, come se fossero cosa diversa e non tutt'uno. 
Ho i miei angoli, le mie zone d'elezione, le mie strisce di sabbia preferite.

E allora ecco che questi anni che avrei potuto descrivere in modo romantico perché vissuti con l'uomo che ho scelto e che amo, si sono invece risolti nell'ennesima ode al mio elemento naturale. 
Ma del resto temo che romantica non lo sarò mai.
Forse in un'altra vita, quando scriverò poesie invece di leggerle, quando dipingerò fiori anziché fotografarli. E così via. 

martedì 7 giugno 2022

In Ascolto

 
Fonte: ecoidee. it


Scrivo poco, lo so.
Proprio il minimo sindacale per non lasciare queste pareti del tutto spoglie.
Faccio fatica anche a seguire i vostri, di blog, sebbene gli sia affezionata come se fossero anch'essi miei. Perché mi distraete, mi fate compagnia, mi consentite di esser piccola parte delle vostre vite.
Però a volte va così, le giornate diventano un turbine dal quale lasciarsi inghiottire e i momenti da spendere online, comodamente seduti sul divano di casa, si assottigliano fin quasi a sparire.
Allora scrivo ora, anche se sono in negozio, approfittando di qualche spiraglio di tempo solitario tra un cliente e l'altro. Smetto e ricomincio di continuo, non dando neanche il modo ai pensieri di allinearsi fino a diventare presenza materiale da lasciare appoggiata qui come un soprammobile sul comò di un'ariosa camera da letto.

Sono stata al mare questa mattina, era bello di una bellezza mozzafiato come in fondo lo è sempre, soprattutto quando il cielo è così blu, quando le onde sono così cadenzate, quando il rumore è così magnetico da farmi venir voglia di togliere le cuffie e restare ad ascoltare.
Restare in ascolto, che bel termine.
Di chi riesce a fermarsi, a prendersi un momento. Ascoltare non è sentire, non è solo porgere l'orecchio. Non è intuitivo ed immediato quanto il gusto o la vista. Per ascoltare bisogna lasciarsi spazio, avere quella giusta predisposizione d'animo. Non si può ascoltare in fretta, non lo si può fare quando si pensa ad altro o si è invischiati in quel turbine di cui poco sopra.
Per ascoltare bisogna star fermi, aprirsi a qualcosa o a qualcuno nello stesso modo in cui questo qualcosa o qualcuno si apre a noi. Ed è così che il mare mi ascolta mentre io l'ascolto. E' uno scambio, un'interazione, è l'entrata dell'uno nell'altra e viceversa. E' connessione. Come quando in quella piccola palestra con il parquet di legno ed il semibuio, Simona ci aiutava a connetterci con la terra, il respiro, l'universo per intero. Ero sul mio tappetino ma ero anche altrove. Ero Sara ma ero anche un tronco d'albero, la coda pelosa di un canelupo cecoslovacco, un papavero appassito ai bordi di una strada periferica. Ed ero le nuvole, gli uccelli, le alte cime di una montagna.
Erano belli quei momenti lì, belli da togliere il fiato.
E il fiato oggi me l'ha tolto anche il mare, che si è preso un pezzo di me, donandomi un pezzo di sé, e tutto ha assunto un significato più pieno e più vero, che poi è quello che voglio accada sempre quando sono lì. 

mercoledì 25 maggio 2022

Come Pollini nell'Aria

 
Fonte: airplast. it

Saif se ne è andato.
Come era prevedibile dal clima di malcontento che si respirava da un po' di tempo, i rapporti con i suoi datori di lavoro sono esplosi e su due piedi li ha lasciati.
Mentirei se dicessi che la sua uscita di scena mi abbia lasciata indifferente. In realtà mi manca.
Lui che ogni giorno passava all'inizio del mio turno a chiedermi "Come stai Sara?".
Lui che la sera prima di Pasqua è venuto qui con un uovo tutto per me.
Lui che a San Valentino ha regalato a tutti noi una scatola di cioccolatini a forma di cuore.
Lui che mi raccontava della sua terra e che rideva in modo buffo.
Lui che meditavo, una sera, di invitare a cena affinché potessimo trascorrere del tempo normale insieme, senza le sembianze lavorative a cui eravamo abituati.

Fred in questi mesi gli aveva trovato un lavoro migliore ma Saif non lo aveva accettato.
E così ora lo perderò per strada come tutte quelle persone a cui mi sono affezionata e che in un giorno qualunque hanno smesso di far parte della mia quotidianità. 
Non provo dolore. E' più una forma di rassegnazione, di straniamento. Come se il mio cuore, dopotutto, avesse imparato a proteggersi, ad attutire gli urti. 
E' cresciuto. Sono cresciuta.
Ed ho imparato a dare il giusto peso a certi eventi. E forse in fondo la sua sparizione l'avevo già messa in conto e tenuta lì, in attesa di vederla materializzarsi. 
Ora che è successo alzo le spalle, osservo il vento sollevare i pollini a grappoli di lana bianca e vedo  Saif librarsi insieme a loro, mite presenza di cui, mio malgrado, dovrò fare a meno. 

mercoledì 18 maggio 2022

Stupore

 

C'è un elemento costante in questo periodo, anno dopo anno, ed è la sensazione di sorpresa nel rivedere gente su quella striscia di spiaggia che in inverno ospita (quasi) me sola. E come io faccia a provare ancora meraviglia per qualcosa di così assolutamente prevedibile e consueto, lo ignoro.
Forse sono come quei bambini che spalancano la bocca per lo stupore ad ogni minima scoperta del mondo che li circonda. Conservo sempre quel moto di sconcerto che mi rende diversa dagli altri adulti che conosco. Non trovo mai nulla di scontato in ciò che io vivo, neanche quello che ho visto molte altre volte. Come se all'universo dovessi esser grata sempre, ogni mattino in cui sorge il sole. E come se in fondo un po' restassi attonita per questo ripetersi di un evento che è reputato normale da tutti gli altri. 

Fa caldo qui dentro, la bella stagione pare essere finalmente iniziata. Per trovare un po' di refrigerio mi appoggio di sbieco accanto alle scale e aspetto che l'aria che sbuca da sopra mi accarezzi la pelle. 
La stessa pelle sulla quale medito di fare un tatuaggio, prima o poi, ma rimando da anni e allora chissà se su queste pagine racconterò mai di averlo indosso. 
Eppure a volte mi capita di accarezzare quella piccola porzione di inguine e immaginarlo già lì. Quasi par di sentirlo, di poterlo già sfiorare con le dita, di pensare che una presenza vagheggiata sia già realtà. 
Forse si sta muovendo lui stesso, mi viene incontro, mi aspetta nello stesso strano modo in cui lo sto facendo io. Come una creatura che debba esser data alla luce. E' presente da qualche parte, nella mia mia mente e nella sua, e forse un giorno lo porterò in giro sotto gli abiti e mi sembrerà di averlo sempre avuto lì. Senza alcun prima e dopo, inseparabili già prima di unirci.

venerdì 6 maggio 2022

Senza Respiro



Quando lunedì sono entrata in negozio, finalmente senza mascherina, indossavo un sorriso splendido.
Ero felice. Felice e solare come non accadeva da tempo, tra queste mura. Come se finalmente potessi tornare a respirare, a ridere, a scherzare, a giocare con i clienti. Ed è stato esattamente così. Tutto era tornato ad una dimensione umana, senza filtri, senza barriere, senza tappi.
Era come essere di nuovo me stessa e come se le persone che avevo di fronte fossero sé stesse. Mi libravo come una farfalla tra gli spazi, sorridendo persino a coloro per i quali avevo sempre provato antipatia. Mi sentivo libera, leggera, Sara di oltre due anni fa.
E quando poi, stamattina, mi è stato detto che l'obbligo di indossarla a lavoro era stato ripristinato, mi è sembrato di ricevere una tegola in testa. Ho sentito distintamente il tonfo, dunque il dolore, il bernoccolo che cresceva, una lacrima solitaria che scendeva a tradimento.
Perché la verità è che sono esausta. E che questo respiro a fatica trattenuto e represso, ora non riesce più ad essere né trattenuto né represso. Satura fin dentro le vene, i polmoni, le ossa, quella linfa vitale che rende un essere umano ciò che è. 
Ora me ne sto qui, con la mia divisa scura, di nuovo cupa e tappata. Sento che l'aria viene a mancare di nuovo, che questa tortura viene spostata sempre più avanti, come un'asticella che non vuol riuscire a cadere. Nauseata.

E non voglio sentire da nessuno che finirà, che manca poco, che è questione di giorni o di mesi. Che devo portare pazienza, che sono esagerata, che è un discorso da persona viziata.
Non voglio sentire da nessuno che questa piaga abbia ancora una qualche spudorata giustificazione perché è un discorso becero che non ho più alcuna intenzione di ascoltare.
BASTA!

giovedì 28 aprile 2022

Pioggia Allegra

 

Erano anni che non ridevamo così spensierati sotto la pioggia.
E anche se non era torrenziale come quella volta lì, l'umidità ci avvolgeva ugualmente le ossa facendoci tremare. Me soprattutto, che mi lamentavo come una vecchia gallina solo per farti ridere, per vedere quegli occhi lì.
Si, proprio loro. Quelli che conosco solo io. Che si riempiono di uno sbalorditivo calore quando mi guardano. Hai un'espressione diversa quando lo fai e non ti ho mai visto usarla con nessun altro.

Le vie di Foligno, che al mattino brulicavano di gente sotto un cielo che sembrava disegnato, ora erano semideserte e allora potevamo saltellare, ridere e gridare come due adolescenti, completamente indisturbati. Dismesse le vesti impegnate e responsabili degli altri giorni, potevamo sembrare due giovani allegri come tanti, senza un solo pensiero al mondo a gravargli sulle spalle. E' vero che viaggiare apre la mente, ma in molti casi serve soprattutto a ridelineare le priorità, a ricordare che non esiste solo il lavoro, che molto altro lì fuori aspetta di essere vissuto, meglio ancora se insieme.

Abbiamo trascorso due giornate meravigliose nel cuore verde dell'Umbria, fra bellezze che ho fotografato in ogni angolo mentre tu mi aspettavi, paziente.
Eppure, di tutto quel che abbiamo visto e vissuto, ricorderò con più vigore proprio quella passeggiata sotto gli ombrelli, come testimonianza del fatto che in fondo, pur essendo passati tanti anni, non siamo cambiati poi molto.
E soprattutto che anche le piogge non sono tutte uguali, che ce ne sono alcune che ti sporcano e altre che, invece, ti sanno lavare.

giovedì 14 aprile 2022

Cielo Stinto

Fonte: uwalls. it




Che apatia.
Sarà questo grigiore, questo ritmo lento.
Sarà che mi manca il mare, perché da giorni gli sono lontana. La vita a volte assume ritmi tutti suoi e non ti chiede cosa vuoi tu, ti fa procedere sui suoi binari fin quando ti accorgi che ad un certo punto, forse, avresti voluto sterzare. Cambiare direzione, magari correre di nuovo indietro oppure abbandonare le rotaie per una strada sterrata ma priva di confini.
Ho poca voglia di essere a lavoro, oggi. O da qualunque altra parte, in realtà.
Poca voglia di aprire la bocca e parlare, di esprimermi come qualunque altro essere umano. Quando a dirla tutta mi sento un uccello che migra, che si sposta, che attraversa i mari e si posa su alberi sempre nuovi.
E non so perché questo cielo stinto mi fa venire questi pensieri. Ero allegra fino a ieri, lo sono stata spesso. Sentivo addosso l'aria della primavera nonostante il vento che ci falcidia le ossa da mesi. Sentivo la sensazione di una nuova stagione che si apre verso altre prospettive.
Le sento anche ora, a ben guardare, eppure sono qui che scrivo di malinconie latenti quando invece potrei esprimere le altre bellezze che ho dentro e che non riporto mai, che custodisco gelosamente, come se fossero solo mie, come se m'appartenessero più di questi momenti di smarrimento.

Ci sono dei ragazzi qui fuori. Più che ragazzi, uomini tra i trenta e i quarant'anni. Uomini soli, come direbbe quella canzone. Senza una compagna, senza qualcuno che li ami. Vengono quasi ogni giorno, se ne stanno qualche ora insieme, consumano, chiacchierano. Non so cosa si raccontino, a volte li ho sentiti parlare di giochetti da playstation. Si fanno compagnia. 
Sono brave persone, un po' strane, ma del resto esiste qualcuno che non lo sia? abbiamo tutti uno strambo mondo interiore, fatto di cose che gli altri, quantomeno la maggior parte, non percepiranno mai. I nostri lati oscuri, le nostre lune. Le zone d'ombra. 

domenica 10 aprile 2022

Definizioni

 
Fonte: dianacordara. it


Mi capita di interrogarmi sull'Amore. Non sul mio, non necessariamente.
Penso a qualcosa di astratto, di generico. 
Al sentimento nudo e crudo, così com'è, al suo significato più profondo. Una sorta di disquisizione filosofica con me stessa, un botta e risposta senza esclusione di colpi, una partita a scacchi dove non si vince e non si perde mai.
E negli anni credo di aver cambiato idea tante volte perché quel concetto è cresciuto e si è modificato insieme a me ed è destinato a mutare ancora, multiforme e variopinto come solo lui sa essere.

Ma dovendolo definire adesso, in questa domenica sera qualsiasi, volendolo incasellare da qualche parte, ho pensato che abbia a che fare con il denudarsi.
Spogliarsi dalle sovrastrutture, dalle maschere, dai preconcetti, da quelle barriere di cemento armato che erigiamo tra noi stessi ed il mondo. Le facciate, i gesti che non ci appartengono del tutto, quelli che mostriamo per non soccombere. Le armature, gli scudi, le persiane sbarrate dinanzi al nostro cuore.
Forse amare significa soprattutto mettersi a nudo, permettere ad un altro essere umano di vederci proprio come siamo, nel bene e nel male. Dirgli, anche senza proferir parola: "Io sono questo. Non sempre sono un leone; ho delle debolezze, delle mancanze, dei difetti che non mi perdono. Però sono tuoi, se li vuoi. Tu li puoi vedere, sentire, ammirare. Puoi anche camminargli sopra. A te lo permetto. Ma se li amerai, se li amerai anche più di come so fare io, allora forse questo viaggio lo potremo fare insieme. Non sempre sapremo in anticipo dove ci condurrà. E forse a volte avremo voglia di gridarci addosso, o penseremo di scapparcene lontano. E sarà dura, in quelle volte lì. Perché tu mi ferirai ed io ti ferirò. Ma se sarà davvero Amore, quello che abbiamo, allora avremo anche la forza di abbracciarci di nuovo e perdonarci, di riprendere la strada."

E un discorso del genere si può fare solo se si ha il coraggio di mostrarsi come si è. 
Di abbandonare le protezioni.
Che non ha nulla a che vedere con l'annullamento di sé stessi perché Amore vuole sempre il proprio bene. Ma semmai di consentire all'altro di guardarci davvero, di permettere a noi stessi di essere anche deboli. Fragili. Ma soprattutto vulnerabili.
Forse amiamo davvero solo quando l'idea che quel qualcuno ci possa fare male, distruggere, annientare, non ci sembra più così terribile. Riconosciamo l'eventualità e decidiamo ugualmente di correre il pericolo, di gettarci senza paracadute verso un vuoto che ignoriamo, incoscienti ma coraggiosi, straordinariamente folli ma temerari.

mercoledì 30 marzo 2022

Inesorabile




Il cielo, così grigio da avvicinarsi al bianco sporco, mi osserva sfrontato al di là delle tende abbassate a riparar la veranda del negozio. Piove dopo tanto tempo e come se nel frattempo si fosse scordato come si fa, piove in modo scomposto, disordinato, privo di logica.
E chissà perché quando piove mi viene sempre voglia di scrivere, come se la pioggia stessa mi ponesse in un animo di riflessione, di disincanto, di pensiero straniante. 
Guardo fuori come se tanto accanimento sul selciato mi destasse una qualche forma di preoccupazione, e invece ne sono soltanto affascinata ed annoiata in pari misura.

E' morto un uomo che conoscevo una decina di giorni fa. Con Fred ce ne siamo accorti solo perché per puro caso, passeggiando su una piazza, abbiamo visto la sua foto guardarci da un manifesto mortuario. Aveva cinquantuno anni, straniero, lo conoscevamo da tempo immemore. 
Veniva qui sempre con la moglie, come se l'uno non potesse esister senza l'altro, come fossero un'unica entità. Che dovessero fare una ricarica, prendere un caffè o pagare una bolletta, erano sempre in coppia. 
Una coppia silenziosa, tranquilla, pacatissima.
E' caduto da un ponteggio mentre lavorava. Come è successo lo abbiamo saputo da lei, proprio ieri, in mezzo a lacrime dolorosissime che verranno asciugate con estrema fatica.

Della morte si parla sempre come di qualcosa di troppo lontano o troppo vicino, perché fondamentalmente ci appartiene tutti, è con noi dal primo vagito. Si può forse dire che quel primo pianto decreti il fischio d'inizio di una partita che cercheremo di giocare al meglio, ma che inevitabilmente condurrà ciascuno di noi allo stesso inesorabile risultato.
Ed è un pensiero così triste, ansiogeno ed immenso, da volerlo ricacciare indietro ogni qual volta ci spunti tra i capelli a guastar la quiete dei neuroni. Come se scacciarlo bastasse ad allontanarlo, a farlo sparire per sempre, a non farlo tornare più.
Forse tutto quello che facciamo, il modo in cui riempiamo di cose e di vita le nostre giornate, non è altro che un timido tentativo di evasione da quel tarlo doloroso ed implacabile che ci asfalta le teste.

E allora non posso fare a meno di pensare a come l'esistenza di questa donna silenziosa sia stata spazzata via in un secondo, come in fondo succede tutte le volte. E che d'ora in avanti, quell'entità fatta di due metà perfettamente sovrapponibili, debba accontentarsi di vivere come se a mancare fosse un organo vitale. Mutilata. 

lunedì 21 marzo 2022

Briciole di Pollicino

 



Indossava un maglione verde acqua su una camicia blu. Quando sono entrata in casa guardava il Papa celebrare la solita messa della domenica. Prima ancora che potesse alzarsi dalla sedia lo stavo già abbracciando. Forte. A lungo. Per scongiurare quella paura di perdere anche lui, l'ultimo zio che mi è rimasto tra quelli con cui sono cresciuta.
"Ma com'è che ti fai sempre più brutta? proprio non ti si può guardare", mi ha detto ridendo.
E ho sorriso anche io perché aveva gli occhi pieni di un amore potentissimo che ha origini tra gli alberi di mele, su panchine di legno scuro, su prati di margherite e fra i filari di uva rossa. 

Abbiamo pranzato insieme, lui maestoso a capotavola. Come al solito ho finito il mio piatto molto prima che tutti gli altri terminassero la loro sequela di portate. E allora mi sono seduta in balcone, con la faccia al sole, e la sua voce che mi arrivava leggera al di là della tenda in mezzo al tramestio delle stoviglie.
Non lo guardavo ma ne sentivo la presenza forte dominare la stanza col suo fisico imponente. Avevo il cuore in pace in quel momento, come se davvero nulla di male potesse accadere tra quelle mura.

E' passata più di una settimana da quel giorno, non so davvero perché ne parlo ora, come se il ricordo di quei momenti volesse in qualche modo essere sigillato da qualche parte, una mappatura precisa non tanto di quello che ho fatto ma di quello che ho sentito.
Mi era mancato immensamente, troppo. Sentivo pezzi di me che si staccavano e andavano a perdersi per strada, come cellule morte o le briciole di Pollicino.
Poi eccolo lì, finalmente, con quell'occhio triste che non aveva avuto mai e che ho fatto finta di non notare ma a cui mi capita di pensare nei momenti più disparati.
Se penso a quanto l'ho visto sbuffare e litigare e sopportare le follie e le manie dittatoriali di mia zia eppure non lasciarla mai, stanco ma instancabile. Ed ora che lei non c'è più, che le stanze sono vuote senza quella voce squillante che urlava ordini a tutto spiano, lo vedo solo e disperato come non è stato mai.
Mia zia era una donna estremamente difficile da sopportare e lui l'unico uomo al mondo che potesse farlo. Come si sopravvive ad una presenza del genere? a stento, a quanto pare.
E per questa sofferenza silenziosa sento di amarlo ancora di più.

giovedì 17 marzo 2022

Silence, Please!



Una pagina bianca, vuota, muta.
Le mie dita che rincorrono i tasti bloccandosi all'improvviso, di tanto in tanto, come a cercare una parola mancante, sfuggita, perduta.
Le voci dei vicini che incalzano fuori dalla porta, quasi urlanti, come se fossero qui.

Mi capita di sognare un silenzio perfetto, privo di qualsivoglia rumore, fosse anche solo un battito d'ali.
Scarno dei loro discorsi, di quella stupida televisione che tengono sempre accesa, di una compagnia che non m'appartiene e che non desidero.
E invece il volume s'innalza quando più avrei necessità di una pace assoluta che mi prenda con sé, che mi abbracci, che mi faccia sentire colma.

Dopo tanto vorticare mi sono stesa un po'. Un piccolo dolore fisico che si fa strada mi tiene accasciata. 
E allora ne approfitto per scrivere su questa pagina solitaria, conscia di averlo fatto così poco ultimamente. Più la vita è piena e meno si riesce a scriverne, dunque?
Che di cose da dire ce ne sarebbero sempre un'infinità come se questo alternarsi di giorni fosse fitto e denso come melassa. 
La primavera in arrivo mi fa ben sperare, è un pensiero felice che mi porta a sorridere ogni volta che mi sfiora la mente. Penso ai fiori, ai profumi, alla frutta, all'erba, ai colori, all'aria. Penso a quanta gioia io abbia sempre provato in questa stagione anche solo sedendomi su un tronco nascosto ad osservare l'universo che brilla e trema e sussurra.
In quel silenzio tanto agognato, in quell'assenza di futilità. 

Solo che poi la vita ti riporta incondizionatamente sulle sue rotaie, costringendoti a correre come se un treno merci ti rincorresse e non potessi sbalzare via. 

lunedì 28 febbraio 2022

Una Domenica Come Tante

 

Fonte: stile. it


Fred ed io siamo stati a trovare la mia famiglia, ieri.
Il tempo era un guazzabuglio di vento e di nuvole che riversava grigiore sopra ogni cosa. Gli alberi del viale alberato del paese sembravano più soli e spogli del solito e le automobili erano parcheggiate stancamente di fronte ai negozi sprangati. Lo stesso rigoglioso giardino di mia madre, che ricordavo ampio e soleggiato dall'ultima visita, sembrava più piccolo e cupo. 

Però in casa c'era un clima ovattato, caldo, affettuoso. C'erano i miei genitori, felici di averci lì con loro. E allora abbiamo mangiato cose semplici e buone, abbiamo chiacchierato di cosa ci preoccupa e di argomenti più frivoli e leggeri. Guardato la tv con mia madre mentre papà sonnecchiava sulla poltrona della stanza accanto.
Mi sono sentita grata in quei momenti, grata di averli ancora con me, di poterli abbracciare, del loro amore. Quando mi sono messa il cappotto per tornare a casa mi hanno regalato verdure e carne già pronta, poi papà si è avvicinato e ha detto "grazie per essere venuti, altrimenti oggi che non c'è neppure tuo fratello saremmo stati proprio da soli, sai che tristezza."
Ho sentito come uno scoppio al cuore, ascoltandolo. Uno zampillio di dolore acuto che partiva dal centro di esso e si propagava tutto intorno. Sento di averli amati ancor più profondamente in quell'istante perché senza alcuna vergogna stavano ammettendo una mancanza, un senso di vuoto, un bisogno di averci accanto.
E proprio lì, su quelle mattonelle datate ma lucidissime, ho compreso ancor di più che non avrei potuto avere genitori migliori perché nella loro semplicità genuina ed autentica mi hanno insegnato che i sentimenti veri sono l'unica cosa che davvero conta su questo pianeta sgangherato.

mercoledì 23 febbraio 2022

Notte Alta




Notte insonne, di quelle che ti giri cento volte nel letto e non trovi mai una posizione o una sensazione che ti siano lievi. Senti di non riuscire a respirare in questi casi, come se l'aria nella stanza non fosse abbastanza, come se di colpo le pareti l'avessero risucchiata tutta e non ne avessero lasciata a sufficienza per arrivare al mattino.
Ad un certo punto decidi di alzarti. Apri uno spiraglio della finestra ed un refolo di vento umido ti colpisce le gambe nude, poi arrivano i rumori attutiti della notte, di sporadiche automobili che attraversano la via principale dirette chissà dove. Raggiungi il bagno, infine bevi un po' d'acqua. Gli occhi si adattano al buio con la velocità di un gatto. Quasi vorresti rimanere seduta da qualche parte, anche sul pavimento, senza il piacere ovattato del materasso o del cuscino. E invece te ne torni a letto, a girarti ancora, a fissare un soffitto nero come pece. Il suo respiro è regolare, ma devi averlo svegliato e allora riparte un poco infastidito. Vorresti allungare una mano per toccarlo, per dirgli "guarda, non riesco a dormire, prendimi con te, cullami come se fossi una bambina, come se la notte potesse finire presto o durare in eterno." Ma non lo fai perché deve alzarsi prestissimo per lavorare e allora tenti di riacciuffare un sonno che non è mai arrivato e che a questo punto temi non venga più.  

domenica 13 febbraio 2022

Saif

 
Fonte: automobile. it


Saif viene dal Bangladesh.
Ha gli occhi di mora e i capelli d'ebano, la pelle color cioccolato al latte. 
Ha meno di trent'anni e poco dopo averne compiuti venti era già in Italia, che ha girato in lungo e in largo prima di approdare qui. 
Saif lava le automobili nel negozio attaccato al nostro. L'ho conosciuto che c'erano già le mascherine e per oltre un anno non ho visto il suo volto per intero. Non sapevo avesse un po' di barba e i baffi, non conoscevo la forma del suo naso.
Anche il suo cuore l'ho scoperto a poco a poco e ad oggi posso dire che sia una delle persone più belle che mi sia capitato d'incontrare.
Ha la risata tipica di un bambino, e lo stupore sincero di chi non abbia ancora perduto la meraviglia lungo la strada. 
Lavora tutto il giorno per una paga miserabile ma nonostante le difficoltà non ha mai perso quello sguardo limpido che ormai si intravede negli occhi di una persona su mille. Dopo il tramonto mette su musica allegra del suo Paese e a volte esco in veranda solo per lasciarmi trasportare dalle sue melodie, che non sono mai tristi o nostalgiche. Sono i suoni tipici di chi abbia sempre voglia di ballare.
Una sera mi disse tutto contento che il giorno dopo avrebbe giocato a pallavolo dopo tanto tempo e che in Sicilia era una specie di campione. Ma quando poi gli chiesi come fosse andata mi rispose che aveva dimenticato quasi tutto, che da troppo tempo lavorava e basta e si sentiva arrugginito per qualunque altra cosa che somigliasse ad uno svago. Provai un moto di tenerezza per la sua gioventù poco vissuta e per quel profondo senso di dignità che non gli consente di lamentarsi mai.
Ieri ci ha portato dei cioccolatini a forma di cuore, una scatola intera da spartire tra noi. Non c'è una ragione particolare, non era il compleanno di nessuno. L'ha fatto perché sente che gli vogliamo bene, che il suo affetto è ben riposto. Ed io lo so, anche se non lo dice, che in tanti altri luoghi probabilmente non ha trovato lo stesso grado di accoglienza da parte degli italiani. Che il nostro popolo, si sa, è estremamente solidale, ma allo stesso tempo anche molto duro e diffidente con gli stranieri.

Mi sono affezionata a tal punto che mi ritrovo a pensare che qualora andasse via finirei stupidamente in lacrime. Fred ha provato a trovargli una sistemazione migliore presso l'autolavaggio di un nostro amico che assume con contratti equi. Se le cose andassero in porto lavorerebbe qui di fronte anziché accanto ma ci vedremmo comunque ogni giorno e soprattutto vivrebbe in modo più adeguato. 
Penso che al mondo esistano persone bellissime che la vita pone lungo il nostro cammino e che vadano aiutate, se serve.

Saif non me l'aspettavo. Qui si sono alternati tanti ragazzi, alcuni si sono comportati malissimo, altri sono spariti da un giorno all'altro senza neanche un saluto, qualcuno non lo ricordiamo neppure. 
Ma Saif è l'amico che chiunque vorrebbe avere accanto a sé perché è di una purezza che sconvolge e fa bene al cuore. Che per voler bene a qualcuno non occorrono abiti firmati, auto di lusso, cene insieme. Bastano uno sguardo pulito e sincero, un'onestà che traspaia dai gesti e dalle parole, un sorriso contagioso ed una bicicletta su cui viaggiare cantando musiche bollywoodiane come se fosse un'astronave.

mercoledì 9 febbraio 2022

Vuoto a Rendere

Fonte: non sprecare. it



Scrivo poco ultimamente, a volte fisso queste pagine sperando che da sole trasudino qualcosa. Un'emozione, una sensazione, un piccolo universo ancora da scoprire. Ma nulla nasce su queste pagine senza che vi abbia messo del mio, e allora mi sforzo, poi chiudo, spengo, quasi mi arrabbio per le ragnatele che vedo formarsi ai lati di queste pareti.
Mi sento un po' vuota in questi giorni e il vuoto non parla, forma echi silenziosi che si disperdono sui muri e mi rimbalzano addosso, spegnendosi rochi.
E non c'è nulla di male a sentirsi vuoti, a volte. Che il vuoto, in fondo, è solo uno spazio da riempire, un quadro di cui delineare ancora i contorni.

E la stranezza non è nel vuoto, del resto. Quanto nel fatto che questo vuoto esista quando invece le mie giornate sono piene e vi sono storie di ogni tipo che potrei raccontare, anche solo descrivendo una parte di quello che vedo mentre lavoro. Di quanto le persone siano cambiate in questi due anni di pandemia, di come certi meccanismi siano entrati in circolo nella vita di ciascuno rendendoci meno belli e meno sani di quanto fossimo prima che tutto questo iniziasse.
Mi son sentita addosso l'aggressività di persone che avevo sempre ritenuto miti. 
Ho visto litigare a gran voce gente che non si era mai scaldata per altro che non fosse una partita di calcio. 
Gli uni contro gli altri come fazioni contrapposte di chissà che cosa, quando in realtà siamo tutti sulla stessa triste barca trainata da altri che non siamo noi.
E allora forse questo vuoto di parole nasce dalla pienezza di sensazioni che vorrei non sentire né vedere più. Mi manca la spensieratezza di un tempo più semplice e delicato dove potevo abbracciare qualcuno senza la paura di trasgredire una norma oppure ammalarmi o far ammalare lui.
Ma proprio non voglio che questo post sollevi ancora questioni sul covid, che allora sarebbe stato preferibile il vuoto, il bianco, un'assenza di parole che avrebbe potuto significare qualunque altra cosa. Cieli tersi, nuvole in viaggio, mari in tempesta, fiori in boccio.

E allora potrei dire che son stata ad Anagni, la prima gita fuori porta del nuovo anno. E che ho mangiato un gelato col cono dopo oltre vent'anni dall'ultima volta, che prima erano solo coppette sporadiche, e invece stavolta volevo proprio quel gusto, quella croccantezza, quel sapore.
E mi son sentita felice e non c'era nulla che fosse vuoto in quei momenti, solo stupore di cose nuove da vedere, come ogni volta che la bambina che mi abita dentro visita un posto mai visto.

domenica 30 gennaio 2022

Semplici




Col sole in faccia. 
Una margherita da far volteggiare tra le dita come la ballerina muta di un carillon.
La panchina di legno su cui mi sono seduta senza controllare se fosse sporca.
La tua voce accanto al mio orecchio.
Quelle cose che non si riesce mai a raccontarsi per intero, sempre per la troppa fretta di attaccare il telefono e iniziare l'allenamento o le pulizie o il lavoro. O magari sei tu che devi uscire a far la spesa.
E invece oggi eravamo sole, sotto quel clima insperatamente primaverile, il cielo terso, il calore che irradiava il viso e ci faceva sentire alla stregua di due gatte sonnacchiose.
Intorno a noi solo i fiori morti sotto il peso di notti buie e gelide, gli olivi in gruppo, il giallo del tarassaco, il verde umido dell'erba.
Non è durato poi molto questo nostro rendez-vous, mamma, però è stato bello a perdifiato.
Di una semplicità disarmante, come lo è sempre il nostro tempo insieme, ma è così che siamo noi, in fondo. Semplici.

mercoledì 19 gennaio 2022

Spaccati di Vita

 
Fonte: seguonews. it


L'uomo entra in negozio, mi chiede una sciocchezza. Paga.
Poi si volta a guardare fuori, verso la veranda assolata. Non c'è nessuno al momento, per rispettare le direttive sul Green Pass ho dovuto mandar via le uniche due persone che avrebbero voluto sedersi e consumare. Penso che questo sia un sistema dolorosissimo e contronatura e che ci stiano togliendo anche il poco rimasto.
Ma poi torno con gli occhi sull'uomo, assorto.
Guarda ancora lì fuori, mi indica un tavolino.
"Eravamo seduti lì con mia moglie, appena una settimana fa. Ma non c'è più."
Gli tremano gli occhi, mi accorgo che sono di un azzurro profondo, spento, l'acqua stagnante di un pozzo che guardi dall'alto. Una lacrima oscilla ma si ferma, rimane immobile senza cadere.
Ho un sussulto, provo un istantaneo desiderio di abbracciarlo, anche se è la prima volta che lo vedo. Mi fa male il suo dolore, la compostezza e la dignità di questo attimo in cui con gli occhi sembra abbracciare un ricordo. Forse è venuto per questo, per cercare di afferrare l'immagine di sua moglie su quella sedia vuota.
"Oh, mi dispiace. Condoglianze. E' successo all'improvviso?"
"Il cuore." Non dice altro. Si batte sul petto e comprendo tutto il mare di parole racchiuse dietro quel gesto.
"Mi dispiace infinitamente".
"Aveva detto, di voi, "che gentili questi ragazzi". 
Gli ho sorriso con gli occhi, non potendolo fare anche con le labbra. Un sorriso mesto, abbinato ad un batticuore di cui non si è potuto render conto, ma che io ho percepito in pieno.
"Mi scusi, un attimo di debolezza".
"Si figuri. Ancora condoglianze e cerchi di essere forte".
Mi guarda ancora una volta, annuisce. Quella lacrima non è mai scesa, si è spenta sul suo volto che uscendo si ferma ancora a guardare il tavolo che ora non ospita nessuno. 

Lo rivedo appena un'ora dopo passare qui davanti, ha una sporta di spesa che oscilla lungo un braccio desolato e stanco. Si ferma un attimo ad osservare la veranda, ma poi scuote la testa e se ne va.

giovedì 13 gennaio 2022

Centrifuga

Fonte: bigodino. it


Sono giorni in cui mi sento come dentro una centrifuga, rimbalzata tra un dovere ed il successivo senza poter prendere neppure una boccata d'aria tra l'uno e l'altro. E allora mi barcameno, correndo a destra e a manca, senza una logica apparente.
Eppure una logica deve senz'altro esserci visto che, tutto sommato, questo andamento funziona. Quantomeno un po'. Perché poi penso a tutto quello che lascio indietro, quello che non riesco a fare, tutti quegli impegni che mi guardano con occhi colmi di aspettative che per forza di cose devo disattendere.
Sono una.
Una sola piccola donna.
Ho due braccia, due gambe, energie che devo distribuire lungo tutta la giornata. 
E a volte, semplicemente, devo mettere un punto prima di essere travolta.

Allora succede che cercando immagini ne trovi una che ti piace particolarmente.
C'è una ragazza con una valigia ed un grappolo di palloncini colorati. Procede dritta lungo il bordo di una strada, verso un orizzonte illuminato che non si sa bene dove porti.
E non ne conosci la ragione ma senti di essere lei, quella ragazza con la valigia ed i palloncini, sola ma forte, su una strada deserta di pensieri assolati e alberi da raggiungere e abbracciare con entrambe le mani, con il cuore, con il corpo per intero. E poi stenderti a terra, chiudere gli occhi, forse piangere un po' ma poi ridere, addormentarti, cadere in un mondo di sogni che ti lascino semplicemente riposare.

domenica 2 gennaio 2022

Immersa

 

Fonte: donnaD

Ho trascorso la prima mattina del nuovo anno ad imprimermi sulla retina le mie campagne. I colori, le suggestioni, la moltitudine di alberi e di arbusti, il vorticare di migliaia di storni, l'azzurro del cielo e persino la foschia delle nebbie. 
Ho abbracciato con lo sguardo ogni cosa sapendo che la separazione, dopo una settimana insieme, sarebbe stata dolorosa. Lo strappo di un cerotto sulla pelle.
Non ci si abitua mai del tutto alla bellezza, non ci si sente mai davvero pronti a staccare gli occhi.
Ed io in questa settimana ne ho goduto a piene mani, in ogni anfratto, in ogni spazio, in ogni luogo dove mi sono diretta. Non mi sono saziata neppure della visuale che correvo ad ammirare ad ogni risveglio, semplicemente aprendo la finestra, perché di tanta meraviglia si fa a meno a fatica.
Conosco quella porzione di mondo come le mie tasche eppure penso di averla amata ancora di più in questi giorni, come se le sensazioni fossero amplificate, come se quel clima generosamente primaverile fosse un incentivo a viverla profondamente, con tutta l'intensità di cui fossi capace.

Ovunque c'erano positivi in quarantena, o negativi che in quarantena dovevano starci ugualmente.
Noi eravamo fortunatamente liberi e l'unica cosa che potessimo fare era apprezzare quella libertà, farne qualcosa di buono. E allora ho ascoltato i miei genitori, gli sono stata accanto, ho mangiato e guardato la tv insieme a loro. E poi ho fatto lunghissime passeggiate in compagnia, scattato foto di sentieri immersi nel verde e nel rosso e nell'arancio. Ho camminato sotto la pioggia e poi sotto un sole capace di scaldare una fine di dicembre. Sono andata a salutare vecchi amici, ho giocato a tombola, ho osservato casolari diroccati in pietra con l'occhio di chi vorrebbe possederli e ristrutturarli. Li ho immaginati vivi, con giardini rigogliosi e alte siepi, caminetti accesi, divani comodi, persone allegre e sorridenti sullo sfondo. Ho pensato a fili sterminati piantati sull'erba con lenzuola bianche stese ad asciugare e margherite sui prati e pulcini gialli a scorazzare accanto a gatti rossi ed annoiati sull'uscio di casa.

E quando poi sono tornata a casa, col tempo che cambiava e diventava via via più grigio, quello che mi ero impressa sulle retine mi ha fatto comodo. Ho chiuso gli occhi sigillando ogni visione, affinché non mi lasci mai.