sabato 27 febbraio 2021

Come Uno Struzzo

 
Fonte: gelestatic. it


E' ora di confessarlo: ho smesso di seguire le notizie e son passati mesi, ormai, dall'ultima volta in cui mi sono informata in modo approfondito di ciò che stava accadendo nel mondo.
Niente telegiornale, nessun quotidiano, social filtrati.
Non dico sia l'atteggiamento giusto, dico solo che mi sta salvando.
E a chi mi dirà che sto mettendo la testa sotto la sabbia come gli struzzi, vorrei rispondere soltanto che a me gli struzzi piacciono moltissimo.
Ne ho persino uno che si chiama Bernardo, all'interno di una fattoria che a conti fatti non mi appartiene e non mi apparterrà mai.
E poi mi piace la sabbia. Il suo calore sotto i piedi in piena estate. La consistenza dura in inverno. Il colore ambrato, che a volte diventa più scuro, ma che sotto il sole luccica come se fosse un tappetto fatto di microscopiche stelle.

Me ne resto nella mia bolla di fragilissimo cristallo nella quale non faccio entrare numeri, bollettini, casistische, opinionisti, no vax, negazionisti, ipocondriaci, super esperti, virologi.
Lo faccio come forma di tutela nei miei riguardi.
Tengo a tal punto alla mia serenità da non volerla alterare più dello stretto necessario.

E' un atteggiamento maturo? Ovviamente no. Ma chi ha mai voluto esser matura a tutti i costi? non sono un'albicocca.
Abbiamo detto che sono uno struzzo, no? E struzzo sia. 
Vado ad allisciarmi le piume.

sabato 20 febbraio 2021

L'Ora del Silenzio

Fonte: yogamonza. com


C'è un completo silenzio a quest'ora, è sceso sul mondo con la stessa potenza oscura della notte.
Mi appoggio ad esso come se fosse un amico sulla cui spalla avessi voglia di sorreggermi.
Chiudo gli occhi per pochi istanti, quasi per assopirmi.
Ma li riapro subito, ancora vigile.
E' il 20 febbraio. Quasi il 21, ora che la mezzanotte sta per scoccare i suoi rintocchi.

Dove sono andati i giorni dell'inverno? Com'è possibile vivere la sensazione di non averli visti, vissuti, percepiti?
Dove ero io quando si succedevano l'uno all'altro, inesorabili?
Ho sempre detestato questa fredda stagione e provo sollievo nel constatare che tra un mese esatto nuovi boccioli adorneranno le strade e i giardini in un primo giorno di primavera.
Tuttavia mi chiedo come sia possibile non essermi accorta di nulla.
Della pioggia, del gelo, degli alberi spogli, delle foglie cadute a terra, delle ore di buio, di novembre che diventava dicembre e poi dunque gennaio e infine eccoci qui.
C'ero. Io ero sicuramente lì.
Ma adesso, se mi guardo le mani, noto di non aver afferrato alcunché.
Sono vuote, non contengono altro che aria.
Eppure di cose ne ho fatte, non mi sono fermata mai, in nulla. 
Le ho fatte ma è come se ora faticassi a ricordarle, come se fosse stato il mio corpo a ripetere azioni e gesti meccanici e la mia mente si fosse dileguata, non vi avesse preso parte.
Sento di aver perduto questo inverno, di averlo lasciato in balia di se stesso, di essermi abbandonata agli orari scanditi dall'arancione e dal giallo che altri hanno deciso e a cui mi sono lavorativamente adeguata. E mentre mi adeguavo perdevo un po' di me, un po' delle mie sensazioni, del mio gusto, del mio olfatto, della mia visione delle cose. Ho visto i sensi affievolirsi e perdersi da qualche parte.
Solo ora mi accorgo di volerli ritrovare, perché senza i miei sensi io sono vuota.
Vuota come quelle mani che stringono solo aria.

domenica 14 febbraio 2021

Quel Giorno

 


Ricordo tutto di quando ci siamo conosciuti.
Le tue braccia forti da pallavolista.
I tuoi occhi verdi dietro gli occhiali.
La maglietta che indossavi e che non mi piaceva neanche un po' ma che ti cadeva addosso così bene.
Il tuo sguardo già un po' perso, come se io fossi stata l'ottava meraviglia del mondo. O forse la prima, perché delle altre meraviglie del mondo non ti importava più.
A quell'età mi sentivo solo un mucchietto di macerie e di difetti eppure tu guardavi tutt'altro. I miei capelli ricci, la mia pelle bianca, il modo in cui mi mordevo le labbra, la timidezza con cui ti sfuggivo quando mi fissavi, gli occhi che mi si accendevano quando il mio corpo rispondeva al tuo come se fossimo stati ferro e calamita.
Ma soprattutto ricordo che non abbiamo mai smesso di ridere. Che TU non hai smesso un solo attimo di farmi ridere.
E ridere è la cosa più seria che conosca.
Che con le persone si può condividere qualunque cosa.
Qualunque cosa, sul serio.
Ma ridere così...con la pancia, il cuore, con tutti i muscoli e con ogni fibra del corpo...ridere così, si può farlo con una sola persona al mondo.
E la mia persona sei tu.

E allora quando avremo 80 anni, anche se nel frattempo ti avrò fatto arrabbiare, forse persino piangere e di certo ti avrò fatto bestemmiare, anche se a volte avrai maledetto il giorno in cui m'hai incontrata, ma di ogni giorno insieme avrai sentito scorrere la vita più che con chiunque altro.
Allora spero che vorrai ancora cantarmi una di quelle di tue assurde canzoni demenziali e farmi ridere come una bambina.
E dopo aver finito di ridere fino a stare male, con gli occhi accesi, ti bacerò come ogni volta e ti dirò quello che ti dico sempre.
E tu sai cos'è.
Ed io so cos'è.
Tua, Sara.

mercoledì 10 febbraio 2021

La Vita in un Soffio

 
Fonte: Fabrizio Caramagna



La tua foto ora è qui davanti, incollata ad un grosso barattolo bianco.
La maggior parte di coloro che entrano non la notano neppure, anche se l'abbiamo posizionata proprio davanti ai loro occhi.
Io da qui non la vedo. E come potrei? Sono dall'altro lato del bancone.
Però so che c'è. Ne sento tutto il peso. 
Mi pare di vederla la tua faccia sorridente, i tuoi capelli corti e scuri, gli occhi piccoli e sinceri.

Eri qui lo scorso sabato, parlavi con un altro cliente abituale dei tuoi problemi alla schiena, alle spalle, al collo. Normale routine, anche per uno sportivo come te.
E dopo tre giorni. Dopo soli tre giorni dannazione, hai lasciato questa terra lasciandoci tutti costernati.
Annichiliti.

Ciascuno rinchiuso dentro i suoi pensieri, che hanno più o meno tutti lo stesso spessore.
Il pensiero di tua moglie, dei tuoi figli.
Del vuoto che lasci in ogni persona che ha avuto a che fare con te.
Che sei sempre stato onesto, educato, lavoratore, pulito, mai fuori le righe.

E come sempre in questi casi, non si può fare a meno di interrogarsi sullo spessore della vita. A quanto valga, al senso che ciascuno di noi dovrebbe trovargli ma che forse non esiste neppure.
Un soffio di vita. La vita in un soffio.
Nasci, cresci, costruisci cose più o meno importanti, più o meno simili a quelle di tutti gli altri.
E poi un giorno, un giorno qualunque al quale avevi pensato a volte di sfuggita, cercando di distrarti il più possibile per scappare a quella sensazione di angoscia che ti chiudeva la gola...un giorno qualsiasi, dicevo...muori. 
Due minuti prima sei lì che pensi alla partita, o al mutuo, o alle bollette, o all'ultima volta che hai fatto l'amore con tua moglie, o a quando ti sei arrabbiato con tuo figlio.
E due minuti dopo non ci sei più, sei già diventato ricordo, rimpianto, rimorso, dolore, un pensiero a cui qualcuno dedicherà lacrime e dolore e sensazioni distruttive di ogni genere.
Tre giorni dopo la tua faccia è su un barattolo, all'interno del bar che frequentavi, con la speranza che qualcuno voglia aiutare la tua famiglia con tutte quelle spese di routine che pensavi di poter pagare tu.

lunedì 1 febbraio 2021

Primo Febbraio

 
Fonte: The Italian Times


Era il primo febbraio di quattro anni fa.
Di fronte agli occhi si sofferma il ricordo di una mattinata rigida, nebbiosa, prepotentemente grigia.
Poca gente in giro, oltre la musica sentivo solo le automobili sfrecciare via.
Indossai le mie nuove scarpette fucsia ed uscii. 
Ricordavo le parole di Fred.
"Secondo te sarò costante, riuscirò a farne un impegno fisso?"
"Secondo me no".
Quel no mi aveva fatto male. Ma mi aveva anche dato la spinta per dimostrargli che invece avrei potuto farcela. 

Iniziai a camminare. Un passo dopo l'altro, quasi arrancando, come se avessi dovuto imparare a farlo di nuovo, come se fino a quel momento avessi mosso gli arti in maniera casuale, automatica. Avevo le gambe rigide di chi si era appena svegliata e non aveva mai fatto sport. Tornata a casa ero stanca.
Però il giorno dopo uscii di nuovo. Aumentai il tempo fuori casa. Poco poco, piano piano.
E così il giorno successivo, e quello dopo ancora.
Dopo un mese non potevo più farne a meno.

Finalmente stavo imparando a conoscere il posto in cui mi ero trasferita.
Gli alberi, le case, i giardini, i nomi delle vie, le abitudini delle altre persone. Quel luogo stava diventando il mio luogo. Quella gente stava diventando la mia gente.
E camminare velocemente mi piaceva. Guardavo tutto con occhi nuovi, sentivo il mondo come non l'avevo mai sentito prima. E cominciai anche a scattare, perché quelle sensazioni andavano immortalate. Fissate da qualche parte, trattenute. 
Non mi bastava viverle, dovevo tenerle con me.

Era il primo febbraio di quattro anni fa e la mia vita, senza che ne avessi ancora il benché minimo sentore, posava il primo passo su una strada nuova. La mia esistenza quel giorno cessò di essere quella che era sempre stata e cominciò a cambiare. 
Oscillando si fermò ad un bivio e accarezzò l'idea di prendere il percorso non ancora battuto, quello che non mi apparteneva, ma che un giorno avrei sentito mio fino al midollo.
Perché un gesto qualunque trasformò il mio modo di vivere, il mio modo di pensare, il mio modo di prendermi cura di me stessa.
Tutto il resto arrivò successivamente. Lo yoga dinamico, il fitness, l'energia, il bisogno, l'adrenalina.
Ma quel giorno avevo gettato le basi per tutto quello che sarebbe arrivato in seguito, per la donna che sono ora. Che non è niente di speciale, ma io amo quella donna. L'amo visceralmente.
E prima di quel giorno non l'avrei detto mai.