lunedì 28 novembre 2022

Le Piccole Cose

Fonte: la cucina di Alice



Se un giorno mi avessero detto che avrei imparato a bere tisane e caffè mi sarei fatta una grossa risata. E con me l'avrebbero fatta tutti coloro che mi conoscono bene e che mi hanno sempre vista storcere il naso di fronte a queste bevande. Ci provavo ad appoggiare la lingua ma niente, quegli "intrugli" proprio non volevano saperne di andare giù. E vogliamo parlare dello yogurt? lo detestavo, era qualcosa di assolutamente inconcepibile per me. 

Poi a marzo di quest'anno iniziai a mettere un cucchiaino di caffè solubile in qualche porridge del mattino. Mi abituai al sapore, volli passare allo step successivo. E allora ecco lì qualche tazzina di caffè senza zucchero, amarissimo ma verace, che iniziava a scendere in gola senza trovarlo disgustoso come era sempre capitato.
Lo yogurt? ora lo mangio ogni giorno. Bianco, senza grassi, preferibilmente greco.
E infine le tisane, ciò che mi sembrava più ostico.
Vanno giù anche loro, adesso. E' la scoperta più recente, ho iniziato a fine ottobre. Una bustina ogni tanto. Prima il finocchio dopopasto o la sera. Poi con il cacao 95%. Ora ne ho ordinata una con mela e cannella.
Piccoli riti che si aggiungono nella mia vita adulta, riti che guardavo fare agli altri, ammaliata, e che pensavo mi sarebbero stati sempre preclusi.

E allora eccomi a scrivere queste poche righe seduta sul mio divano rosso, ancora per cinque minuti, mentre sorseggio un infuso bollente nella mia tazza preferita di Babbo Natale.
Piccoli gesti semplici ma meravigliosi che oltre alla pancia mi scaldano un po' anche il cuore.
E mi fanno pensare che tra un mese, a Natale, magari un pomeriggio potrei gustarla insieme a mia madre una buona tisana. E sarà un momento meraviglioso, solo nostro, in cui osserveremo le lucine del suo albero rincorrersi festose parlando di tutto o di niente, come sempre.
Sorrido mentre lo scrivo. Mi sento già meglio.

mercoledì 23 novembre 2022

Il Macellaio

 

Il pre-mestruo lo riconosco subito dall'addensarsi di nubi proprio sopra la mia testa.
Dallo scurirsi istantaneo ma inesorabile dei pensieri, da quel negativizzarsi in maniera inconsulta ed incontrollabile. In poche ore anche la più sorridente delle donne può diventare buia come la camera oscura di un abile fotografo.
Che poi è proprio quello che mi è successo in queste ore, e che mi succede ogni mese dal 1998.
Quindi dovrei fare un sospiro e tirare avanti. Aspettare che gli ormoni facciano il proprio corso e poi tornare completamente me stessa dopo averlo visto accadere.
Estraniarmi, fingere di non essere io quella donna brutalmente assalita da cupi pensieri.

E invece no. Invece io mi faccio risucchiare, avvolgere, triturare come carne dal macellaio.
Stamattina mi è passato di tutto per la testa. Ogni cosa mi sembrava assumere contorni tetri come in una casa infestata dai fantasmi. Mi sentivo annientare dalle ombre, spegnere il sorriso ed ogni barlume di linfa vitale.
Dopo un debolissimo tentativo di allenamento fallito già in partenza, mi sono cambiata ed ho raggiunto a piedi il mare. La tempesta di ieri aveva reso la sabbia umidissima e le onde si alternavano veloci come in una rincorsa. Ho sospirato, osservato, respirato. Il cielo era un carnet di emozioni eppure mi sentivo in bilico su un precipizio, indecisa se lasciarmi cadere giù.

Fortunatamente passerà tutto, passa sempre.
Ma se dovessi spiegare la mole di sensazioni distruttive che ho avvertito e che in parte ancora avverto, chiunque mi lascerebbe a parlar da sola. 
Preferirebbe sminuire, assentire con la testa senza ascoltare, per poi iniziare a parlare dei "problemi veri", come se io stessa non ne avessi. E allora ogni volta mi isolo come un gatto depresso e aspetto che il disordine cessi, soppiantato da un più mite respiro.

giovedì 10 novembre 2022

Stanze

 


La piccola Emma viene qui spesso ora. Ha poco più di 4 anni. 
Non ricorda nulla di quando la tenevo in braccio e me la stringevo al cuore.
Però le sono simpatica, si vede da come si comporta quando è qui.
Forse le è rimasto addosso un po' di quell'amore residuo. Oppure, come la maggior parte dei bambini con i quali ho a che fare, è attratta da me. Si fida.

Le prime volte furono circa un anno fa. Provavo una forma di dolore e di distacco, la guardavo appena.
Come se il solo osservarla in maniera più nitida potesse scatenare nuovamente tutto quello che c'era già stato, tutto quello che stavo cercando di rimuovere.
Rivederla cresciuta dopo tutti quei mesi senza vederla affatto, mi fece uno strano effetto. Quasi stentai a riconoscerla. Però era indubbiamente lei, quegli occhi languidi sono inconfondibili.
Capii di essere guarita quando la presenza di quelle persone in negozio smise di fare male. Quando riuscii a trattarli come avventori qualsiasi. E poi, da qualche mese, riprendere una qualche forma di confidenza. 
Non saremo più amici, non mangeremo più nello stesso tavolo, non verranno sprecati altri sentimenti né altre forme acute di delusione. Però quantomeno riesco a vederli qui dentro, a parlarci normalmente, a non soffrirne più.
E questo è un traguardo che devo a loro, in fondo, al loro tornare qui dentro prima in punta di piedi e poi come se nulla fosse accaduto. A volte è meglio così: fingere che una batosta non sia stata data né presa e riprendere da un punto imprecisato e semplicemente andare avanti.

Lo preferisco, certo.
Ma so anche quanto suoni falso.
E' sempre una forzatura quella che si vive in questo modo.
Quel mettere un penoso cerotto su una ferita guarita da sé ma mai opportunamente medicata.

In generale, sia riguardo questa situazione che in tutto il resto, mi sento bene. Abito stanze piene di tumulti in questo corpo. E altre dove cerca di insediarsi la calma.
In modo vano, a quanto pare. Perché davvero calma non mi sento mai.
Forse solo quando sono al mare o più in generale in mezzo alla natura.
Allora si, mi ritrovo. Danzo invece di vorticare.

lunedì 7 novembre 2022

I Tre Draghi e la Calla

Fonte: florablomb. it



Lunedì 7 novembre, 12:53.

Scrivo col sole in faccia, facendo una fatica immane anche solo a guardare lo schermo.
Eppure non me ne vado, non smetto, non finisco di fare quello che sto facendo e soprattutto non getto la spugna. Perché godermi questo sole caldo ora mi sembra la cosa più sensata da fare.
Come una sorta di ricarica, che pur mi addormenta un po'.
Mi rilassa al punto di dover scuotere più volte i ricci sulla testa, sperando così di riprendermi almeno un po' prima di tornare a lavoro. Sono sempre un po' stanca e questa ricarica di me stessa sembra tarata sul settanta percento. Accettabile ma sottotono. 

Allungo la mano e tocco le mie piante spinose. Belle, rigogliose, verdissime.
Una cliente me ne regalò tre pezzi minuscoli all'inizio dell'estate, o forse era ancora primavera. E adesso che sono cresciuti più di quanto pensassi avrebbero fatto, forse si sentono un po' stretti in questo vaso dove prima stavano larghi. 
Al centro è nata, spontanea, una pianta di calla. Non produce fiori, ma se ne sta lì impettita, protetta dai suoi tre guardiani spinosi, come una principessa su una torre accerchiata da draghi sputafuoco. 
Penso a quante volte in quello stesso vaso ho provato a far venire su una calla, senza riuscirci mai per più di un mese. Ed ora eccola lì, felice ed entusiasta, senza che nessuno l'abbia chiamata.
Aveva dunque bisogno di compagnia? di dividere con qualcuno il suo spazio?
Specie diverse che si incontrano, le cui radici sotto la terra si intrecciano. Potrei togliere le piante spinose senza uccidere la calla? o potrei togliere la calla senza che gli spinosi muoiano di dolore?
E allora le tengo tutte lì, insieme, capaci di amarsi in un modo incredibilmente bello, che mi commuove sempre un po' ogni volta che li guardo.

La breve pausa al sole è già finita. 
Mi alzo, accarezzo le piante come si farebbe con dei gatti sonnacchiosi. Tacitamente le ringrazio per avermi insegnato che si può vivere, e forse si vive meglio, in un piccolo spazio pieno d'amore rispetto ad uno immenso che ne sia del tutto privo. 
Se si ha l'orecchio teso all'ascolto, dalla natura si può sempre imparare qualcosa. E penso che se i miei orecchi ed i miei occhi sapessero imparare da tutto il resto come imparano da Lei, sarei una donna molto sapiente. 

venerdì 4 novembre 2022

Flussi

Fonte: vivereilmare. it



Il tempo è cambiato. E' cambiata l'aria stessa.
Ed è come se l'autunno fosse arrivato soltanto oggi, con un mese e mezzo di ritardo.
Un ospite che si affaccia all'improvviso, quando tutti erano già seduti e si pensava che non sarebbe venuto più. Invece eccolo qui, con le sue correnti che si raffreddano, con i suoi venti ambigui, con le sue foglie svolazzanti e umidicce.  
E' la parte triste della stagione: questo cielo mesto, quest'aria ostile, questo buio precoce del pomeriggio.

Eppure ieri mattina ero al mare, non ci andavo da una settimana che a me erano sembrate due.
La volta precedente avevo beccato l'unica mattina di nebbia dopo mesi e mesi di sole acceso. Avevo riso per questo, ma poi mi ero fatta avvolgere da quel cielo basso ed avevo spartito il bagnasciuga solo con i gabbiani. 
Ieri il cielo era nuvoloso ed il mare calmo, di una bellezza sovrumana. 
Come quando fatichi a contenerla tutta, ad assorbirla. Quasi fuoriuscisse dai pori, come sudore. 
Il sole andava e veniva, timido ma incantevole. C'era qualche pescatore, i soliti uccelli che ormai non si spaventano più nel vedermi passare, un uomo con il cane. 
Eravamo in pochi, forse i migliori mi son detta. Quelli che il mare l'amano sempre, che non riescono a distaccarsene. Che lo accarezzano febbrili con gli occhi come farebbero come un'amante. 
E allora l'ho gustato il più possibile, il dolce che arriva prima del pranzo intero. Avevo mille cose da fare che mi attendevano nervosamente al di là della mia parentesi di gioia. Le sentivo bussare oltre la porta dietro cui le avevo chiuse.
E più bussavano, più io me ne stavo lì a scattare immagini con il telefono o con le retine stesse. Immagini vividissime che potessi portarmi dietro una volta andata via.

Sono tornata a casa dopo aver sbrigato i miei impegni e anche dentro quelle mura ce n'erano altri che chiedevano il conto. Impegni che ho portato a termine sorridendo, proprio grazie a quel mare calmo e a quel cielo multiforme che mi avevano resa, anche solo per un po', del tutto indistruttibile.
Lo sentivo scorrermi dentro come un fiume il giorno della piena. Scorreva, scorreva, scorreva. E io lo tenevo con me con lo spirito di chi non si preoccupa di bagnarsi.

E' la mia terapia.
E se non l'avessi...beh, se non l'avessi sarebbe un guaio.

mercoledì 2 novembre 2022

Come Burro

Fonte: caseificiosepertino


Quella di ieri è stata una giornata impegnativa, densa. Compatta come un panetto di burro.
E, proprio come un panetto di burro, anche capace di sciogliersi nei momenti giusti. 

La nonna di Fred ha compiuto 89 anni e per l'occasione, anziché festeggiare con i soliti quattro gatti, si è pensato di radunarne tutte le sorelle con i relativi figli, nipoti e pronipoti. 
E dunque ieri eravamo all'incirca 60 persone. 60. Che a pensarci la prima volta ebbi un capogiro. 

Mi sono svegliata alle 7, ho fatto colazione lentamente, gustato la brezza del mattino in terrazzo mentre intorno un silenzio irreale mi faceva sentire bendisposta verso l'umanità intera. Mentre Fred ancora dormiva ho sbrigato commissioni di varia natura, mi sono allenata, fatto una doccia rigenerante, steso oli e cremine sul corpo come di consueto.
Alle 13 eravamo sul posto. E potete solo immaginare il chiasso, i brindisi e i momenti di scherno che si sono simpaticamente susseguiti per le quattro ore successive. 
La nonna inizia a dare cenni di vacuità, momenti nei quali sembra semplicemente spostarsi altrove. E la capisco. In fondo, a volte lo faccio anche io.
Scomparire, perdermi, dileguarmi. 

E' morto anche il comò della camera. Riparato più volte, dovremo comprarne uno nuovo. 
A volte ho la sensazione di esser venuti in questa casa e poi averci pensato il meno possibile. Come se fosse solo un approdo, un porto dal quale ad un certo punto distaccarsi per andare via.
Ed è un pensiero che mi infonde dolore perché nonostante i suoi punti deboli io amo profondamente questa casa e tante volte avrei voglia o addirittura bisogno di vedere Fred più partecipe. 
E quello al comò non è stato l'unico addio della giornata. Di getto, dopo averci pensato per mesi, ieri ho chiuso un'attività che ho tenuto in piedi per quasi 13 anni della mia vita. Non parlo di lavoro, parlo di una passione per la quale mi sono spesa molto e che ho accartocciato per necessità ma con fatica. A volte semplicemente occorre dare un colpo di spugna e ripartire, alleggeriti. Ci rimugino per un sacco di tempo ma poi, quando finalmente prendo coraggio, allora divento indistruttibile e sui miei passi non ritorno più.

E' chiaro, dunque, che alla fine dei conti la giornata di ieri sia stata tutt'altro che semplice.
Il lungo pranzo e la mia poca voglia di stare lì seduta per ore a guardare altri mangiare quantità di cibo lontane dal mio vivere mi hanno un po' prostrata. Ho invidiato mio suocero quando senza salutare nessuno se ne è scappato via per riassaporare la sua libertà. 
In compenso ero vestita bene, mi piacevo, non c'era nulla di me che avrei cambiato in quei momenti. Cosa strana per una che ha la tendenza a guardarsi sempre con occhio troppo critico.
Se non avessi dovuto pronunciare due addii avrei persino potuto salvarlo, questo primo novembre. 

venerdì 21 ottobre 2022

Quella Pelle Sottile

 


Stamattina facevo stretching e quando mi sono girata ho visto la mia schiena seminuda riflettersi nel nero del televisore spento. 
Ho visto la linea esposta delle vertebre, la loro sinuosa curvatura, la pelle che si tendeva su di esse.
Ed è stato naturale pensare alla schiena dello scorso anno, di quando anche le costole sporgevano più di quanto facciano ora, con una pelle sottile di carta velina a ricoprirle appena. 
Me ne vergognavo, le coprivo in continuazione.
Ma quando ero sola amavo quelle ossa, le toccavo fiera. 
Prima di dormire le accarezzavo da ogni lato e più le sentivo venir fuori, meglio riuscivo a dormire.
La loro presenza così evidente mi placava, mi faceva sentire forte.

Penso che chi non sia mai passato attraverso i disturbi alimentari non possa capire in quali stretti labirinti si riesca ad entrare. In quali vie tortuose la mente si inerpichi. 
Eravamo in spiaggia a Rimini quando mio fratello vide quelle costole in rilievo. Sussultò. Non capii subito perché e pensai di avere qualcosa che non andava. Pensai che il mio corpo non andasse bene, che fossi grassa probabilmente. Poi lo vidi girare gli occhi addolorati e far finta di nulla. Parlava con Fred, continuò a farlo, ma i suoi occhi scuri avevano un'espressione diversa, come di peso sul cuore.
Solo mesi dopo, ripensandoci, capii che era stato il mio torace magro a spaventarlo. E che quel girare gli occhi e fingere che nulla fosse accaduto era una delicatezza che mi stava rivolgendo. 

Ed è strano, no, ora che le costole si vedono meno, rimpiangere un po' quei mesi in cui se ne stavano lì dure dure, spettrali. Perché anche quando se ne esce, in realtà non se ne esce mai.
Da oltre cinquecentotrenta giorni seguo un piano alimentare in cui introduco tutto ciò di cui il mio corpo ha bisogno. Mi piace, mi fa stare bene. 
Eppure...eppure. Eppure la malattia mi teneva al riparo.
Da cosa non so, forse dal terrore di ingrassare nuovamente.
Non mangiavo abbastanza, perciò sicuramente non potevo ingrassare.
Ora mangio sanissimo, però mangio. E quindi sono sempre lì che mi controllo i fianchi, le gambe, il busto, le braccia. 

Una volta, a ventidue anni, fu mia madre a salvarmi la vita. Mi obbligò a mangiare in mezzo ai miei singhiozzi terrorizzati. Era disposta persino a legarmi pur di farmi introdurre cibo in quel corpo che si stava spegnendo. Lo fece per mesi, lo fece perché l'alternativa era un ricovero.
Ora sono io a dover salvare me stessa. Lo sto facendo come se dovessi prendermi cura di una bambina recalcitrante. Lo faccio con pazienza ma anche con durezza. Sono inflessibile. 
Eppure...eppure. Eppure quelle costole lì, così fuori dal normale, quanto mi mancano. 
Mentre scrivo le tocco. Ci sono ancora, non se ne sono mica andate. Ma c'è anche carne lì sopra, c'è muscolo. C'è anche del grasso sicuramente. C'è tutto quello che ci deve essere in un corpo sano. 
E allora chissà perché mi mancano così. E che farei per riaverle indietro.

lunedì 17 ottobre 2022

Al Mattino

Fonte: radiocompanyeasy. com


Giovedì 13 ottobre, ore 12:10.

Piove da questa notte. In modo leggero, quasi soffice.
Come una cosa che non voglia dar fastidio si appoggia lieve sugli oggetti bagnandoli appena.
E come sempre succede quando piove, mi è venuta voglia di scrivere.
E' la malinconia che scende giù insieme a queste gocce ad aprirmi un varco attraverso queste pagine. 

Ma più che scrivere, in realtà, vorrei poter dormire.
Appoggiare la testa sul cuscino, coprirmi fino alle spalle come se fosse notte, cadere in un oblio pieno e senza sogni. Semplicemente non esserci, essere altrove, volare in un mondo soffice come questa lenta pioggia. 
Sono stanca, stressata. E ho gli ormoni in subbuglio per via del ciclo e di un'infezione che ho smesso di curare poco prima che iniziasse. Difese immunitarie basse, corpo in ribellione, una delicatezza di bimba che cresce insieme a me, stranamente.
E allora sul serio vorrei semplicemente perdermi in un sonno pieno, totalizzante, arrendermi ad esso come a poter deporre le armi.

Lunedì 17 ottobre, ore 15:21.

Il sole esplode violento fuori di qui, quasi sapesse di dover presto combattere una furente battaglia col buio.
Esplodeva anche nel tramonto di ieri sera, colorando d'arancio la sabbia e regalando alle onde riflessi di natura multiforme.
Ero lì che guardavo, presente ed assente negli stessi istanti.
Pensavo ai miei genitori, a come era stato bello essere lì con loro poche ore prima. Alle loro cure amorevoli, alle loro voci, a quel "ti ho preso un maglioncino nero semplice per stare in negozio, quando inizierà a fare freddo". Oppure a quel "te la sbuccio io la zucca, che ci vuole? va a finire che tu ti fai male".
Mio fratello era salito su un aereo al mattino. Mi mancava la sua presenza lì eppure l'avvertivo in ogni nostro discorso, perché quando vuoi bene a qualcuno, lui c'è anche quando manca. Forse soprattutto quando manca.

Per pranzo con quella zucca ho preparato una vellutata. Ci ho aggiunto il farro bollito e ne ho fatto una zuppa. Poi ho messo sopra dei ceci croccanti per la quota proteica e l'ho gustato in silenzio mentre guardavo il bucato steso fuori asciugarsi con fatica.
Quel silenzio è tra i momenti che preferisco. Sebbene non sia neanche lontanamente paragonabile alla colazione del mattino. Che amo da anni di un amore tenerissimo, fatto di pace, di tepore, di sensazioni delicatissime che non riesco a provare in nessun altro momento della giornata.
Lì in cucina, da sola, in perfetto silenzio o con la radio accesa. La frutta, i fiocchi di avena, lo yogurt, un nuovo giorno che nasce e si innalza come una bandiera in una caserma di soldati.
E in quella mezz'ora, qualunque cosa io debba fare subito dopo, so essere felice di una gioia purissima che mi ripaga di qualsiasi stanchezza, di tutte le volte in cui vorrei poter urlare e invece taccio.

mercoledì 5 ottobre 2022

Ottobre




Scrivevo molto di più un tempo, ma di tempo ne avevo anche più di quanto ne abbia adesso. La vita adulta è un frullatore, me lo dicevano sempre da bambina e non ci credevo mai. Non tornerei indietro ma è indubbio che le cose cambino e che non si possa star dietro a tutto, sempre.
Claudia scriveva di priorità e del fatto che ci siano cose che necessitano della nostra presenza in maniera più costante e profonda dei nostri blog. Di questa affermazione io sono assolutamente convinta da anni perché per quanto ami questo spazio, quello che c'è al di fuori dei suoi confini mi piace molto di più.

Vi parlerei dei cieli variopinti con cui il tramonto colora il cielo da un mese a questa parte.
Del tappeto di conchiglie di cui si è riempita la spiaggia.
Del colore acquamarina che il mare aveva assunto domenica pomeriggio e di quanto fosse bello essere lì senza lo sciame di gente degli ultimi mesi.
Delle poesie che sto leggendo.
Delle fotografie che ho scattato.
Del tempo che ho trascorso con mio fratello.
Di quanto sia bello riuscire a dormire mezz'ora in più al mattino.
Del profumo dei muffin mela e cannella senza zucchero che ho inventato una sera in cui avevo casa tutta per me.
Dei luoghi che mi piacerebbe visitare con Fred prima che arrivi il freddo.
Di quanto mio cognato mi faccia stressare a lavoro.
Del fatto che il silenzio mi piaccia ancora più di qualunque caos. 

Ma per scriver di tutto questo, tralasciando ancora molto altro, avrei bisogno di quiete che al momento non mi sembra di avere, allora ve lo lascio intuire, accennandolo appena, facendovi comunque sapere che sto bene, che il mese di settembre è stato lungo ma bello e che ottobre finora mi sembra incantevole.

mercoledì 14 settembre 2022

Sull'Uscio




La bambina era sotto le scale, calpestava il suolo del giardino ma guardava il portone spalancato della scuola. Piagnucolava inconsolabile nel suo caschetto castano e nei suoi abiti neri. 
Due compagne erano con lei, una le accarezzava il braccio, l'altra la osservava un po' assente.  
La maestra la chiamava dall'interno, "Saretta, vieni." 
Due o tre volte, ma senza raggiungerla. 
Non so perché la bimba non volesse entrare né perché si sfregasse gli occhi lì fuori, desiderosa di andarsene anziché di entrare con gli altri.
Non lo so ma lo posso intuire, perché Saretta lo sono stata anche io e sebbene il mio senso di responsabilità mi portasse ad evitare inutili capricci, la sola idea di entrare in classe mi rivoltava lo stomaco ogni mattina. 
L'idea di stare lì seduta, sul legno di una sedia scomoda, con le gambe chiuse sotto un banco. 
L'idea di doverci rimanere per ore, per lo più in silenzio, ad "apprendere".
L'idea di dover dividere lo spazio di un'aula con altri bambini a cui volevo bene, ma con i quali di fatto stavo condividendo un dovere.
L'idea stessa di quel dovere mi opprimeva. 

E allora mentre passavo dinanzi la scuola e guardavo questa scena e spegnevo la musica ascoltando quel piagnucolio e quel "Saretta, vieni", ho pensato che non conta mai quanto sei bravo in qualcosa, ma quanta voglia hai di farla.
Che il dovere, per il solo fatto di esser tale, può diventare una gabbia anziché un'opportunità. Può esser fatto di sbarre, di cancelli, di lucchetti, di desideri spenti, bacchettati, messi da parte. 

Ho riascoltato le parole di Omero, della scorsa settimana "questo è il tuo massimo, è il top per te? servire la gente lì dietro?"
"Non importa che lo sia o meno. Non importa quante altre cose avrei potuto fare, conta il sorriso con il quale entro qui dentro, con cui intrattengo le persone, l'entusiasmo con il quale mi impegno."
Lui non ha capito, ha scosso la testa, ha detto che il lavoro resta pur sempre lavoro e che l'obbligo non può piacere, soprattutto se non è davvero quello che avresti voluto o potuto fare. 
Ho scosso la testa anche io, incapace di fargli capire che amare ciò che si fa, a prescindere da quale scalino si occupi, sia l'unico vero modo di non sentirsi in gabbia all'interno di un dovere. Bisogna andare a scuola per crescere, bisogna poi lavorare per vivere. Più si riesce a rendere l'obbligo sereno, meglio si dorme la notte.

martedì 6 settembre 2022

Il Mercato del Martedì

 


Amo il martedì mattina.
Amo i riti che si sono andati a creare in questo giorno.
Amo la sveglia presto, la colazione lenta, la radio accesa, la casa silenziosa.
Amo il giorno che nasce a poco a poco, il buio che diventa chiarore in pochi minuti.
Amo vestirmi ed uscire, raggiungere il mare, osservare come i mesi cambino le prospettive, i colori, le sembianze di tutto quel che incontro nel mio cammino.
Amo passare dal mercato, immergermi fra la gente, guardare ed ascoltare tutto quel variopinto mondo che mi circonda.
Amo i fiori di Ahmed, le sue conoscenze botaniche, le file ordinate di piante, la cura immensa del suo angolo di paradiso.
Amo i banchi di frutta e verdura. Numerosi, colmi di delizie buonissime, di signore con la sporta della spesa. Amo poter scegliere di acquistare un po' lì e un po' qui, valutare con gli occhi la merce migliore.
Amo andare a trovare Laura e Claudio, aspettare che lui mi incarti le mozzarelle ed il pane fresco per Fred. Le nostre chiacchiere veloci mentre in fretta serve anche gli altri.
Amo i miei amici napoletani, i loro sorrisi, gli abiti coloratissimi che appendono in maniera così perfetta da far invidia ai negozi in centro.
Amo la frutta secca dei ragazzi pakistani, i profumi delle loro spezie.
Amo guardare le marmellate e le friselle del calabrese, i liquori, i mieli, i dolciumi della sua terra.
Amo le chiacchiere veloci con Sergio, il nostro amico vigile, che non manca mai di passare a salutarmi.
Amo poi fare tutta la strada all'indietro per tornare a casa, un po' più carica di quando ero arrivata, col sorriso sulle labbra di chi abbia preso non solo quello che ha comprato, ma anche uno scorcio di umanità meravigliosa del quale non mi sazio mai.
E anche se poi, tornata a casa, le ore si succedono veloci in mille cose da fare prima del turno, sento che quei momenti sono per me preziosissimi e che ogni volta li aspetto con trepidazione, come se non esistesse mattina più bella di quella.

sabato 3 settembre 2022

Bucato Sotto La Pioggia

 

I tuoni che crepitavano in lontananza si sono avvicinati a tal punto che ora par di sentirli sbraitare in questa stanza.
Sono quasi al buio, la luce mi infastidisce, solo una flebile abat jour accompagna il mio scrivere. 
Piove. Ho il bucato steso fuori e non me ne importa niente.
Penso ai giorni appena trascorsi e a tutta la natura in cui ho avuto la fortuna di immergermi.
Penso alle albi viste in spiaggia e a quelle osservate in aperta campagna.
Da sola, con le gambe scattanti, il cuore in festa, quella vivida adrenalina che mi cattura il corpo e mi pervade febbrile.
Tutto troppo bello e troppo intenso per poter esser contenuto in un solo corpo, in un solo spirito, in una sola piccola me. E allora ci ripenso adesso, come se ciò bastasse a riportarmi lì, a quelle mattine di gioia incontenibile e sanissima.
Le case in pietra abbandonate sul ciglio della strada. La vegetazione che entrava dalle finestre, dalle porte. La natura che si riappropriava dei suoi spazi. I polpacci duri, forti, desiderosi di camminare ancora e ancora e ancora, di non fermarsi mai. 
Forse per intraprendere il cammino di Santiago ci vuole questa tempra qui. Questa voglia di andare avanti e guardare ogni cosa con occhi nuovi ed entusiasti, non voltarsi fin quando non si è giunti alla meta. 

Un tempo facevo pochi passi e mi stancavo. Ma quando il primo febbraio 2017 iniziai a camminare non avrei mai pensato che sarebbe diventato parte essenziale del mio vivere.
Indossare le scarpette ai piedi, le cuffie alle orecchie e semplicemente andare. Sentire il vento, il sole, l'umidità, talvolta anche la pioggia. E guardare ogni cosa, osservare il mondo, guardarlo davvero, percepirlo come parte di me, del mio essere. Un prolungamento di quelle stesse gambe, un'immagine già contenuta nei miei occhi.
Mi mancano già quelle salite, quelle discese, persino i cani che lungo la strada sembravano volermi assalire. Mi manca quell'aria pura, quella quasi totale assenza di esseri umani.
Ma è così bello anche qui. E fra poco i turisti se ne andranno, lasciandomi a guardare il mare come se fossimo due amici che dopo il frastuono di una festa restino soli a rassettar la cucina.

giovedì 1 settembre 2022

Di Ritorno

 
Fonte: trevaligie. com


Gaeta non è, e non sarà mai suppongo, un luogo qualsiasi per me.
Me ne innamorai nel 2019, quando partii con Fred e mio fratello verso quella che era, all'epoca, una meta del tutto sconosciuta e che mi si insinuò addosso ogni giorno dei quattro o cinque che vi restai. 
Ho sempre detto che le albi più belle le ho viste e assaporate lì, ed ora che vi sono tornata per altri tre giorni, posso affermare che è davvero così.
Forse perché ad esse si sono accompagnati altri sentimenti tutt'altro che banali quali la gioia di camminare in quegli orari in cui il mondo sembra svegliarsi appena appena o la solitudine o la vista incantevole, o l'alternarsi allo sguardo del mare e delle montagne, in pari misura.
Questa volta, poi, abbiamo avuto la fortuna di trovare un albergo centralissimo con una vista stupefacente. E allora in qualunque orario tornassimo mi affacciavo al balcone e me la imprimevo nelle retine, la guardavo con uno struggimento tale da far quasi piovere gli occhi. 
Tre giorni volano e son volati anche questi, ma quel volteggiare non resterà vano. 
Mi hanno fatto bene. Al cuore, all'anima, a tutta me probabilmente. E hanno fatto bene anche a Fred, che aveva iniziato queste ferie con gli operai stanziali in negozio per lavori di ristrutturazione e che ho avvertito nervoso e recalcitrante anche quando quei lavori erano finiti.
Lo stress va fatto fluire in qualche modo. E anche se lui non gode dei luoghi come io faccio, spero ugualmente che Gaeta gli abbia fatto da valvola di sfogo e che ora possa riprendere con un senso di minore fatica addosso. 

martedì 23 agosto 2022

Tra le Ciglia

Fonte: classcountryhomes .it


E' bello il mondo quando hai un attimo di pace.
Quando non ci sono troppe cose che ti strattonano da una parte e dall'altra, quando puoi osservarlo con i tuoi veri occhi. Quelli autentici, genuini, quelli di quando eri bambina.
E' bello il verde di quest'erba, belli i fiori stremati dal caldo, bella l'acqua azzurra di questa piscina nascosta, belle le voci dei miei genitori che borbottano in lontananza.
E allora chiudo gli occhi e mi soffermo sui rumori, che sembrano tutti così attutiti, lenti, delicati. 
Il paradiso lo immagino così. Senza porte d'oro, senza angeli dietro ogni nuvola, senza melodie perenni. Lo immagino ovattato, silenzioso, come una sorta di dormiveglia.
Questo è un sogno e la sola idea di svegliarmi mi terrorizza. 
Allora tengo le palpebre serrate il più possibile, fin quasi a sentire dolore tra le ciglia.

Sono in campagna da un po' e ne sto assumendo i ritmi cadenzati.
Sebbene non manchino di certo gli allenamenti, le pulizie e la solita certosina preparazione dei miei pasti, sento che tutto è più lieve, più lento, più semplice.
Il lavoro mi piace ma avevo bisogno di staccare, di dormire qualche ora il pomeriggio, di poter fare le cose con calma, di non dovermene sempre preoccupare. Bisogno di chiuderlo oltre un portone e non guardarlo troppo da vicino fino al momento di riaprirlo.
Allora me ne sto qui, godendo del tempo, che in fondo è ciò che sempre mi manca. 
Lo osservo, lo annuso, a volte persino me ne lascio avvincere, annoiata. Ma tutto sommato grata di averlo con me, di poterlo abbracciare come un compagno e non come un nemico.

venerdì 12 agosto 2022

Intrecci

Fonte: illibraio. it


Ho trovato delle bozze che non ricordavo di avere lasciato indietro. Qui, in mezzo ai testi già pubblicati. Bozze stanche, come fogli sparsi lasciati in giro che hanno iniziato a prendere polvere. 
Alcune mi somigliano più di quanto potrebbe fare un bel ritratto, più dei post a cui ho permesso di vedere la luce. Dunque ciò che si lascia in soffitta rimanda un'immagine più netta e nitida di quello che lasciamo camminare nelle stanze in chiaro? chissà. Forse è il quadro completo a colpire, l'alternanza della luce e delle ombre. 

C'è aria di pioggia, oggi. Ma qui poi non piove mai, non capita da mesi.
La tempesta si avvicina, si sentono persino dei tuoni in lontananza. Poi le nuvole si spostano e qui torna un sole massiccio che si poggia su ogni cosa, irrorandola di un calore inaudito.
Ma ora che queste nuvole sono qui sopra mi soffermo a guardarle, le osservo come se fossero cosa strana, sconosciuta. Come se non le avessi mai viste o non le ricordassi.
Sarà diverso quando andrò a trovare i miei, dove violenti temporali prendono il posto del sereno ogni pomeriggio, allo stesso orario, come un appuntamento preso in precedenza al quale si debba a tutti i costi prestar fede. 

Un bambino piange disperato, richiede l'attenzione della mamma.
Il suo pianto mi fa pensare alla vita, soprattutto ora che si arresta, che si ferma per poi riprendere più tardi. A questo andirivieni di sensazioni instabili, alla precarietà di noi esseri umani, a tutto quello che facciamo ogni giorno e a cui cerchiamo di attribuire un senso in mezzo alle corse, agli affanni, ma anche alle gioie, alle risa, agli sbalzi d'umore. C'è un senso? me lo chiedo anche io.
E mi rispondo di no, che non esiste, che non c'è. Che il senso è la ricerca stessa, è questo scavare tunnel dentro noi stessi, intrecciando vie che non conosciamo in mezzo ad altre che ci sono familiari. Al labirinto che ci creiamo addosso e da cui spesso facciamo fatica ad uscire. 

lunedì 8 agosto 2022

Dunque, Agosto.

 
Fonte: sololibri. net


Un nervosismo diffuso, che si propaga sottopelle insieme al sangue.
I primi giorni d'agosto li ricordo spesso così, accompagnati da questa inquietudine di fondo che opprime il vivere insieme al caldo, all'afa, alla stanchezza di un intero anno lavorativo.
Ancora una settimana e poi ci fermeremo per un po'.
Fred sta peggio di me, lo vedo che scalpita. Non sopporta più nessuno, probabilmente neanche me. Allora me ne sto per conto mio, cercando di infastidirlo il meno possibile.
Mi eclisso, divento invisibile. Lavoro, pulisco, preparo da mangiare, mi alleno. 
Sono efficiente, tutto sommato. 
Forse aspetto le ferie proprio per esserlo un po' meno.
Per staccare dai soliti schemi, per immergermi nella natura come e quanto voglio, per dormire di pomeriggio, per leggere poesie in disparte, per cercare il silenzio.
Qualche bagno in piscina, passeggiate nel verde, magari un gelato artigianale ogni tanto, lo yoga da praticare al sorgere del sole nel giardino dei miei genitori e soprattutto il ripristino totale ed incondizionato del benessere fisico e mentale. 

Però in questi giorni ho un compagno speciale ed è Nazim Hikmet.
Ho il suo libro di poesie sul comò. Ogni volta che lo apro mi sembra di poter cancellare completamente ogni altro pensiero. Mi assorbe. Mi fa sentire a casa. 
E lo sto amando moltissimo, come ho amato e amo altri poeti i cui libri apro spesso e che tengo nel comodino, chiusi, per poterli avere sempre con me. Credo che porterò anche un paio di loro a casa della mia famiglia, perché la campagna mi sembra il posto migliore per leggere poesie. Per sentirle dentro. Per farsi accarezzare l'anima e magari commuoversi un po'.

Si. Manca una settimana piena di lavoro ma con la mente sono già seduta in mezzo al verde con il libro di Hikmet tra le dita. Nel frattempo, semplicemente, tiro a campare. 

mercoledì 27 luglio 2022

Luglio, Col Bene Che Ti Voglio

 
Fonte: Frasissime


Sembra che questo caldo bestiale sovrasti ogni cosa. Le azioni, le emozioni, le sensazioni, forse persino i pensieri. Che aggrovigli tutto, che lo accartocci, che infine lo appiattisca.
Con i clienti, in negozio, non si parla più d'altro. Non c'è più la guerra, non ci sono più contagiati Covid di cui discutere sebbene siano ovunque, non si parla neanche più del caro benzina.
Sembra esserci solo quest'afa, questa umidità che penetra le ossa e sfinisce, questa calura ad ogni ora del giorno e della notte che schiaccia tutto il resto.

E allora quasi dimenticavo di dirvi che riesco a vedere il mio amico Saif regolarmente ora. E che lo scorso sabato sera siamo stati a cena insieme, in un gruppo di nove persone, divertendoci molto e trascorrendo tre ore in serenità. Mi ha anche fatto un regalo di compleanno, imbarazzandosi quando l'ho ringraziato mille volte, perché lui è così: generoso con le persone cui vuole bene. Salvo poi vergognarsi per un bacio di riconoscenza sulla guancia o un abbraccio.
Anche domenica il mio compleanno è stato festeggiato a dovere. Non che lo avessi programmato, però mia madre ci teneva e dopo tre settimane di separazione (causa Covid e altre questioni) senza dirmi nulla ha organizzato un pranzo con i fiocchi invitando anche i cugini. Pure lì faceva caldissimo, ovviamente, ma siamo stati così bene, tutti insieme, che sinceramente ho ricominciato a sentire il caldo solo al momento di ripartire, in strada.
E' stato un bel week end, più leggero di molti altri, più spensierato.
Ho fatto persino in tempo ad osservare il tramonto cadere a picco sul mare, dunque a berlo tutto con gli occhi, lasciandomi sopraffare dai suoi colori intensi. Mi sono fermata sulla spiaggia fin quando gli ultimi raggi scomparivano sul limitare dell'acqua e l'avvolgevano tutta, diventando oro liquido.
Quando sono rientrata a casa, dopo ore di gioie condensate, ho lasciato scivolare via il sudore sotto la doccia lasciando intatto tutto il resto: l'affetto che mi era rimasto addosso, l'allegria, le risate, le nuvole che coprivano il rosso del sole, un gelato assaporato sulla sabbia il cui sapore mi sembrava ancora di sentire in bocca.
Mi sono sentita serena, appagata. Come se i giorni strani vissuti fin lì fossero stati spazzati via dagli ultimi due, azzerandone l'amaro.

mercoledì 20 luglio 2022

Sospensione




Martedì 19 Luglio 2022, ore 12:39:

In questi giorni ho provato a scrivere più volte, senza riuscirci mai.
Quelli del Covid sono stati momenti sospesi, particolari, che avevo difficoltà a descrivere.
Otto giorni di positività, rientrata a lavoro il nono, appena tornata negativa.
La febbre alta, il dolore alle gambe, i polmoni affaticati, la stanchezza perenne. Avevo un solo bisogno ed era quello di stare sdraiata.
Al mattino mi facevo forte e mi allenavo appena appena, dunque facevo le pulizie, mi sforzavo di preparare i pasti e mangiare. Poi tornavo subito a letto, come se avessi corso maratone lunghissime.
Di notte dormivo come un ghiro, senza girarmi né svegliarmi mai. 
Ero isolata dal mondo, percepivo l'aria esterna solo uscendo un po' in terrazzo. Non sono stati giorni particolarmente caldi, quelli, al contrario di questi in cui son tornata alla solita vita.
Avevo il pensiero costante del lavoro, dei turni infiniti che Fred che stava coprendo al posto mio. Dovevo guarire per questo, per tornare al mio posto.
E allora non sono riuscita a sentire pienamente il calore dei messaggi di chi mi vuole bene, del tempo sospeso, di questa bella casetta assolata. Non sono riuscita ad ascoltare finalmente il mio corpo che si rilassava, che decelerava, che veniva costretto ad un'inconsueta immobilità.
Non stavo bene e ho ancora strascichi che forse mi porterò dietro per un po', tuttavia son stati giorni strani ma non brutti. La solitudine non mi pesava e il silenzio mi era amico. Mi rifugiavo in esso, mi crogiolavo in quella fissità. 
Le lenzuola erano fresche sotto il mio corpo, avvolgevo il cuscino con le braccia e lì trovavo il conforto che mi serviva. Tornare alla solita vita è stato necessario e voluto ma anche complicato. Non mi pare di avere ancora le forze ed il benessere che avevo prima che tutto questo iniziasse. 
Quel momento di sospensione è finito ma io mi sento ancora lì, a quel punto, in quel tempo fermo. 

Mercoledì 20 Luglio 2022, ore 15:48:

Oggi compio 37 anni. E di compleanni così sottotono ne ricordo pochi altri. Anche l'anniversario con Fred è passato in sordina, a distanza, quando ero positiva. E quando poi sono tornata a stare "bene", semplicemente non ci abbiamo pensato più. Era vita scivolata via, senza che ce ne accorgessimo, vita che forse non si aveva più voglia di recuperare.
E allora me ne sto qui in negozio, guardo la calura sopprimere il mondo intero appena fuori da queste mura. L'ibisco giallo è cresciuto a dismisura, più che una pianta è diventato un albero. Ci sono nove fiori aperti oggi, mi hanno accolto quando ho iniziato il turno, circa due ore fa. Ho pensato che fosse un bel modo di iniziare, con quei petali gialli, grossi, soli interi che mi accoglievano e che mi ripagavano delle cure che giornalmente gli offro, con tutta la loro bellezza.
Devo tornare a germogliare così anche io, al di là di questa debolezza, di certi pensieri dissonanti e stridenti, del solito immane fastidio che provo nel giorno del mio compleanno.

venerdì 8 luglio 2022

Pochi Giorni

 
Fonte: CreaMariCrea


Ore 20:57
Osservo il tramonto dal terrazzo con gli occhi un po' persi ma vivi. E' un tramonto di quelli banali, senza colori sorprendenti, senza nuvole dalle forme strane, senza atmosfere mozzafiato. Eppure dopotutto è un bel momento, questo. 
Sento Fred muoversi sotto la doccia e anche se non possiamo toccarci né abitare una stessa stanza, la sua presenza in casa dopo una lunga giornata di solitudine mi conforta. 

Sono positiva da due giorni, alterno brividi e febbroni a mal di gola e d'orecchio. Me ne sto isolata dal mondo intero che viaggia tranquillo anche senza di me. Gli alberi oscillano sotto il peso del vento, i cani vengono trascinati al guinzaglio, le automobili imboccano contromano questa via, il bambino dei vicini piange se non lo portano a passeggio. 
Tutto nella norma, direi. Tranne questo senso di noia che mi prende già dopo aver fatto colazione. E allora mi attivo nonostante il malessere, cercando di occupare le ore e provando a dargli un senso. Saranno pochi giorni nell'arco di un anno intero, passeranno anche loro.
Ricorderò le chiamate di mia madre e di mia suocera, le lenzuola stropicciate, i libri che ho aperto con incostanza, la tv che non ho mai acceso, i messaggi di mio fratello, i sacrifici di Fred in negozio, forse persino questo tramonto dai colori banali. 
Non sapersi fermare senza provare un infimo senso di colpa è una di quelle caratteristiche dalle quali non mi separo mai e anche in questa situazione mi batte sulle spalle e chiede il conto.

Fred è salito in mansarda, ci siamo salutati brevemente attraverso la zanzariera. Fa caldo lassù, si fa compagnia col ventilatore. Io me ne resto qui, decisa a non rientrare fin quando anche le ultime luci non si saranno spente.

venerdì 1 luglio 2022

Occhi Verde Acquamarina

Fonte: assisiofm .it


Gli occhi verde acquamarina di Anna sembravano sanguinare.
Non erano semplici lacrime, quelle. Erano stille di dolore. Una pioggia di sangue, flutti di un rosso vivo che dal cuore straripavano ovunque, venivano fuori zampillando come dallo squarcio di una ferita.
Arma da taglio, mi son detta.
Una pugnalata laddove fa male di più.
E più l'abbracciavo, tentando invano di consolarla, più mi bagnavo di quelle lacrime sanguigne.
Ne venivo intrisa.

Cosa vuol dire perdere un figlio lo sa solo chi ci passa. E noi tutti che speriamo di non doverlo sapere mai, ce ne stiamo lì a guardare rassegnati all'idea di non saper trovare parole giuste, parole che sappiano sanare, mettere punti di sutura, guarire.
Marco era una brava persona, una delle prime che ho conosciuto trasferendomi qui. E i suoi genitori ormai mi vogliono bene come se ci conoscessimo da sempre. E' così anche per me. Gli voglio bene.
Avrebbero potuto restare clienti come tanti e invece ci siamo reciprocamente affezionati sebbene non siano di quelli più assidui. Ci si incontrava più fuori dal negozio che al suo interno. E allora ci si fermava a parlare, a ridere, a scherzare. Ogni volta si fermavano con la macchina ovunque fossero, persino in mezzo alla strada, pur di parlare con me.
In comune abbiamo sempre avuto il sorriso facile ed un bisogno di selezionata socialità, ed è così che ci scegliemmo senza accorgercene nemmeno.

E lo so che dovrei esser dispiaciuta per Marco che non c'è più. Lo sono.
Ma più di tutto io sono dispiaciuta per queste due persone carissime che ora soffrono come non si dovrebbe soffrire mai.

lunedì 20 giugno 2022

Porte Chiuse

 


A volte è così che succede.
Una persona ti cade dal cuore e nello stesso istante, come il rintocco funereo di una campana di mezzanotte, il braccialetto che ti aveva regalato e che tenevi sempre al polso, si rompe. 
Cade a terra senza emettere un solo suono, spezzato senza alcuna ragione apparente, danneggiato irreparabilmente. 
E allora, anche se a quella persona avevi voluto bene proprio come a quel bracciale , capisci che è giusto così. Giusto che se ne siano andati insieme, nello stesso istante. 
Sai che si è sempre comportato come uno di famiglia, ma ora sai anche quanto dolore abbia arrecato a colei che hai sempre considerato come una sorella. E puoi sopportare che qualcuno faccia male a te, del resto non sei più una bambina. Ma tollerare che tocchino chi ami, proprio no.

Negli anni ho capito che non so riaprire le porte chiuse. Che quando una persona mi esce dal cuore non vi sarà modo di farla rientrare più. 
Potrei ridere ancora con quella persona.
Scherzare.
Mangiare persino in uno stesso tavolo. 
E da fuori sembrerebbe che nulla sia cambiato, mentre dentro ci sarebbe il vuoto, un campo nero bruciato dal fuoco. 
Lì dove prima c'erano spighe di grano e papaveri rossi ora vi è uno sconcertante deserto. E la rottura improvvisa ed inspiegabile di quel bracciale ha sancito il momento, come se ci fosse stato bisogno di un allarme che sottolineasse il propagarsi del fuoco sull'erba.

mercoledì 15 giugno 2022

Nove

 


Il nove, come tutti i numeri dispari, mi va a genio.
Non è tondo come un otto, non è morbido come un tre, non è pieno di spigoli come un quattro, non è fatto di strane linee come un cinque, non ha un bel culo tondo come un sei, non è alto e tagliente come un sette. 
Eppure è proprio un bel numero, di quelli che accarezzi col pensiero, con cui puoi fare persino amicizia. O almeno una chiacchierata sporadica su di una panchina, accarezzati dal sole e dal vento.

Penso al numero nove da questa mattina perché proprio oggi, trentanovesimo compleanno di Fred, sono nove anni che mi sono trasferita qui. In questa casetta tutta nostra, piccola ma graziosa, in un luogo che conoscevo appena e che pian piano ho iniziato ad amare.
E se lo amo, devo dirlo anche se probabilmente lo saprete già, è soprattutto grazie al mare. Alla sua potenza, al modo in cui mi è entrato dentro, alla sua capacità di farmi sentire a casa.
Perché tutto il resto mi piace e mi fa star bene, certo, ma son cose che forse avrei potuto trovare in un qualunque altro luogo che si discostasse dal caos della città. Ovunque forse avrei trovato le chiacchiere in strada, dei clienti a cui affezionarmi, i balconi fioriti, le scuole traboccanti di bambini più o meno allegri, un buon dottore come è il mio. Però il mare, Dio mio, questo mare è solo qui. Che quando vado in vacanza altrove mica mi piace allo stesso modo, come se fossero cosa diversa e non tutt'uno. 
Ho i miei angoli, le mie zone d'elezione, le mie strisce di sabbia preferite.

E allora ecco che questi anni che avrei potuto descrivere in modo romantico perché vissuti con l'uomo che ho scelto e che amo, si sono invece risolti nell'ennesima ode al mio elemento naturale. 
Ma del resto temo che romantica non lo sarò mai.
Forse in un'altra vita, quando scriverò poesie invece di leggerle, quando dipingerò fiori anziché fotografarli. E così via. 

martedì 7 giugno 2022

In Ascolto

 
Fonte: ecoidee. it


Scrivo poco, lo so.
Proprio il minimo sindacale per non lasciare queste pareti del tutto spoglie.
Faccio fatica anche a seguire i vostri, di blog, sebbene gli sia affezionata come se fossero anch'essi miei. Perché mi distraete, mi fate compagnia, mi consentite di esser piccola parte delle vostre vite.
Però a volte va così, le giornate diventano un turbine dal quale lasciarsi inghiottire e i momenti da spendere online, comodamente seduti sul divano di casa, si assottigliano fin quasi a sparire.
Allora scrivo ora, anche se sono in negozio, approfittando di qualche spiraglio di tempo solitario tra un cliente e l'altro. Smetto e ricomincio di continuo, non dando neanche il modo ai pensieri di allinearsi fino a diventare presenza materiale da lasciare appoggiata qui come un soprammobile sul comò di un'ariosa camera da letto.

Sono stata al mare questa mattina, era bello di una bellezza mozzafiato come in fondo lo è sempre, soprattutto quando il cielo è così blu, quando le onde sono così cadenzate, quando il rumore è così magnetico da farmi venir voglia di togliere le cuffie e restare ad ascoltare.
Restare in ascolto, che bel termine.
Di chi riesce a fermarsi, a prendersi un momento. Ascoltare non è sentire, non è solo porgere l'orecchio. Non è intuitivo ed immediato quanto il gusto o la vista. Per ascoltare bisogna lasciarsi spazio, avere quella giusta predisposizione d'animo. Non si può ascoltare in fretta, non lo si può fare quando si pensa ad altro o si è invischiati in quel turbine di cui poco sopra.
Per ascoltare bisogna star fermi, aprirsi a qualcosa o a qualcuno nello stesso modo in cui questo qualcosa o qualcuno si apre a noi. Ed è così che il mare mi ascolta mentre io l'ascolto. E' uno scambio, un'interazione, è l'entrata dell'uno nell'altra e viceversa. E' connessione. Come quando in quella piccola palestra con il parquet di legno ed il semibuio, Simona ci aiutava a connetterci con la terra, il respiro, l'universo per intero. Ero sul mio tappetino ma ero anche altrove. Ero Sara ma ero anche un tronco d'albero, la coda pelosa di un canelupo cecoslovacco, un papavero appassito ai bordi di una strada periferica. Ed ero le nuvole, gli uccelli, le alte cime di una montagna.
Erano belli quei momenti lì, belli da togliere il fiato.
E il fiato oggi me l'ha tolto anche il mare, che si è preso un pezzo di me, donandomi un pezzo di sé, e tutto ha assunto un significato più pieno e più vero, che poi è quello che voglio accada sempre quando sono lì. 

mercoledì 25 maggio 2022

Come Pollini nell'Aria

 
Fonte: airplast. it

Saif se ne è andato.
Come era prevedibile dal clima di malcontento che si respirava da un po' di tempo, i rapporti con i suoi datori di lavoro sono esplosi e su due piedi li ha lasciati.
Mentirei se dicessi che la sua uscita di scena mi abbia lasciata indifferente. In realtà mi manca.
Lui che ogni giorno passava all'inizio del mio turno a chiedermi "Come stai Sara?".
Lui che la sera prima di Pasqua è venuto qui con un uovo tutto per me.
Lui che a San Valentino ha regalato a tutti noi una scatola di cioccolatini a forma di cuore.
Lui che mi raccontava della sua terra e che rideva in modo buffo.
Lui che meditavo, una sera, di invitare a cena affinché potessimo trascorrere del tempo normale insieme, senza le sembianze lavorative a cui eravamo abituati.

Fred in questi mesi gli aveva trovato un lavoro migliore ma Saif non lo aveva accettato.
E così ora lo perderò per strada come tutte quelle persone a cui mi sono affezionata e che in un giorno qualunque hanno smesso di far parte della mia quotidianità. 
Non provo dolore. E' più una forma di rassegnazione, di straniamento. Come se il mio cuore, dopotutto, avesse imparato a proteggersi, ad attutire gli urti. 
E' cresciuto. Sono cresciuta.
Ed ho imparato a dare il giusto peso a certi eventi. E forse in fondo la sua sparizione l'avevo già messa in conto e tenuta lì, in attesa di vederla materializzarsi. 
Ora che è successo alzo le spalle, osservo il vento sollevare i pollini a grappoli di lana bianca e vedo  Saif librarsi insieme a loro, mite presenza di cui, mio malgrado, dovrò fare a meno. 

mercoledì 18 maggio 2022

Stupore

 

C'è un elemento costante in questo periodo, anno dopo anno, ed è la sensazione di sorpresa nel rivedere gente su quella striscia di spiaggia che in inverno ospita (quasi) me sola. E come io faccia a provare ancora meraviglia per qualcosa di così assolutamente prevedibile e consueto, lo ignoro.
Forse sono come quei bambini che spalancano la bocca per lo stupore ad ogni minima scoperta del mondo che li circonda. Conservo sempre quel moto di sconcerto che mi rende diversa dagli altri adulti che conosco. Non trovo mai nulla di scontato in ciò che io vivo, neanche quello che ho visto molte altre volte. Come se all'universo dovessi esser grata sempre, ogni mattino in cui sorge il sole. E come se in fondo un po' restassi attonita per questo ripetersi di un evento che è reputato normale da tutti gli altri. 

Fa caldo qui dentro, la bella stagione pare essere finalmente iniziata. Per trovare un po' di refrigerio mi appoggio di sbieco accanto alle scale e aspetto che l'aria che sbuca da sopra mi accarezzi la pelle. 
La stessa pelle sulla quale medito di fare un tatuaggio, prima o poi, ma rimando da anni e allora chissà se su queste pagine racconterò mai di averlo indosso. 
Eppure a volte mi capita di accarezzare quella piccola porzione di inguine e immaginarlo già lì. Quasi par di sentirlo, di poterlo già sfiorare con le dita, di pensare che una presenza vagheggiata sia già realtà. 
Forse si sta muovendo lui stesso, mi viene incontro, mi aspetta nello stesso strano modo in cui lo sto facendo io. Come una creatura che debba esser data alla luce. E' presente da qualche parte, nella mia mia mente e nella sua, e forse un giorno lo porterò in giro sotto gli abiti e mi sembrerà di averlo sempre avuto lì. Senza alcun prima e dopo, inseparabili già prima di unirci.

venerdì 6 maggio 2022

Senza Respiro



Quando lunedì sono entrata in negozio, finalmente senza mascherina, indossavo un sorriso splendido.
Ero felice. Felice e solare come non accadeva da tempo, tra queste mura. Come se finalmente potessi tornare a respirare, a ridere, a scherzare, a giocare con i clienti. Ed è stato esattamente così. Tutto era tornato ad una dimensione umana, senza filtri, senza barriere, senza tappi.
Era come essere di nuovo me stessa e come se le persone che avevo di fronte fossero sé stesse. Mi libravo come una farfalla tra gli spazi, sorridendo persino a coloro per i quali avevo sempre provato antipatia. Mi sentivo libera, leggera, Sara di oltre due anni fa.
E quando poi, stamattina, mi è stato detto che l'obbligo di indossarla a lavoro era stato ripristinato, mi è sembrato di ricevere una tegola in testa. Ho sentito distintamente il tonfo, dunque il dolore, il bernoccolo che cresceva, una lacrima solitaria che scendeva a tradimento.
Perché la verità è che sono esausta. E che questo respiro a fatica trattenuto e represso, ora non riesce più ad essere né trattenuto né represso. Satura fin dentro le vene, i polmoni, le ossa, quella linfa vitale che rende un essere umano ciò che è. 
Ora me ne sto qui, con la mia divisa scura, di nuovo cupa e tappata. Sento che l'aria viene a mancare di nuovo, che questa tortura viene spostata sempre più avanti, come un'asticella che non vuol riuscire a cadere. Nauseata.

E non voglio sentire da nessuno che finirà, che manca poco, che è questione di giorni o di mesi. Che devo portare pazienza, che sono esagerata, che è un discorso da persona viziata.
Non voglio sentire da nessuno che questa piaga abbia ancora una qualche spudorata giustificazione perché è un discorso becero che non ho più alcuna intenzione di ascoltare.
BASTA!

giovedì 28 aprile 2022

Pioggia Allegra

 

Erano anni che non ridevamo così spensierati sotto la pioggia.
E anche se non era torrenziale come quella volta lì, l'umidità ci avvolgeva ugualmente le ossa facendoci tremare. Me soprattutto, che mi lamentavo come una vecchia gallina solo per farti ridere, per vedere quegli occhi lì.
Si, proprio loro. Quelli che conosco solo io. Che si riempiono di uno sbalorditivo calore quando mi guardano. Hai un'espressione diversa quando lo fai e non ti ho mai visto usarla con nessun altro.

Le vie di Foligno, che al mattino brulicavano di gente sotto un cielo che sembrava disegnato, ora erano semideserte e allora potevamo saltellare, ridere e gridare come due adolescenti, completamente indisturbati. Dismesse le vesti impegnate e responsabili degli altri giorni, potevamo sembrare due giovani allegri come tanti, senza un solo pensiero al mondo a gravargli sulle spalle. E' vero che viaggiare apre la mente, ma in molti casi serve soprattutto a ridelineare le priorità, a ricordare che non esiste solo il lavoro, che molto altro lì fuori aspetta di essere vissuto, meglio ancora se insieme.

Abbiamo trascorso due giornate meravigliose nel cuore verde dell'Umbria, fra bellezze che ho fotografato in ogni angolo mentre tu mi aspettavi, paziente.
Eppure, di tutto quel che abbiamo visto e vissuto, ricorderò con più vigore proprio quella passeggiata sotto gli ombrelli, come testimonianza del fatto che in fondo, pur essendo passati tanti anni, non siamo cambiati poi molto.
E soprattutto che anche le piogge non sono tutte uguali, che ce ne sono alcune che ti sporcano e altre che, invece, ti sanno lavare.

giovedì 14 aprile 2022

Cielo Stinto

Fonte: uwalls. it




Che apatia.
Sarà questo grigiore, questo ritmo lento.
Sarà che mi manca il mare, perché da giorni gli sono lontana. La vita a volte assume ritmi tutti suoi e non ti chiede cosa vuoi tu, ti fa procedere sui suoi binari fin quando ti accorgi che ad un certo punto, forse, avresti voluto sterzare. Cambiare direzione, magari correre di nuovo indietro oppure abbandonare le rotaie per una strada sterrata ma priva di confini.
Ho poca voglia di essere a lavoro, oggi. O da qualunque altra parte, in realtà.
Poca voglia di aprire la bocca e parlare, di esprimermi come qualunque altro essere umano. Quando a dirla tutta mi sento un uccello che migra, che si sposta, che attraversa i mari e si posa su alberi sempre nuovi.
E non so perché questo cielo stinto mi fa venire questi pensieri. Ero allegra fino a ieri, lo sono stata spesso. Sentivo addosso l'aria della primavera nonostante il vento che ci falcidia le ossa da mesi. Sentivo la sensazione di una nuova stagione che si apre verso altre prospettive.
Le sento anche ora, a ben guardare, eppure sono qui che scrivo di malinconie latenti quando invece potrei esprimere le altre bellezze che ho dentro e che non riporto mai, che custodisco gelosamente, come se fossero solo mie, come se m'appartenessero più di questi momenti di smarrimento.

Ci sono dei ragazzi qui fuori. Più che ragazzi, uomini tra i trenta e i quarant'anni. Uomini soli, come direbbe quella canzone. Senza una compagna, senza qualcuno che li ami. Vengono quasi ogni giorno, se ne stanno qualche ora insieme, consumano, chiacchierano. Non so cosa si raccontino, a volte li ho sentiti parlare di giochetti da playstation. Si fanno compagnia. 
Sono brave persone, un po' strane, ma del resto esiste qualcuno che non lo sia? abbiamo tutti uno strambo mondo interiore, fatto di cose che gli altri, quantomeno la maggior parte, non percepiranno mai. I nostri lati oscuri, le nostre lune. Le zone d'ombra. 

domenica 10 aprile 2022

Definizioni

 
Fonte: dianacordara. it


Mi capita di interrogarmi sull'Amore. Non sul mio, non necessariamente.
Penso a qualcosa di astratto, di generico. 
Al sentimento nudo e crudo, così com'è, al suo significato più profondo. Una sorta di disquisizione filosofica con me stessa, un botta e risposta senza esclusione di colpi, una partita a scacchi dove non si vince e non si perde mai.
E negli anni credo di aver cambiato idea tante volte perché quel concetto è cresciuto e si è modificato insieme a me ed è destinato a mutare ancora, multiforme e variopinto come solo lui sa essere.

Ma dovendolo definire adesso, in questa domenica sera qualsiasi, volendolo incasellare da qualche parte, ho pensato che abbia a che fare con il denudarsi.
Spogliarsi dalle sovrastrutture, dalle maschere, dai preconcetti, da quelle barriere di cemento armato che erigiamo tra noi stessi ed il mondo. Le facciate, i gesti che non ci appartengono del tutto, quelli che mostriamo per non soccombere. Le armature, gli scudi, le persiane sbarrate dinanzi al nostro cuore.
Forse amare significa soprattutto mettersi a nudo, permettere ad un altro essere umano di vederci proprio come siamo, nel bene e nel male. Dirgli, anche senza proferir parola: "Io sono questo. Non sempre sono un leone; ho delle debolezze, delle mancanze, dei difetti che non mi perdono. Però sono tuoi, se li vuoi. Tu li puoi vedere, sentire, ammirare. Puoi anche camminargli sopra. A te lo permetto. Ma se li amerai, se li amerai anche più di come so fare io, allora forse questo viaggio lo potremo fare insieme. Non sempre sapremo in anticipo dove ci condurrà. E forse a volte avremo voglia di gridarci addosso, o penseremo di scapparcene lontano. E sarà dura, in quelle volte lì. Perché tu mi ferirai ed io ti ferirò. Ma se sarà davvero Amore, quello che abbiamo, allora avremo anche la forza di abbracciarci di nuovo e perdonarci, di riprendere la strada."

E un discorso del genere si può fare solo se si ha il coraggio di mostrarsi come si è. 
Di abbandonare le protezioni.
Che non ha nulla a che vedere con l'annullamento di sé stessi perché Amore vuole sempre il proprio bene. Ma semmai di consentire all'altro di guardarci davvero, di permettere a noi stessi di essere anche deboli. Fragili. Ma soprattutto vulnerabili.
Forse amiamo davvero solo quando l'idea che quel qualcuno ci possa fare male, distruggere, annientare, non ci sembra più così terribile. Riconosciamo l'eventualità e decidiamo ugualmente di correre il pericolo, di gettarci senza paracadute verso un vuoto che ignoriamo, incoscienti ma coraggiosi, straordinariamente folli ma temerari.

mercoledì 30 marzo 2022

Inesorabile




Il cielo, così grigio da avvicinarsi al bianco sporco, mi osserva sfrontato al di là delle tende abbassate a riparar la veranda del negozio. Piove dopo tanto tempo e come se nel frattempo si fosse scordato come si fa, piove in modo scomposto, disordinato, privo di logica.
E chissà perché quando piove mi viene sempre voglia di scrivere, come se la pioggia stessa mi ponesse in un animo di riflessione, di disincanto, di pensiero straniante. 
Guardo fuori come se tanto accanimento sul selciato mi destasse una qualche forma di preoccupazione, e invece ne sono soltanto affascinata ed annoiata in pari misura.

E' morto un uomo che conoscevo una decina di giorni fa. Con Fred ce ne siamo accorti solo perché per puro caso, passeggiando su una piazza, abbiamo visto la sua foto guardarci da un manifesto mortuario. Aveva cinquantuno anni, straniero, lo conoscevamo da tempo immemore. 
Veniva qui sempre con la moglie, come se l'uno non potesse esister senza l'altro, come fossero un'unica entità. Che dovessero fare una ricarica, prendere un caffè o pagare una bolletta, erano sempre in coppia. 
Una coppia silenziosa, tranquilla, pacatissima.
E' caduto da un ponteggio mentre lavorava. Come è successo lo abbiamo saputo da lei, proprio ieri, in mezzo a lacrime dolorosissime che verranno asciugate con estrema fatica.

Della morte si parla sempre come di qualcosa di troppo lontano o troppo vicino, perché fondamentalmente ci appartiene tutti, è con noi dal primo vagito. Si può forse dire che quel primo pianto decreti il fischio d'inizio di una partita che cercheremo di giocare al meglio, ma che inevitabilmente condurrà ciascuno di noi allo stesso inesorabile risultato.
Ed è un pensiero così triste, ansiogeno ed immenso, da volerlo ricacciare indietro ogni qual volta ci spunti tra i capelli a guastar la quiete dei neuroni. Come se scacciarlo bastasse ad allontanarlo, a farlo sparire per sempre, a non farlo tornare più.
Forse tutto quello che facciamo, il modo in cui riempiamo di cose e di vita le nostre giornate, non è altro che un timido tentativo di evasione da quel tarlo doloroso ed implacabile che ci asfalta le teste.

E allora non posso fare a meno di pensare a come l'esistenza di questa donna silenziosa sia stata spazzata via in un secondo, come in fondo succede tutte le volte. E che d'ora in avanti, quell'entità fatta di due metà perfettamente sovrapponibili, debba accontentarsi di vivere come se a mancare fosse un organo vitale. Mutilata. 

lunedì 21 marzo 2022

Briciole di Pollicino

 



Indossava un maglione verde acqua su una camicia blu. Quando sono entrata in casa guardava il Papa celebrare la solita messa della domenica. Prima ancora che potesse alzarsi dalla sedia lo stavo già abbracciando. Forte. A lungo. Per scongiurare quella paura di perdere anche lui, l'ultimo zio che mi è rimasto tra quelli con cui sono cresciuta.
"Ma com'è che ti fai sempre più brutta? proprio non ti si può guardare", mi ha detto ridendo.
E ho sorriso anche io perché aveva gli occhi pieni di un amore potentissimo che ha origini tra gli alberi di mele, su panchine di legno scuro, su prati di margherite e fra i filari di uva rossa. 

Abbiamo pranzato insieme, lui maestoso a capotavola. Come al solito ho finito il mio piatto molto prima che tutti gli altri terminassero la loro sequela di portate. E allora mi sono seduta in balcone, con la faccia al sole, e la sua voce che mi arrivava leggera al di là della tenda in mezzo al tramestio delle stoviglie.
Non lo guardavo ma ne sentivo la presenza forte dominare la stanza col suo fisico imponente. Avevo il cuore in pace in quel momento, come se davvero nulla di male potesse accadere tra quelle mura.

E' passata più di una settimana da quel giorno, non so davvero perché ne parlo ora, come se il ricordo di quei momenti volesse in qualche modo essere sigillato da qualche parte, una mappatura precisa non tanto di quello che ho fatto ma di quello che ho sentito.
Mi era mancato immensamente, troppo. Sentivo pezzi di me che si staccavano e andavano a perdersi per strada, come cellule morte o le briciole di Pollicino.
Poi eccolo lì, finalmente, con quell'occhio triste che non aveva avuto mai e che ho fatto finta di non notare ma a cui mi capita di pensare nei momenti più disparati.
Se penso a quanto l'ho visto sbuffare e litigare e sopportare le follie e le manie dittatoriali di mia zia eppure non lasciarla mai, stanco ma instancabile. Ed ora che lei non c'è più, che le stanze sono vuote senza quella voce squillante che urlava ordini a tutto spiano, lo vedo solo e disperato come non è stato mai.
Mia zia era una donna estremamente difficile da sopportare e lui l'unico uomo al mondo che potesse farlo. Come si sopravvive ad una presenza del genere? a stento, a quanto pare.
E per questa sofferenza silenziosa sento di amarlo ancora di più.