giovedì 31 dicembre 2020

Battute Finali

 
Fonte: Annalisa Barbier


Siamo alle battute finali di questo anno che ci ha travolti tutti come uno tsunami.
Ci ha presi di petto e ci ha messo spalle al muro. 
Da quella posizione di potere faceva il gradasso, un gigante che ci ha fatti sentire piccoli e indifesi. Omuncoli disarmati, spogli, nudi. 
Ha riso di noi tutte le volte in cui ci era sembrato di poter sfuggire alla sua presa e ci ha rimesso nella posizione di partenza. Ci guardava sospirare, aver paura, sentire la gola chiudersi per l'assenza di libertà o per la voglia di abbracciare qualcuno.
Con la sua stazza ci ha impedito di scorgere la luce, anche se magari a volte gli passava da sotto le gambe e tra le braccia. E grazie a quegli spiragli sognavamo, osservavamo il mondo com'era stato, come lo ricordavamo. Il mondo che ci aveva tolto, che improvvisamente non ci apparteneva più.
Ci eravamo spesso sentiti onnipotenti, creature privilegiate in grado di poter schiacciare a piacimento le altre. Ed ecco invece che un anno ci faceva cambiare prospettiva, ci faceva sentir noi le prede. Costretti ad arrancare, a nasconderci, a sperare che prima o poi si stufasse di noi, che magari scegliesse qualcun altro. 
Cambia l'anno in queste ore e ad aspettarci al di là del guado ci sono i suoi eredi.

Eppure.
Eppure.
Eppure anche in un anno nefasto come questo abbiamo collezionato qualche ricordo piacevole.
Non dite di no.
Lo so che è così.
Sento i ricordi di attimi felici che vi attraversano le iridi. Li state riguardando, come se fossero lì davanti. Come se ancora poteste sentirne l'odore. O percepirne il calore. O vederne i colori, tutt'intorno. Fotogrammi vividi, incantevoli, che vi sorridono. 

Vi invito a portarveli dietro, lasciando fuori tutto il resto.
Il male, il dolore, a meno che non vi abbiano resi migliori, lasciateli dove vi hanno attraversati.
In queste ore sentitevi accarezzare solo dal bello, anche se poco, anche se fievole, anche se faticate a tenerlo in mano. Anche se vi sembra che voglia sfuggirvi, sgusciare via. Perché la felicità è così, una farfalla libera che non può esser catturata.
Tenetevela negli occhi, sentitela nel cuore, respiratela nell'anima. E domani mattina, quando un nuovo anno vi colpirà in viso con il suo primo raggio di sole, sorridete. Entrateci così, nel 2021.

Questo è il mio augurio per voi. Per noi.
Di andare avanti con il sorriso sulle labbra come se fosse una potente spada in grado di sconfiggere ogni altro nemico. Noi possiamo. Se ci crediamo, noi possiamo.
Auguri amici. A ciascuno di voi.


domenica 27 dicembre 2020

Colline

 
Fonte: tiscali ambiente

Natale se n'è andato, eppure è ancora qui con me. 
L'ho assaporato, gustato, trattenuto tra la lingua e sotto i denti come un pezzo di cioccolato fondente che volessi far sciogliere a poco a poco. E una volta oltrepassata la gola ho chiuso gli occhi, grata ed appagata.
Avrei potuto essere una trentacinquenne rampante, invece ho ancora bisogno di farmi stringere dal calore familiare per ricaricarmi. Preso a piccole dosi, ma dosi fondamentali. 
Le voci, i profumi, le risate, i giochi. 

Sono a casa mia ora, stesa sul mio letto, circondata dalle mie cose.
Ma solo poche ore fa passeggiavo in campagna, visitando case abbandonate, calpestando foglie gialle scricchiolanti, guardando il cielo azzurro.
Sola eppure in compagnia.
Sentivo il respiro della Terra, la fissità di un luogo ormai quasi disabitato e quindi così silenzioso da sentir l'eco di ogni pigna caduta al suolo. 
C'era il sole ma avevo freddo, eppure andavo avanti, volevo risalire la collina, vederla dall'alto.
E una volta lì ho osservato quella moltitudine di colori e sentito l'assenza di suoni avvolgermi tutta facendomi sentire a casa. 
E quindi la gratitudine. Forte, intensa, quasi brutale, che mi risaliva dai piedi fino al petto come un flusso sanguigno inarrestabile. 
Sono ridiscesa quasi subito. Non avevo incontrato nessuno. Ero sola con la natura, in quei luoghi d'infanzia che conosco come le mie tasche e che nonostante tutto a volte ancora mi meravigliano. 

lunedì 21 dicembre 2020

21 Dicembre

 

Fonte: freepik

Il primo tramonto d'inverno cade leggero come una piuma. Rarefatto, un caleidoscopio di colori pastello che tingono il cielo con una grazia inafferrabile. Prima l'azzurro, dunque il violetto, poi un incantevole color pesca che tramuta in rosa pallido nell'esatto momento in cui si tuffa sul mare. E' incanto, è meraviglia. E' ogni volta come non aver mai visto un tramonto prima di quello odierno.
Come se ogni mattina resettassi me stessa e fosse una nuova me quella che solleva lo sguardo al cielo. Gli occhi spalancati, le emozioni in affanno, un trepidante batticuore come d'innamorata.

E' per questo che ho iniziato a scattare fotografie, non ho più dubbi.
I primi tempi mi sono spesso interrogata sulla ragione per cui farlo fosse diventato improvvisamente così importante. Poi ho capito che catturare quelle emozioni, quei colori, quei dipinti che la natura mi metteva dinnanzi come piccoli miracoli, era qualcosa a cui non potevo né volevo rinunciare.
Le volevo, volevo tutte quelle cose per me.
Come un piccolo tesoro da tenere in uno scrigno e da aprire di tanto in tanto per bearsi delle sue gemme.

Piccoli pezzi di vita da trattenere, da stringere tra le mani come elementi preziosi del mio esistere.
Non voglio diventare una di quelle persone che non si emozionano più. Che hanno perso la capacità di cogliere la bellezza, di farsene avvolgere. 
Non voglio smettere di stupirmi, di guardare il mondo con questi occhi incantati, purissimi, da bambina. 

giovedì 17 dicembre 2020

L'Uomo in Rosso

 


Caro Babbo Natale,
Sono passati anni dall'ultima volta che ti ho scritto. Quattro, per l'esattezza
Provo a rifarlo oggi, in punta di piedi, come si fanno tutte quelle cose per le quali si è perso l'esercizio. 
Eviterò frasi melense, retoriche e ridondanti su quanto questo Natale in arrivo si prospetti differente rispetto a quelli precedenti. Te l'avranno già detto tutti, e sai che non amo ripetermi.

La verità è che mi piacerebbe un Natale libero.
Un Natale in cui poter abbracciare i miei cari. Un Natale senza divieti, imposizioni, senza guardiani scansafatiche sul balcone a controllare se stai rispettando le regole.
Siamo tutti tesi. Ogni mattina sento mia madre al telefono ed ogni volta è un po' più aspra del giorno prima. Sta diventando triste. E tu sai che lei no, non se lo merita più d'esser triste. Che lo è stata così tanto in passato da essere ancora in debito di gioia con la vita.
Non ci vediamo da un mese perché con mio cognato positivo, anche se noi eravamo e siamo fortunatamente negativi, abbiamo preferito non andare a trovarli. Si protegge sempre ciò che si ama, e noi abbiamo ritenuto di dover proteggere loro. 
Ma i giorni son passati, noi ad arrancare in negozio, loro chiusi in casa in mezzo alla campagna, uscendo a veder le facce altrui solo per fare la spesa.
E mentre i giorni passavano iniziava a prospettarsi la possibilità di un Natale blindato, ciascuno in casa propria, lontano dai genitori anziani, dal calore, da quel barlume di normalità che tutti abbiamo sognato silenziosi in questi mesi.
E allora dimmi, Babbo Natale, se non è giusto che mio padre a settantatré anni possa vedere intorno alla sua tavola la figlioletta e il genero. Mi piace il suo viso quando assume quell'aria sonnacchiosa di soddisfazione, quando si appoggia le mani sulla pancia e ci osserva sorridendo. Ho una sua foto che lo ritrae in quella stessa espressione e la riguardo ogni volta in cui la nostalgia assume livelli spaventosi.
Se mia madre, così dedita alla cucina e a tutte quelle cose che fanno di lei una donna vecchia maniera, non meriti di poter cucinare per "quella figlia che non mangia niente" e per quel genero che "mangia tutto quello che prepara". Lei che sa esser felice solo così, solo dedicandosi a noi.
Se mio fratello, abituato a condurre una vita dinamica e frenetica in una grande azienda, non meriti dopo mesi da solo a fissare per dieci ore al giorno un pc e null'altro, di passare un po' di tempo diverso. Tempo sospeso, felice, accogliente, giusto. Anche a litigare con me, in fondo, perché lo sai che dopo tre ore nella stessa stanza riprenderemo a punzecchiarci. E ci irriteremo, ci rivolgeremo insulti, ci guarderemo in cagnesco, ma poi il broncio passerà e ci vorremo bene più di prima.

E per quanto riguarda Fred e me, beh, lo sai già.
Lui ama stare lì perché riesce finalmente a riposare, a rilassarsi, a smettere di pensare a tutta quella sfilza di doveri che gli opprime le spalle giorno dopo giorno. Il silenzio, l'assenza di facce conosciute, la compagnia di mio fratello che è ormai anche suo, le coccole culinarie di mia madre che lo fanno sentire un piccolo principe. E quei biscotti con nocciole e cioccolato che sogna ad occhi aperti per tutto l'anno.
Per quanto riguarda me...vorrei solo un po' di calore. Vederli, toccarli, sorridere insieme, guardare le mie colline dalla finestra, sentire sotto i tacchi il rumore dei sanpietrini della piazza. 
Ma soprattutto, vorrei che fossero felici. E lo sarò anche io, pienamente.

Vedi Babbo, alla fine son stata retorica e melensa come mai avrei voluto essere.
Potrei cancellare tutto e scrivere di nuovo una lettera razionale che mi renderebbe più orgogliosa di me stessa ma certamente anche meno vera.
E allora ti lascio questa versione qui, scritta di pancia, senza linee guida, come sicuramente facevo anche da bambina. Una lettera che ti parli delle persone che amo e di quanto bisogno abbiamo tutti di stare, semplicemente, insieme.
Il virus non andrà in vacanza ma forse meritano di andarci tutti quei pensieri bui che stanno rendendo le persone incattivite, ostili, nervose, tragicamente sempre più depresse. 
Con affetto, Sara.

giovedì 10 dicembre 2020

Buchi Sulla Pelle

Fonte: francescaspades


Oggettivamente, siamo stanchi. 
Fred sta trascorrendo in negozio quattordici ore al giorno, io qualcuna in meno.
Ci trasciniamo infreddoliti fino a sera, con l'umidità di questi giorni antipatici che ci penetra le ossa nonostante i riscaldamenti accesi.
Già alle quattro del pomeriggio inizio a sognare la doccia bollente. Lo faccio ad occhi aperti, ascoltando e guardando le persone che entrano ed escono, registrando movimenti automatici nei quali, nonostante l'esperienza decennale, ogni tanto mi inceppo. E' sempre così quando sono stanca, inizio a perder colpi. Mi riscopro distratta, improvvisamente, a sperare di farla finita con l'ennesima giornata.

Poi finalmente torno a casa, mi spoglio in fretta, mi strucco, dopo ore con la bocca coperta mi guardo allo specchio e mi vedo per intero.
Corro in doccia, accendo un po' di musica che poi non riesco a seguire e che non ascolto. E' una compagnia mesta, un vociare che ad un certo punto diventa silenzio, che smetto di udire.
Chiudo gli occhi sotto il getto bollente, la testa china, l'acqua che colpisce il collo e che poi mi ricopre completamente. Solo a quel punto sento tornare una stilla di vita nel mio corpo. Un benessere a lungo agognato, un calore che mi riveste ovunque, che mi fa sentire bene. Ed è come una violenza dover uscire di lì, rivestirsi, preparare la cena.

Piove a dirotto da quasi due settimane. Quando non piove il vento spazza via le foglie rigettandole dentro pozzanghere ricolme d'acqua putrida. Le guardo di sfuggita quando raggiungo il negozio, attenta a non finirci dentro.
Marino è sempre nel suo ampio recinto, lo osservo brucare l'erba con l'espressione placida di chi non abbia un solo problema al mondo. E' una visione felice anche sotto la pioggia, gli sorrido anche se non mi guarda. Perché forse non è per lui che distendo le labbra, ma per me. Il sorriso che Marino mi provoca è tutto mio. Mi inonda di pensieri positivi. Il Natale in arrivo, la vita stessa con le sue contraddizioni, le persone che amo, quelle che ne hanno fatto parte, quelle che non ci sono più, quelle che ci sono ancora. Penso anche alle foto che scatterò quando tutto questo sarà finito, quando sentirò scorrere ancora un po' di libertà.
Ho una fortuna enorme: anche quando sono stanca, anche quando le difficoltà vogliono prendere il sopravvento, sento spilli di gioia bucarmi la pelle e far entrare luce da quei fori. 

sabato 5 dicembre 2020

Uno Su Mille

 

Fonte: incoaching. it

Mi spaventa chi crede di sapere tutto.
Chi non si pone mai una domanda su sé stesso e sugli altri.
Chi vuole insegnare la vita persino a chi conosce appena o di sfuggita.
Chi si arroga il diritto di essere dalla parte giusta, qualunque essa sia.
Mi spaventano i crociati, sempre pronti a far giustizia con modi discutibili. 
Ho paura dell'invadenza, di chi cerca di entrare laddove non gli è permesso. 
Chi non accetta di starsene al suo posto.
Chi non ha mai conosciuto la discrezione, che è forse una delle più alte forme di rispetto.

Mi rendo conto di non essere una persona amichevole.
Sono socievole, sorrido, scherzo, mi fermo a parlare per la strada con chi conosco.
Ma non faccio domande, non chiedo, non mi piace entrare nell'intimità altrui.
Agli altri chiedo solo come stanno, perché liberi di rispondermi come meglio credono, persino di mentire se lo ritengono necessario.
E vorrei, sinceramente lo vorrei, che gli altri mi usassero lo stesso garbo. 
E' una forma di distacco? di chiusura, di freddezza?
Probabilmente si. 
Ma davvero bisogna essere amici di tutti, aperti con tutti, pronti a farsi leggere da chiunque?
Io non ci sono mai riuscita e crescendo questa linea di pensiero si è cementificata, non posso proprio dire di essermi ammorbidita. 
Non mi sento migliore né peggiore degli altri, voglio solo procedere nella mia vita senza doverla spiegare, raccontare, chiarire. 
Neanche un granello di questa vita io voglio condividere.
Gli unici granelli, grandi più o meno come sabbia, li dispongo in questo spazio. Ed è forse la porzione più ampia di me stessa che voglia mostrare. 

Abbiamo dovuto chiudere un'ora prima ieri per un appuntamento urgente.
Le domande si sono susseguite a raffica, curiose, sfacciate, letali. 
Gente che vuole scandagliare, sapere, impicciarsi. Gente che ha la faccia tosta di giudicare ciò che non conosce.
Ed è solo un esempio. Uno su mille.
Uno su Mille.

giovedì 3 dicembre 2020

Intrusione

 

Fonte: araberara. it

Ero tranquilla fino a pochi istanti prima, come se non fossi del tutto presente o potessi guardare la scena da fuori. 
Poi la dottoressa mi ha infilato il tampone in una narice, l'ho sentito risalire velocemente ed entrare in uno stretto cunicolo di cui quasi ignoravo l'esistenza.
Ho provato dolore e mi è uscito un urlo. Istintivamente ho tentato di toglierlo. Del resto lo avevo già fatto anni prima: sdraiata su un letto d'ospedale avevo cercato di allontanare fisicamente un'anestetista che mi stava puntando una grossa siringa sullo sterno.

Solo quando il mio corpo è stato violato ho realizzato quello che stava accadendo. 
Nella mia narice sinistra non è entrato solo un tampone ma anche la consapevolezza del pericolo, la paura, la sensazione di non poter controllare il corso degli eventi.
Mio cognato positivo e in quarantena da due giorni. I turni lavorativi diventati forsennatamente infernali. La preoccupazione di esser positivi anche noi e di dover chiudere il negozio, con tutti i problemi relativi al dover chiudere un'attività che lavora col monopolio di Stato.
Il pensiero di mio padre, non più giovanissimo, mi ha fatto piangere. Ero rimasta fredda ed ottimista fino a quel momento ma poi gli argini hanno ceduto e sono scoppiata in un pianto infantile davanti agli occhi increduli di Fred.
Domenica ero con lui, con loro. Senza saperlo avrei potuto infettarli. Ho passato due ore lavorando come un'automa, completamente in tilt, infreddolita dal tempo umido della serata piovosa ma anche da pensieri sgraditi che si rincorrevano senza che potessi fermarli. Li ho lasciati fluire, certa che dovessero fare il proprio corso.

Siamo negativi.
Per ora stiamo bene.
Eppure il virus è lì fuori, pericolosamente vicino. Si aggira intorno a ciascuno di noi. Chissà quante volte ci siamo già lasciati sfiorare.
E' diventata così strana questa vita che stentiamo a ricordare di quanto fosse bella, libera e normale...prima.