venerdì 29 maggio 2020

Senza Zucchero

Fonte: theconversation. com


Passano davanti al negozio tutti i pomeriggi.
Mi capita di vederli in automobile, oppure sono a piedi con la bambina ed un'amica.
Mi viene male allo stomaco tutte le volte. E tachicardia.
Non l'ho superata, ha detto bene mio cognato ieri, rimproverandomi.
Dice che basta così, che non posso restare a quei momenti, che non ci faranno più del male, che non dovrò più averci a che fare.
La vedo che ci osserva e poi scosta la faccia. A volte è la sua amica a guardarci, a captare notizie da riferirle. 
Non ho guardato Emma, è andata ormai, un ricordo dolce amaro che ancora un po' mi fa tremare.
Le ho anche sognate, lei e la bambina. Tutti dentro in una stanza, i miei zii, i miei genitori, la mia famiglia per intero. Fred e mio cognato. E loro due, venute a "salutarci" con quel tono mellifluo e pericoloso.
Ed io che tremo, che non mi fido, che sto male, che voglio scappare, che so che è tutta una finzione prima di un altro attacco.
Poi mi sveglio, il sogno finisce, non ci penso fin quando non le rivedo passare davanti alla vetrina.

Non ho più mangiato dolci da quel giorno di tre mesi e mezzo fa. Chissà perché l'amarezza si è manifestata in questo modo, con un totale rifiuto verso tutto ciò che possa contenere zucchero.
Una sorta di punizione che ho somministrato a me stessa per non aver ascoltato l'istinto, il sesto senso, quel brivido sulla schiena tutte le volte in cui mi scontravo con la latente falsità che impregnava ogni loro gesto. 
Eppure gli ho voluto bene. Troppo forse.
Bene passato dal cuore alla discarica nell'arco di un quarto d'ora.

martedì 26 maggio 2020

Early Bird

Fonte: focus. it


Una volta scattai la foto di una bellissima alba rossa. Un'amica, ammirandola, la scambiò per un tramonto. Quando le dissi che era stata immortalata alle sei del mattino, mi disse che avrebbe dovuto intuirlo dal momento che sono un early bird.
Quella definizione, attribuita quasi per scherzo all'interno di un discorso giocoso, mi fece sorridere. E soprattutto, mi fece stare per la prima volta all'interno di un'etichetta che potessi sentire mia al cento per cento, nella sua totalità.
Sono tante cose nella mia vita, ma forse mi sento soprattutto questo. Un uccello del mattino.

E quando esco presto, quando sento l'aria fresca avvolgermi tutta in una solitudine perfetta e variopinta, sono davvero in comunione con me stessa e con tutto ciò che mi circonda.
Quella prima ora è il miglior contenitore nel quale possa desiderare di essere.
Ed è un contenitore senza pareti, dove tutto fluisce libero e privo di costrizioni.
Dove posso accarezzare un sogno di pace, di estasi, di libertà purissima.

Magari arrivo alla sera stravolta e stremata, con i sensi attutiti e le membra torpide, ma per nulla al mondo rinuncerei a scaraventarmi dal letto alle prime luci del mattino, quando il mondo inizia ad affacciarsi radioso con i suoi colori nitidi e pieni di vigore.
Quando sento le energie scalpitare per la voglia di uscire, di vederlo questo mondo che si risveglia, di esserne spettatrice grata ed entusiasta.

Domenica mattina non sono andata a camminare perché di lì a poco avremmo avuto altre cose da fare. Però alle sei e mezzo ero in terrazzo, ad annusare quell'aria ancora pura e bellissima, mangiando ciliegie per colazione e tenendo un libro sulle ginocchia. Era un tripudio di uccelli canterini che svolazzavano da un balcone all'altro, festosi, ignari di quello che stava accadendo nel mondo e quindi liberi di essere semplicemente se stessi, esseri minuscoli con un'ugola d'oro.
Ero felice, di una felicità  che non ha bisogno di altro né di tante spiegazioni perché bella esattamente così. Delicata, eterea, eppure intensissima.


mercoledì 20 maggio 2020

La Scatola

Fonte: Amazon


E' un ricominciare confuso, che ha ben poco a che vedere con tutto ciò che era stato congelato nei primi giorni di marzo.
Chiudi una scatola sperando che quando arriverà il momento di riaprirla tutto ciò che avevi messo all'interno sia rimasto perfetto al suo posto, e invece poi trovi disordine, sporcizia, incuria. Come se qualcuno di poco accorto ci avesse messo le mani e l'avesse insozzato.
E' tutto diverso a lavoro.
E per diverso intendo più brutto, più complicato, più deludente. Uno scenario desolante che contorce lo stomaco.
Quindi non ne parlo, che non ne ho voglia e non me la sento. 
Spero che tutto si sistemi, questo si. Ma per sperare non c'è bisogno di aprir bocca.

Al mattino esco alle sette. Cammino veloce come una dannata, come rincorsa da un leone.
Ma in realtà quelli sono i momenti migliori, quelli in cui posso stare da sola con me stessa ed il mio corpo, senza necessariamente dover pensare a qualcosa.
Raggiungo il mare, inalo aria come chi ne ha dovuto fare a meno per troppo tempo, osservo le onde infrangersi sul bagnasciuga, calpesto la sabbia umida, scarico lo stress accumulato il pomeriggio precedente. E va meglio. 
C'è un po' di tutto in quei momenti, tutto quello che mi serve.
Il resto è distante, solo un puntolino all'orizzonte. Se strizzo gli occhi addirittura scompare.

mercoledì 13 maggio 2020

Lucciole di Notte

Fonte: mammeamilano. com


Sono tornate le lucciole, mi hanno detto.
Le hanno viste danzare in una serata buia, proprio in quei luoghi in cui nei lontani mesi di maggio della mia infanzia le vedevo volteggiare illuminando la notte.
Me le ricordo leggere e delicate muoversi in gruppo come minuscole fiaccole. Ne subivo il fascino come se fossi stata metallo attratto da una calamita e piccola com'ero mi affannavo a volerne catturare almeno una per cercare di capire dove si accendessero.
Poi un anno, all'improvviso, smisero di arrivare. Non ce n'erano più. 
Si era persa la magia senza che si potesse avere modo di recuperarla.

E quest'anno, nello scenario più triste e desolante che ci potesse essere, quella magia è tornata.
E pur senza vederla, mi è bastato sapere che c'erano di nuovo lucciole dove le andavo sempre a cercare per sciogliermi in un sorriso.
Ricordare quei momenti. Quelle persone. Quelle lucine nel buio.

domenica 10 maggio 2020

Rivedersi

Fonte: nonsprecare. it

Il giardino era più bello di come l'abbiamo lasciato due mesi e mezzo fa. 
La primavera è scoppiata durante la nostra assenza e i fiori della mamma ci hanno accolto festosi in una danza di sublimi colori. Ovunque volgessi lo sguardo era un tripudio di rossi, di violetti, di gialli, d'arancio, di fucsia accesi, di pallidi rosa, di verde in ogni sua allegra sfumatura.
Ho sorriso. In quel momento sapevo d'essere esattamente dove dovevo. 
Anche se non volevo farmi convincere. Anche se volevo star lontana da ciascuno di loro ancora per un po', nella vana speranza di tutelarli il più a lungo possibile.
Anche se le mie idee si sono presto scontrate con quelle di tutti gli altri. Che hanno vinto, certo, ma che hanno fatto vincere anche me.
Non ci siamo baciati né abbracciati. Ma potevamo finalmente guardarci in faccia, addosso, negli occhi. 
Pur avendo sentito lo sguardo di mia madre soppesarmi per tutto il tempo, in quel momento ho capito che andava bene così. Che una madre si preoccupa sempre, spesso non a torto, e che sarebbe stato ingiusto toglierle quel compito.
Dunque mi sono lasciata guardare. L'ho ascoltata mentre mi intimava di mangiare di più. Si è preoccupata anche per altri aspetti, che non menzionerò qui, e che me l'hanno mostrata con una determinazione ferrea che ben poche altre volte le ho visto indossare.
Soprattutto l'ho vista sorridere quando le ho chiesto di regalarmi due mele rosse che aveva in cantina. Dev'esserle sembrato un traguardo sentirsi chiedere qualcosa da me che chiedo, da sempre, il meno possibile. 
Mio padre era sereno ma un po' distante, insonnolito. Si alza presto la mattina e poi dormicchia tutto il giorno. Sta invecchiando. 
E poi mio fratello, che solo pochi giorni fa ha compiuto trentadue anni e che in quarantena, seduto almeno dieci ore al giorno davanti ad un pc a far riunioni a distanza, è lievitato come un porcellino.
Eravamo di nuovo noi, mi sono trattenuta più del solito, ho parlato poco ma sorriso spesso e quando sono venuta via avevo il cuore più calmo. Forse anche più gonfio. 

lunedì 4 maggio 2020

La Prima Uscita

Fonte: Tregione. it

Riguardo quando avrei rivisto il mare avevo un'unica certezza.
Ero sicura che avrei pianto.
E non un pianto normale, pacato, di quelli che fanno tenerezza.
Lo immaginavo come un pianto osceno, disperato, convulso, che sconquassa le spalle, dà dolore alle reni, preme forte sugli addominali.
E invece, quando sono entrata sul lungomare deserto, quelle lacrime che pensavo di versare non ne hanno voluto sapere di scendere dagli occhi.
Se ne stavano quiete al di là di essi, forse addormentate, forse rispettose di quel momento che volevano lasciare a me sola.
Ero felice. Entusiasta. Allegra. Piena di una gioia incontenibile che sentivo vibrarmi addosso come il titillo delle corde di un'arpa.

Ero lì, finalmente. Nel mio posto.
L'emozione che anziché salire leggera e crescere pian piano, scoppiava dentro come un boato. Un cataclisma. Un rumore assordante. Una paralisi di sensazioni che mi lasciavano completamente riempita dopo tanto vuoto e tanta prostrazione.

E quando sono tornata a casa, quando sono riuscita a violentare me stessa per staccarmi di lì, sentivo ancora addosso le lingue di quell'adrenalina un po' pazza e un po' meravigliosa. Ero ancora preda di tutto quel rumore che m'aveva riempito le orecchie ed ogni fibra. C'era ancora tutto, non se ne andava, mi è rimasto appiccicato addosso, colla inestinguibile.
Neanche l'aggressione verbale di una tizia che da lontano mi aveva appellata in malomodo era riuscita a scalfire quel senso di benessere, quella pienezza.
Perché in casa posso fare tutta l'attività fisica di questo mondo - e ne ho fatta tanta in questi due mesi - ma camminare velocemente è tuttora la migliore meditazione che io possa fare.

mercoledì 29 aprile 2020

Scaldando I Motori

Fonte: wordpress


Inizio a scalpitare, a riprendere un poco di colore sul viso.
Probabilmente del tutto immaginario, perché in realtà non sono mai stata più bianca di così.
Sto scaldando i motori.
Ho una voglia di uscire, di far lavorare le gambe, che metà basterebbe.
E non mi dite che bisogna pensare anche a tutto il resto perché sono stufa di farlo.
Stanca di pensare ai doveri, ai problemi, alle incertezze dentro le quali stiamo vivendo e alle ulteriori difficoltà che ci piomberanno addosso come bombe dal cielo.
Al momento ho un obiettivo, uno solo, e quell'obiettivo è tornare a camminare, rivedere il mare, riprendermi. 
Farmi invadere da tutto quell'insieme di sensazioni che mi sono mancate come se fossi stata per tutto il tempo sott'acqua e non avessi potuto vedere il sole. Completamente sommersa, con la pelle che cadeva a pezzi, gli occhi che galleggiavano insieme ai capelli e ai vestiti.

E' ora di risollevare la testa, di riprendere aria, di respirarla a pieni polmoni. 
E lo so che posso farlo solo immergendomi nuovamente in quel limbo confortante che è un po' come una famiglia, una dimora, un universo di colori da cui non poter staccare gli occhi.
Il mare. L'asfalto sotto le gambe. Le nuvole. Gli alberi. I fiori che immagino saranno sbocciati ai lati delle strade. Le macchie rosse dei papaveri a colorare prati incolti di sterpaglie abbandonate. Le case stanche. Le automobili distanti e sconosciute.
La vita lì fuori.
Mi basta questo. Per il quattro maggio a me basta questo. 

domenica 19 aprile 2020

Il Cane e Il Gatto

Fonte: gcomegatto. it


Sono le venti, i rintocchi della campana arrivano fin qui, valicano le finestre aperte, arrivano dritte alle mie orecchie. Mi ritrovo a sorridere. Chissà perché questo scampanellio mi sembra un pezzo di  meravigliosa normalità, un allegro ritornello che stride positivamente con il grigiore dell'ennesima domenica di clausura.

Che, pur nella sua ripetitività, non è andata affatto male.
Ho fatto un'ora di yoga. Ho cucinato per Fred. Ho ripreso a leggere un classico di Jane Austen. Ho fatto una lunga doccia dopo aver esfoliato il corpo. Ho finito di vedere un film che avevamo iniziato ieri sera. Ho ripulito a dovere la cucina.

Tutto ciò è così distante da quello che solitamente facevo di domenica eppure, nonostante tutto, piacevole. 
Togliendo la noia, l'assenza quasi totale di sole, l'adagiarsi lentissimo di un tempo che prima scorreva così veloce da appiattirsi fino a diventare frenetico ed inconsistente. Togliendo le cattive notizie, le preoccupazioni e tutta quella serie di problematiche che ormai conosciamo tutti così da bene che parlarne è diventato ridondante. 
Asportando via tutto questo, come se fosse il pezzo marginale di un puzzle da poter nascondere senza che si perda il senso del quadro... resta tempo tutto sommato accettabile. 

Mia madre stamattina mi parlava del nostro gatto che ha fatto amicizia con il cane dei vicini. Il cane va a trovare il gatto, il gatto va a trovare il cane. Si siedono vicini e si contemplano, si parlano con gli occhi senza emettere un solo fiato, si capiscono al volo senza litigare mai.
E quell'immagine, del mio gatto rosso che ora ha un amico cane, mi fa sorridere così tanto e così a lungo che forse è la cosa più bella che sia accaduta oggi. 

martedì 14 aprile 2020

Come Un Fuscello

Fonte: flickr. com



Piove ed era tanto che non accadeva.
L'odore di bagnato arriva fin qui, umido e campestre come lo ricordavo. 
Guardo attraverso la finestra con un'aria un po' assonnata, spenta, desiderosa di altri scenari. 
Sono stufa di vedere soltanto il palazzo di fronte. Stufa di guardare il tramonto dalla solita angolazione.
Le feste sono passate in sordina, eppure ci sono stati attimi in cui le ho avvertite dentro come se stessero esplodendo. Ho elaborato il piano della distrazione. Le pulizie, gli allenamenti, un buon ragù da portare in tavola, il sole al pomeriggio, qualche classico Disney con cui ridere con Fred. 
A volte basta non pensare, ma si può davvero? 
Per quanto tempo può funzionare?
Una volta che hai fatto tutto quello che dovevi e certi angoli sono diventati lindi e trasparenti come specchi. Una volta che hai calpestato tutto il suolo calpestabile. Dopo aver elencato i tantissimi motivi per i quali puoi ancora sentirti serena nonostante tutto.
Dopo tutto questo andirivieni distraente che non distrae abbastanza, ci si può finalmente pensare o no? Siamo ingrati se lo facciamo? Stiamo facendo vittimismo?
O è lecito soffrire per una situazione estrema in cui la mancanza di libertà permea e invade ogni poro della tua pelle?
Quando hai vissuto all'esterno la maggior parte del tuo tempo. Quando hai abbracciato alberi con gli occhi, osservato nuvole rincorrersi, albi spettacolari alle sei del mattino, onde perfette, rondini volteggiare, volpi uscire di notte dalla propria tana, lucciole di maggio.
Quando hai vissuto la tua intera esistenza sentendoti te stessa soprattutto in quel mondo immenso e fiabesco chiamato natura, come puoi restare più di un mese chiusa dentro quattro asfittiche mura e non cedere? Non farlo neanche un po'?
A volte mi sento resistente come uno di quegli arbusti che si piegano al vento senza spezzarsi. Altre, invece, sento di essermi già spezzata e ricomposta più volte. 

martedì 7 aprile 2020

Tre Giorni ad Agosto

Fonte: Napoli turistica


All'epoca c'erano solo un paio di scalini che conducevano ad un minuscolo pianerottolo. Vi era anche un cancello ma non l'ho mai visto chiuso.
Ci andavamo a giocare noi bambini, anche se non ci apparteneva. 
Al di là della strada la casa dove mia madre era nata e cresciuta, in quel paesotto in provincia di Napoli col nome musicale dove non ricordo di aver mai trascorso più di tre giorni l'anno.
Di quella casa mi piacevano le mattonelle del salotto. Erano particolari, non ne avevo mai viste così. Bianche e lucide con un motivo blu e marrone che a dirlo così sembra una cosa strana e infatti era una cosa strana. Sembravano volute di fumo o schizzi di colore che qualcuno aveva buttato lì disegnando qualcosa che in fondo non esisteva.
La casa era piccola ed aveva sempre lo stesso odore. Un po' me lo ricordo e credo che se lo ritrovassi altrove lo riconoscerei tra mille altri. 
La cucina era minuscola, stretta, una sorta di corridoio che portava ad un bagno altrettanto angusto. La doccia non aveva il piatto e ogni volta che ci si lavava l'acqua andava a finire dappertutto. Ed io che detestavo sporcare, peraltro in un luogo diverso da casa mia, mi lavavo a pezzi con maniacale perizia. A volte era occupato persino il bidet perché ci andava a dormire il grosso gatto persiano di mia zia. Era un gattone viziato di Milano, rossastro, che a volte ti guardava dritto negli occhi anche mentre facevi pipì. 
Dormivamo tutti nella stanza padronale, che in realtà non era grande, però erano così gentili da lasciarla a noi. Mio fratello fintanto che era piccolo dormiva tra mamma e papà ed io mi accucciavo in una brandina ai piedi del letto grande. 
Faceva sempre troppo caldo, si sudava come a casa mia non avevo sudato mai, e le zanzare banchettavano notte e giorno sulle mie povere gambe di porcellana.
Era una situazione inquietante, tutt'altro che comoda, e a volte mi ritrovavo a pensare che quei tre giorni d'agosto dovessero finire presto, così da poter tornare alla mia vita, alla mia cameretta, ai miei soliti agi.

Però in quei giorni mia madre era felice, sicuramente più di quanto fosse un intero anno chiusa in una casa più grande con quel mostro di suocera che era la mia tremenda nonna.
Sorrideva mia madre. Aveva denti bianchissimi e regolari che non aveva timore di mostrare a tutti i parenti che passavano a trovarci. C'era una luce diversa nei suoi occhi, come una nostalgia placata, un senso di pace e di quiete, una ritrovata armonia.

Ce ne andavamo in giro per il paese con la mano ben salda dentro quella dei nostri genitori. Le strade erano anomale, al posto del semplice asfalto vi erano grosse piastrelle scure ed irregolari che chiamavano vasoli e che vedevo solo lì. Pensavo sempre che da grande non avrei potuto tornarci con i tacchi a spillo perché vi si sarebbero infilati in mezzo e sarei caduta.
Passavano motorini con due o tre persone attaccate, anche bambini, tutti senza casco. Li guardavo come figure mitologiche e mi chiedevo dove fossero i vigili, perché non gli facessero la multa.
Entravamo nel negozio di alimentari di Guglielmo e me lo ricordo come uno spilungone moro con la battuta sempre pronta. Avevo paura di lui perché mi prendeva in giro, mi chiedeva sempre dove avessi lasciato il mio fidanzatino e io mica gli potevo dire che ne avevo almeno un paio ma che me ne piaceva un terzo perché aveva i capelli lunghi. Allora gli mettevo il broncio e lui rideva di me come se fossi la visione più buffa del mondo. Tenevo le braccia conserte e le labbra serrate, gli occhi stretti come quelli di un gatto arruffato. Però lì compravamo cose buone e forse non ho mangiato mai mozzarelle come quelle o sentito più quei profumi di salumi freschi che mi facevano venire l'acquolina in bocca anche al mattino.
Per la strada le persone ridevano, scherzavano, si urlavano da balcone a balcone. Era un'atmosfera surreale, giocosa, scomposta. E mi piaceva, nella sua stranezza la trovavo bellissima, pittoresca, una di quelle cose che non ti scordi più. Avevo imparato a comprendere il dialetto di quelle persone che non conoscevo e che popolavano le strade ad ogni ora del giorno e della notte. Quella lingua armoniosa mi entrò nelle orecchie a poco a poco e tuttora, quando l'ascolto per caso, un po' mi fa battere il cuore.

Era tutto strano per me ma quando poi dovevo ripartire mi veniva nostalgia. Nascondevo una lacrima appoggiando la faccia al finestrino mentre vedevo sfilare via le case, la gente, i panni stesi ovunque, i vicoli, e poi i paesaggi e dunque niente, eravamo già in autostrada.

E allora a volte mi capita di pensarci la notte, nei momenti in cui mi sveglio e fatico a riprendere sonno. Di pensare a quella parte della mia vita che non tornerà più, con la mano stretta in quella di mamma o papà a passeggiare per quelle vie che mi sono rimaste nel sangue, negli occhi, nel cuore. Quegli anni in cui erano tutti più belli e più giovani, in cui gli zii erano ancora vivi, in cui per parlare si urlava e venivamo trattati come stranieri, gente di Roma, e c'erano quelle belle piastrelle in salotto che non scorderò mai.

lunedì 30 marzo 2020

Al Sole

Fonte: faidateingiardino. com

Sarà stato, forse, tutto il sole immagazzinato ieri pomeriggio in terrazzo.
Sole al quale mi sono affidata senza difese, come se fossi uscita nuda e gli avessi detto: provaci tu. 
L'ho sentito scaldare tutte le zone fredde.
Quelle del corpo, certo, ma più di ogni altra cosa ha sciolto quei pezzi di ghiaccio che a poco a poco mi avevano avvolto l'anima, il cuore.
Lo sentivo lavorare sull'umore, soprattutto. Lo sentivo aggiustarlo raggio dopo raggio, come un coscienzioso dottore che metta i punti sul ginocchio di un bambino indisciplinato.
E man mano che lo faceva, io rinascevo. 
In un certo senso, attimo dopo attimo mi sentivo meglio. Sentivo crescere di nuovo la speranza, la volontà, il desiderio di non fermarmi mai.

Uscirò da queste pareti, mi son detta.
Uscirò, tutto questo incubo sarà finito, raggiungerò il mare.
Piangerò di gioia.
Scalcerò sulla sabbia.
I gabbiani mi guarderanno come se fossi pazza.
Le barche mi staranno di nuovo intorno.
Ricostruirò la mia vita, in mezzo a milioni di altre vite da ricostruire, mi aggrapperò a tutto quello che mi sarà rimasto.
E sarò di nuovo felice. Lo saremo tutti.
Crediamoci, vi prego.

giovedì 26 marzo 2020

Marino

Piove.
C'è un silenzio profondo che avvolge ogni cosa, che la ricopre, che l'agguanta completamente.
Mi sto cercando tra le stanze, sperando di trovarmi.
Dovrò pur essere da qualche parte, non posso essermi semplicemente volatilizzata.
Non è così che si dice di chi si perde? che da qualche parte dovrà pur essere. Che è impossibile sparire senza lasciare traccia.
E allora cerco tracce di me in ogni centimetro di questi sessanta metri di casa. 

Vorrei cancellare tutto, ogni parola. Ogni briciola lasciata cadere per terra.
Mi ritrovo su questa pagina bianca ogni qual volta il peso di queste giornate diventa insostenibile. 
Sono come uno di quei pittori gioviali con la barba bianca che dipingono tele nere. Schizzi di sangue, denti aguzzi, mostri ed assassini. E una volta finito di dipingere stanno meglio, hanno trasportato fuori di sé i pensieri negativi e hanno lasciato dentro solo il buono e il bello del vivere.
Solo che adesso qualcosa di quel buio rimane anche all'interno. Germi che proliferano, che non si lasciano sbattere alla porta. Che restano nella mente ad inquinarne l'essenza.


Però accanto alla strada che ogni giorno mi conduce a lavoro c'è un ampio campo recintato. Dentro questo campo, bruca un cavallo che mesi fa ho chiamato Marino.
Siamo amici, anche se lui non lo sa.
E' biondo, ha i capelli di platino. 
E' una visione spettacolare, di una forza che toglie il respiro. O forse lo restituisce.
L'ho sempre guardato come si fa con quelle potenze misteriose di cui si fatica a percepire l'origine. Mi somiglia in qualche modo e non so perché. Lo osservo come se fossimo parenti, come se ci fossimo già incontrati in un'altra vita, incapace di spiegarmi la ragione per cui il mio cuore oscilla ogni volta che lo guardo e le labbra si aprono in un sorriso e gli occhi si arcuano, ed il mondo torna ad essere un bel posto in cui stare. Nonostante tutto.

domenica 22 marzo 2020

Il Pozzo

Fonte: Amici della Scienza

Pensavo, chissà com'è che si cade improvvisamente dentro un pozzo.
Tutto d'un tratto scendi, ci finisci con un piede, poi con entrambi. Ti manca il respiro quando percepisci di non avere più la terra a sostenerti, senti l'aria che si fa sempre più pesante mentre precipiti e poco dopo sei giù, con il sedere nella melma. Forse cadendo ti sei rotto un braccio, o una gamba, o entrambi. O forse non ti sei rotto nulla ma non puoi fare a meno di pensare che se non avessi messo un piede in fallo, ora non ti ritroveresti in quel pozzo buio senza sapere come uscirne.
Ma quand'è che lo abbiamo messo quel piede in fallo? in quale momento della nostra storia abbiamo commesso l'errore fatale?
Guardi in alto, vedi la luce del cielo, le nuvole che ancora si rincorrono, il sole che è tuttora di una bellezza sconvolgente. E poi le pietre aguzze intorno, il freddo, l'umidità, la claustrofobia. Devi trovare il modo di risalire, urlare non servirà a niente, nessuno ti sentirà. Non ci saranno corde miracolose dall'alto, non ci sono testimoni che ti possano o vogliano tirare fuori. E' un incubo personale, un incubo di ciascuno, la cui profondità è differente per ogni coscienza che debba scontrarcisi. Uniti ma soli, distanti, incattiviti, impoveriti, spaventati. 

Poi resetti tutto.
Non vuoi pensare al pozzo. Vuoi pensare a quello che c'è fuori.
Allora fai colazione, pulisci casa, stiri lenzuola e tovaglie, spazzi il terrazzo, cucini, ti godi il calore della prima domenica di primavera, leggi un libro, ti alleni. Ti distrai. Ti aggrappi a quello che ti è rimasto, che è tantissimo in fondo. Tantissimo. 
Respiri. Il mondo è ancora così dannatamente incantevole. I tramonti sono tuttora così sconvolgenti nella loro intensità. Le albi ancora così drammatiche, così intense, così perfette.
E allora metti un piede sul muro. Poi un altro. Cadi infinite volte, ti sbucci le ginocchia, imprechi, piangi, ma ci riprovi. Ancora, ancora, ancora.
E' solo un pozzo, no? Non sarà la fine del mondo. Ne uscirai, ne usciremo. 

martedì 17 marzo 2020

Ho Perso Le Parole

Fonte: primocanale. it


C'era una canzone anni fa.
Ho perso le parole. 
La cantava Ligabue, che solo pochi giorni fa ha compiuto 60 anni, e che ne fece anche un film che magari non fu un capolavoro ma che io adorai e che mi fece conoscere una voce speciale, che tuttora amo, quella di Stefano Accorsi.

Le ho perse per la strada, queste parole, come Pollicino con le briciole.
Le ho disseminate da qualche parte, per qualche via impervia, che forse non conosco. O che conosco troppo bene.
Io che già parlavo poco, ora non parlerei affatto. E' un bene che riesca ancora a scrivere, e questa forse rimane quasi la mia unica valvola di sfogo. L'altra è lo yoga, che pratico in una stanzetta con il computer davanti, senza mai riuscire a concentrarmi quanto vorrei.

Mangio sempre meno, Fred inizia a preoccuparsi. 
Anche se mangiamo insieme solo a cena, si è accorto che spilucco e poi mi fermo. 
Mi pesa. Mi pesa terribilmente mettere qualcosa dentro lo stomaco.
Che poi, poco dopo, sto male. 
E' tensione nervosa, la riconosco. Un po' mi corrode, un po' mi salva dalle abbuffate che a quanto pare stanno facendo tutti di questi tempi, chiusi in casa a cucinare.

Alterno momenti di positività ad altri in cui mi accascio come un palloncino sgonfiato.
Un palloncino che ricade leggero sul terreno e che forse un alito di vento porterà via. 
Verranno giorni migliori. Giorni in cui si potrà accendere la televisione senza aver paura di ascoltare un bollettino di morte. Giorni in cui potrò rivedere i miei cari. Giorni in cui tornerò spensierata sul mare, ad ascoltare le onde e farmi baciare dal sole. Giorni in cui la normalità sembrerà bellissima, una boccata d'aria fresca. 
E allora forse torneranno anche le parole, la voglia di aprir bocca, di essere la solita spensierata me stessa. 

giovedì 12 marzo 2020

Surreale

Fonte: Focus Junior

Come un automatismo inceppato tentavo di accendere la luce del bagno senza arrendermi al fatto che restasse spenta. Poi come un flash mi è tornato in mente che durante la notte la lampadina aveva esalato il suo ultimo respiro.
E noi l'avevamo completamente dimenticata, procrastinata, lasciata lì.
Mi è sembrata la perfetta metafora di queste ultime ore. Di questi ultimi giorni. Forse di tutti quelli che si sono susseguiti dal primo gennaio ad oggi.
Una raffica di pallottole da schivare. E noi lì a correre, a volte inciampare, poi saltare di nuovo in aria e quindi ributtarci a terra.
E quando sei in mezzo alle pallottole non pensi a cambiare la lampadina in bagno. Non ci pensi fin quando devi farti la doccia e non c'è più luce naturale oltre le persiane. 

Ed ora che la doccia l'ho fatta, che sono finalmente pulita ed il freddo e alcune preoccupazioni sono scivolate via insieme all'acqua nello scarico, mi sento meglio.
Quieta.
Il lavoro non si è fermato, ma è cambiato radicalmente.
Ne abbiamo dovuto chiudere una parte, rimbalzando tra un'informazione e l'altra, con il timore di sbagliare qualcosa e incorrere anche in qualche pesante sanzione.
La dipendente è a casa, siamo noi tre. Che lavoriamo fianco a fianco, ci facciamo forza, un po' scherziamo, un po' scleriamo, ma certamente proviamo a restare in sella.
Le spese sono sempre le stesse, i guadagni sono colati a picco. Si va a lavoro perché si deve e in fondo un po' ci si aggrappa anche, è una scusa per prendere un po' d'aria, sperando di non ammalarsi.

E' surreale.
Ogni cosa lo è diventata.
Le strade, le automobili, le persone, le mascherine che si attaccano alle labbra, i guanti che scivolano, le telefonate sempre più asettiche con mia madre perché riesco a parlare sempre meno. Io che ho sempre parlato poco ora non parlerei affatto. E non ho più neanche il mare ad ascoltarmi il respiro.

domenica 8 marzo 2020

Fettuccine al Ragù



Ero in terrazzo a godere del sole, un libro sulle ginocchia per scacciare l'apatia. 
Avrei voluto uscire, andare al mare, anche solo passeggiare da qualche parte. Ma non si poteva, c'era troppa gente che gravitava intorno alla piazza e al momento è preferibile evitare luoghi affollati. Al mare ci potrò andare solo la mattina presto, come del resto ho sempre fatto.
E allora mi sono rintanata lì, sotto quel sole di marzo a cui volgevo le spalle ma che sentivo distintamente sui capelli, sulla testa, sul collo, sul corpo.

Mentre leggevo è squillato il telefono, era mia cugina. Non la vedo da Capodanno.
E' insegnante e resterà a casa per un bel po' di tempo. Organizza i compiti per i suoi piccoli studenti, cerca di non sovraccaricare le famiglie con impegni troppo gravosi. Inventa giochi, esercizi passatempo. La voce andava e veniva, non la sentivo bene. Però era straordinaria quella voce amata. Bello averla nelle orecchie, poterla respirare da lontano.
In quel momento mi sono sentita protetta ma anche un po' sola. Non so quando potrò rivedere la mia famiglia, qui la situazione ad oggi conta 14 casi accertati, 1 decesso e 480 persone in sorveglianza domiciliare. Lì dove sono loro è ancora tutto tranquillo.
Non voglio e non posso portarmi addosso questa macchia, non me lo perdonerei mai.
Allora stiamo distanti, ci sentiamo al telefono, facciamo passare i giorni così. Ciascuno rinchiuso nella sua vita col pensiero degli altri pezzi della famiglia, come allacciati ad uno stesso invisibile filo. 
Mi ha detto che pensa di trasferirsi lì in questo periodo, nella casa sopra quella dei miei. Mi sono sentita grata e sollevata perché sapere lei lì mi farà stare più tranquilla.
Del resto anche mio fratello da domani lavorerà da casa. 

Solo poche ore prima ero a casa dei miei suoceri, mangiavamo fettuccine con il ragù, c'erano anche i cugini di Fred. Eravamo tutti tesi, corde di violino che rischiavano di spezzarsi se solo si fossero azzardate a vibrare un po' di più. 

sabato 7 marzo 2020

Spiragli



Mi sono svegliata di soprassalto, erano le 7:10.
Sono carambolata fuori dal letto, la stanchezza caduta giù di colpo insieme ai miei piedi.
Ho fatto colazione al volo, mi sono vestita in fretta e furia, ho guardato il cielo da uno spicchio di finestra lasciata aperta e poi, semplicemente, sono scappata via.
In fuga. 
Sono corsa verso il mare, perseguitata da quel richiamo ancestrale che mi ha portato di nuovo lì dopo una settimana di separazione. 
C'era un anticipo di primavera ad aspettarmi. Il vento era finalmente cessato, il mare era mosso ma leggiadro, come se quelle onde non fossero altro che danze, gesti che si replicavano a ritmo di musica.
Sono stata bene. Ho inalato piacere, allegria, spensieratezza. L'ho sentita nell'aria, in barba a tutto quello che sta succedendo, a tutto il nero che tenta di stremarci. 
Ho respirato, ascoltato canzoni da cantare a memoria, sono stata presa di mira da un bel cane nero che mi trotterellava intorno in cerca di qualcosa che non so cos'era, ma che mi ha fatto sorridere. 
Mi sono sentita felice. Il resto dietro le spalle, come inesistente. E' davvero utile pensare continuamente a ciò che non si può cambiare? ha senso farsi il sangue amaro ad ogni ora del giorno e della notte? 
C'è tanta vita ancora e sento di volerla respirare il più possibile. Senza questo mare chissà che fine farei, chissà se riuscirei a trovare uno spiraglio per sentirmi bene anche quando le preoccupazioni premono da tutte le parti. Però c'è, grazie al cielo c'è. E' mio, mio con tutta l'intensità possibile. E' lì per me, lo sento gridare quando arrivo. O forse sono io che grido, interiormente, perché sentirsi a casa è la più bella tra le sensazioni possibili.
Una casa priva di confini e di pareti: posso avere tutto lo spazio che voglio. Lì non devo comprimermi: sono io. Sara. 

lunedì 2 marzo 2020

Surreale

Fonte: ilpost. it


Ore 18:03.
E' uno scenario straniante.
Il vento piega violentemente gli alberi ad alto fusto dall'altro lato della strada. La pioggia sbatte ovunque come preda di un incantesimo, spilli gelati che prima di raggiungere il suolo vagano inquieti nell'atmosfera nebbiosa.
I colori sono come ovattati, plumbei, smorzati. 
Poteva essere un giorno di sole, invece anche il tempo sembra averci voltato le spalle.

C'è poca gente, temo ne verrà sempre meno nei prossimi giorni.
Anche in questo quartiere è arrivato il virus, l'arma letale che falcerà indifferente l'intera economia del posto.
Sembrava lontano anni luce e invece eccolo qui, in mezzo a noi come un ospite indesiderato che non si possa mandar via a piacimento.
Un'intera famiglia contagiata, qualche scuola già chiusa, la caccia fragorosa e sfiancante a chiunque vi sia entrato in contatto.

E nel frattempo la gente impazzisce. C'è un mormorio che diventa rumore assordante.
Provo a spegnere il cervello, mi estranio, sono qui con il corpo ma la mia mente è via, via di qua. Non voglio sentire nulla, non voglio pensare, perché c'è troppo da pensare.
Che non è solo il virus. Sono i tanti cambiamenti che affronteremo nei prossimi mesi. 

Ore 22:47.
Sono finalmente a letto, i pensieri che avevo cercato di allontanare mi aleggiano ancora intorno.
Chiudo gli occhi e penso al mare. Penso di entrarvi, di gettarmi alle spalle il mondo intero. Penso di farmi abbracciare, consolare, stringere dalle sue dita che hanno la consistenza mutevole e schiumosa delle onde.
Domani, mi dico, ci vediamo domani.
Che non cambierà le cose, sarà tutto ancora così. Forse seguiranno ordinanze, forse dovremo fare un tampone anche noi, forse la gente si barricherà in casa e le strade avranno l'aspetto di un sabbioso e arido deserto.
Non cambierà le cose andare al mare, no. Però non posso evitare di farlo, di scappare via per un po', di fingere che sia tutto normale quando normale non è.

venerdì 28 febbraio 2020

In Equilibrio


Fonte: cosmopolitan. com

In questo strano periodo c'è una sola cosa che non perdo mai di vista. 
Tutto il resto traballa, si allunga e si accorcia a piacimento, oscilla davanti ai miei occhi che talvolta mi sforzo di tenere chiusi per non farmi girar la testa.
E quella cosa è il corso di yoga.
Sono andata a lezione stando male, sono andata con la pioggia, col vento, col sole. Sono andata con i dolori mestruali intensi, con un accenno di febbre, con il raffreddore o col mal di gola.
Perché quei sessanta minuti di fatica due volte alla settimana in cui il mio corpo si flette e si gira e si stende e si innalza e poi prova a stare in equilibrio...quei sessanta minuti, dicevo, sento di non poterli proprio rimandare.
Su quel tappetino ci siamo solo noi. Le mie gambe, le mie braccia, i miei muscoli, il mio respiro, gli occhi che si aprono e si chiudono. Soprattutto c'è la concentrazione.
Ascolto la voce dell'insegnante come se fosse l'unica guida alla quale prestare ascolto. E quando tutto finisce, quando sono pronta per rivestirmi e tornare a casa, sento che quel tempo si è rivelato prezioso. 

Mi fa sorridere il fatto che la gente abbia una visione distorta di questa disciplina. Pensano che si vada a rilassarsi, a meditare, a riposarsi. In realtà è un lavoro di potenziamento muscolare tutt'altro che leggero. Si lavora con le gambe, con gli addominali, con le braccia. Si utilizzano pesi.
E quel lavorare mi piace, mi piace più di quanto potessi immaginare. Mi piacciono le sfide che l'insegnante ci pone, mi piace quell'asticella che sale sempre un po' più in alto.

Poi esco di lì, indosso gli occhiali da sole, le cuffiette, i miei stivaletti col tacco.
Torno a casa a piedi per continuare il mio allenamento, ma anche e soprattutto per porre una distanza tra quei sessanta minuti dedicati a me stessa e le incombenze che mi aspettano non appena questi finiscono. Mi piacciono anche quei quindici minuti che mi separano dal ritorno a casa, dalle faccende, dal bucato, dalle pulizie, dai pasti da preparare. Mi piacciono perché sono ancora miei e di nessun altro.

martedì 18 febbraio 2020

Luci Spente

Fonte: Toluna


Ho passato la mattinata a letto.
Mi sono ammalata un po', niente di grave; fra poco mi vesto e vado a lavoro.
Avrei voluto alzarmi alle sette e andare al mare, voluto avere la stessa grinta di sempre.
E invece mi sento un ammasso di ferro arrugginito che non si sposterebbe dal proprio giaciglio neppur trainato.
C'è il solito cane dei vicini che si lamenta tutto il tempo, il suo è un verso agonizzante che ormai mi disturba nel profondo. 
Di questa mattinata voglio conservare quel senso di ovattato oblio. Quello star con la testa sotto le coperte, protetta, scalfita da nulla. Le brutture fuori, i pensieri spostati al di là del cuscino, perduti presso un'altra stanza che non ho visitato. 

Mi sento un po' meglio.
C'è ancora quel dolore acuto nella parte sinistra della gola. 
Però è tornato il sole, lo vedo filtrare dalla finestra, potente e bellissimo.
E' ora di alzarsi, ora di vestirsi, ora di riprendere il solito tran tran.

sabato 15 febbraio 2020

Febbraio

Fonte: ilgiardinodegliilluminati. it


Febbraio atipico, di quelli che non avevo visto mai.
Sono uscita presto con le mie gambe, le mie cuffiette, i miei pensieri da sbattere sulla strada e calpestare con decisione. 
Avevo voglia di vederli perire, accartocciarsi su sé stessi come carta in mezzo al fuoco. Ardere fino ad incenerirsi, fino a diventare brandelli privi della loro originaria consistenza.
Non è stato possibile ma posso dire di averci provato. 
Ho avuto caldo, ho sudato. Non è ancora primavera ma non sembra neppure inverno. 
C'era tanta gente nei pressi della spiaggia, più di quella che solitamente abita il lungomare in questo periodo. I pescatori riuniti di fronte alle barche, vecchi e giovani insieme come a far parte di una sola generazione. L'uomo che pulisce le spiagge. Dunque i cani, i padroni, avventori a fare colazione nei bar. Non c'era nessuno a lavorare sulla nuova barca bianca. Era lì ferma, lucida, bellissima.

Chissà perché mentre camminavo mi è tornato in mente Subhan.
Solo poche ore prima lo avevo sentito chiamarmi fuori dal negozio. Aveva un sorriso contagioso, una carica vitale che mi ha spinto a sorridere a mia volta. Di un sorriso sincero, non costruito, spontaneo, tutto suo. 
E quegli occhi neri, infiniti, pozzi scuri e profondi. 
"Dove sei stato nei giorni scorsi? mi sei mancato".
"Stavo male, ora sono guarito".
Gli ho fatto una carezza. E mi è balzata in testa quella frase del Piccolo Principe:"Se tu vieni, per esempio, tutti i pomeriggi alle quattro, dalle tre io comincerò a essere felice".
Il padre mi ha visto sorridergli e carezzarlo, si è avvicinato col volto gentile, mi ha chiesto come va. Gli ho detto che va bene, che il piccolo Subhan mi era mancato. Non credo mi abbia capito. Il figlio parla bene l'italiano, il padre ha difficoltà. Ci siamo salutati, io sono rientrata in negozio. E poco dopo lui è trottorellato dentro a prendere le caramelle. Lo guardo e sorrido, è davvero un piccolo folletto.

giovedì 13 febbraio 2020

Panna Montata al Veleno

Fonte: ecodisavona. it


Giornate che si trascinano pesanti, nervose, tristi, difficili.
I problemi anziché dissolversi aumentano e temo da un momento all'altro un cedimento di Fred. 
Non dorme, non mangia, è stressato e anche in quei rari momenti in cui non è fisicamente a lavoro ci deve pensare.
Io stessa dormo pochissimo e ho perso la fame. Mangio per inerzia, per abitudine, un boccone dopo l'altro come se tutto fosse insapore, fastidiosamente insopportabile. Panna montata al veleno, come il verso di una canzone. E allora alla fine butto tutto, che tanto il senso di nausea non passa.

Ho gli occhi pesanti di chi non dorme, di chi vorrebbe che tutto tornasse com'era.
O di chi vorrebbe aver dato retta di più al proprio istinto. 
Quando ti accorgi della crudeltà e della tossicità di alcune persone te ne devi allontanare il prima possibile, non puoi aspettare che ti spargano addosso tutto il fiele di cui sono ricoperti. Ce l'hanno dappertutto, li abbiamo già visti utilizzarlo con chi gli stava accanto. 
Ed ora è addosso a noi, così denso, così pericoloso da farci montar dentro una rabbia ed uno sdegno che non passano, che avvelenano ogni nostro giorno ed ogni notte.
C'è chi mi chiede cos'ho ma non rispondo perché ancora una volta non c'è nulla da dire. Le parole non mi servono, forse davvero mi bastano quelle che incido qui sopra, come se fossero solo pietre da lanciare da qualche parte.

domenica 9 febbraio 2020

C'est La Vie

Fonte: cartacarbonefestival. it


Sono davanti a questo foglio bianco da venti minuti.
Che poi ad un certo punto sono diventati quaranta e non me ne sarei accorta se non avessi guardato l'orologio sul fondo.
Scrivo, cancello, riscrivo, ricancello.
Forse a volte le cose non vanno scritte, non vanno raccontate, non vanno tirate fuori.
Anche a mia madre non ho avuto voglia di dire alcunché. 
Ci sono delusioni che semplicemente si affossano sul fondo del corpo, che galleggiano nei tuoi liquidi e lì permangono. Le tirerai fuori, prima o poi, le espellerai come si fa con la pipì.
Però non le racconterai, non ne avrai voglia, non ne sentirai il bisogno.
Abbiamo sviscerato quanto c'era da sviscerare con Fred e con mio cognato. Il resto del mondo, tutto sommato, non ha bisogno di conoscerne i particolari.

Sono stata al mare ieri mattina. Faceva freddissimo ma lui se ne stava lì, azzurro in un modo assurdo, privo di una qualunque increspatura. Era lì per calmarmi, per dirmi che non servivano parole, che lui tacendo capiva tutto.
Ecco perché non posso avere un amico migliore di lui. Perché nessun essere umano mi abbraccerà mai intuendo ogni cosa senza che io l'abbia detta. 
Con le persone interviene la curiosità, il bisogno di sapere, di consigliare, di dire la propria.
Tutte cose che non mi servono, che mi infastidiscono, che mi indispongono, che mi fanno scappare.

E' andata così, semplicemente.
Poteva finire meglio. Con il rispetto, ad esempio.
Senza sotterfugi, senza falsità, senza ipocrisie, senza prese in giro.
Ma la gente si qualifica per quel che è e per le persone che ha intorno. 
Troveremo un altro dipendente, che magari non abbia una famiglia intorno così ingombrante e così tossica. Per ora c'è da stringere la cinghia, lavorare di più (e del resto è già così da un mese) ed incrociare le dita.
Emma...beh, Emma probabilmente non la rivedrò più. Il libro è stato chiuso, il capitolo strappato.

giovedì 6 febbraio 2020

Subhan

Ho fatto amicizia con un bambino pakistano, si chiama Subhan.
Gli ho chiesto se posso chiamarlo Sub perché non so aspirare l'acca. 
Ci ha pensato un istante guardandomi con quei suoi occhi vispi, scurissimi, poi ha acconsentito.
Parliamo di cose serie, sapete. Di caramelle per lo più. Le apprezza tutte, tranne quelle alla liquirizia. E ama il cioccolato, proprio come me.



Inizialmente mi stava antipatico. Sembrava un folletto, una mina vagante. Non stava fermo un attimo, guardava dappertutto, si inseriva tra la gente con una scioltezza disarmante, non sapevo che aspettarmi.
Poi però ho analizzato il tutto.
E' solo un bambino, mi sono detta.
Un bambino che la sera viene a vedere il padre lavorare, prendendo freddo insieme a lui.
E allora si coccola con i cappuccini molto zuccherati o con dolciumi di vario genere.
Mi ha raccontato che in classe c'è una ragazzina che si chiama Sara come me.
Gli ho sorriso.
E' in quel momento che siamo diventati amici io e Subhan.

domenica 2 febbraio 2020

Febbraio

Fonte: staticfanpage


Ho fotografato l'inverno, oggi.
Un solo scatto. 
Quasi rubato, di quelli che fai senza pensare, senza neanche verificare l'inquadratura. 
Ci hai visto qualcosa in quel pezzo di mondo, in quel dettaglio, in quella minuscola porzione di universo.
Qualcosa di cui non t'accorgi in quell'istante. Sai che c'è, sai di averlo notato, ma non l'hai ancora capito.
E lo sai che è uno scatto inutile, di quelli che non mostrerai.
Che lascerai a prender polvere in mezzo ad altri scatti più fortunati, quelli che ti sembrerà di poter rendere noti, che non dovranno essere spiegati.
E' solo natura sferzata dal freddo. Abbattuta dall'inverno.
Ma così bella, così poetica, così dignitosa nel suo stoicismo, nel suo resistere. 
Se ne stanno lì quelle foglie bucate, lì quelle spine dure. Dentro un bianco che avvolge, un bianco di nebbia o forse di nulla, come di cielo che si rattrappisca e fugga via, in attesa di tempi migliori. 
Forse ci ho visto me stessa lì in mezzo. Ero io che aspettavo. 

lunedì 27 gennaio 2020

In Due

"Penso che se dimagrissi cinque chili sarei più bella".
"E' impossibile".
"Dimagrire cinque chili?"
"No. Essere più bella di come sei."

Fonte: risvegliopopolare. it


Mi giro verso di lui, completamente spiazzata.
E non so perché ancora mi stupisco, dopo quattordici anni e mezzo, della purezza dei suoi sentimenti, del modo in cui i suoi occhi mi guardano.
Lui che mi guardava così anche quando ero solo una rosa ricoperta di spine, anche quando ne avevo pure sopra i petali, lungo tutta la superficie del mio stelo, persino sulle foglie. 
Ero un diamante grezzo del cui brillare s'avvedeva solo lui. 
E ancora oggi, in mezzo a tanti occhi che mi scrutano ogni giorno al di là di un bancone di marmo verde, gli unici che spicchino per sincerità sono sempre i suoi. Gli unici il cui sguardo si poggi leggero, aggraziato, innamorato. L'unico che abbia attraversato il deserto, e le ripide salite, e dunque il ghiaccio, la neve, il vento gelido.
Mi piacerebbe potermi guardare attraverso i suoi occhi, anche solo per un istante. Capire cosa vede in me di tanto speciale, di unico. E allo stesso tempo mi piacerebbe prestargli quell'ammasso di carne rossastra che ho in mezzo al petto e fargli sentire quell'intenso vibrare che lo possiede quando mi sta accanto. O quando anche solo penso a lui.
Poi mi dico che no, non avrebbe senso prestarsi gli organi. Che certi sentimenti vanno vissuti ad occhi chiusi, senza dover capire, senza indagare la potenza di ciò che prova l'altro. Che è bello così, ognuno col proprio sentire, ciascuno con il rimestio delle proprie emozioni. 

martedì 21 gennaio 2020

Stupore

Fonte: nicolettacinotti. net


Me ne stavo lì rapita e stupefatta, ancora un po' intorpidita dal sonno, ma colma di un'energia potente che sentivo salire dal suolo, entrarmi nelle scarpe, poi prendere possesso delle gambe, del bacino, sfiorare l'ombelico e dunque salire ancora.
Arrivarmi al petto, comprimerlo, schiacciarlo, infine liberarlo. Tagliare le costole della gabbia toracica e districare il cuore. I polmoni. 
Dunque respirare. Respirare profondamente, come si fa solo quando ci si ferma, quando si è soli, quando il mare ti urla addosso con tutta la sua stupefacente bellezza.

Mi sono sentita fortunata.
Perché a quell'ora, quando altri erano imbottigliati nel traffico di città o guardavano grigi edifici d'immane tristezza, io ero sola col mare. Con la brezza. Con la sabbia. Con i gabbiani. Col sole che usciva timido dietro nuvole che lo avvolgevano come nebbia.
Eravamo noi, solo noi, quello spettacolo di incomparabile beatitudine che mi scartavetrava la pelle ed io. Io che non potevo fare a meno di esserci con tutta me stessa, con ogni fibra del mio corpo, con ogni cellula periferica. 
E certo c'erano un paio di signore con i cani, c'erano i pescatori a ricucire le reti. Ma erano figure sullo sfondo, anonime creature che non aggiungevano né toglievano nulla a quel senso di perfezione che sentivo vibrare fin dentro i capillari.
Avrei voluto poter restare lì, magari sedermi ad osservare, studiare ogni onda come un attento ricercatore che voglia capirne il moto senza catturarlo, senza spiegarlo ad altri. Mi sono sentita come Plasson che dipingeva il mare con il mare. 


"L’uomo non si volta neppure. Continua a fissare il mare. Silenzio. Di tanto in tanto intinge il pennello in una tazza di rame e abbozza sulla tela pochi tratti leggeri. Le setole del pennello lasciano dietro di sé l’ombra di una pallidissima oscurità che il vento immediatamente asciuga riportando a galla il bianco di prima. Acqua. Nella tazza di rame c’è solo acqua. E sulla tela, niente. Niente che si possa vedere […] «acqua di mare, quest’uomo dipinge il mare con il mare» – ed è un pensiero che dà i brividi." (OceanoMare, Alessandro Baricco).



giovedì 16 gennaio 2020

Il Sole di Gennaio

Fonte: freepik. com



Ore 12:30. 
C'è il sole dunque non scrivo.
Il sole mi assorbe completamente, come se fosse il mio caricabatterie e al tempo stesso mi togliesse lo spazio per ogni introspezione. 
Quando c'è il sole devo pensare a vivere il più possibile, non ho tempo di guardarmi dentro, di cercar parole, di riflettere. Sembra che tutto vada più veloce. Le mie poche ore in casa, le lezioni di yoga, il mare, il lavoro. E' un andirivieni di gesti quotidiani, uno scorrer di vita che non posso fermare. 

Ricordo lo scorso gennaio che non passava mai, che arrancava stanco ed infinito. E invece questo calpesta rapido i suoi giorni ed io son lì che guardo oppure che mi faccio calpestare insieme a loro. 
Sento di aver poco tempo per me stessa e quello che ho mi sfugge tra le mani senza che riesca ad afferrarlo mai, velocista indefesso che non so capire. 
Sto leggendo un po' la sera e forse quelli sono gli unici momenti in cui mi siedo a curar l'anima.

Ore 15:25.
C'è un uomo sui quarant'anni qui, sta giocando da mezz'ora. Aspetta un amico, dice.
Poi arriva, è lo stesso tizio di trent'anni più grande con cui l'ho visto altre volte. E se ne stanno così, per un sacco di tempo, a farsi confidenze come se avessero la stessa età o fossero l'uno il figlio dell'altro. Li guardo rapita, stupita di quanto possa esser semplice eppure speciale intrecciare rapporti umani che abbiano valore anche tra persone così dannatamente diverse.
Sorrido insieme a loro, non riesco a fare a meno di entrare nel loro piccolo mondo, di coltivare l'idea di potermi quantomeno far contaminare, come se bastasse accarezzare una rosa per esser rosa a mia volta.
Ho abbandonato l'idea di tessere una vera amicizia qui dove abito ora. Sento le mie amiche storiche, loro si, fisicamente lontane ma vicine. Vedo ogni tanto l'unica amica che ho qui ma con cui non riesco a trovare l'affinità che vorrei e se un tempo mi sarei sforzata per trovarla, quell'affinità, ora preferisco lasciare che le cose vadano semplicemente come devono andare. L'amicizia è anche una fortuna, un po' come l'amore. Ed è una fortuna da innaffiare generosamente quando si pensa che possa valerne la pena. E beh, ora come ora, sento che non ne vale la pena, che non esiste un altro essere umano come me in questa parte di pianeta. Tuttavia ci penso solo il minimo sindacale, come uno di quei pensieri periferici che ti ritrovi davanti ogni tanto e a cui avevi smesso di dare importanza.
Perché la verità è che non trovo alcun senso nel concentrarsi su ciò che non si ha quando si può porre l'attenzione su ciò che, invece, si possiede.

venerdì 10 gennaio 2020

Sull'Asfalto

Fonte: poesiaurbana


Ho visto un uomo fingere di non conoscere la fidanzata che era appena stata investita da un autobus. E non so se è stato più terrificante vedere lei per terra, nel buio della sera, con tutta quella gente attorno o lui che passeggiava nervoso senza neppure avvicinarsi.

:"Sara sei molto bella".
:"Grazie, anche tu lo sei."
:"Sono depressa, ho litigato col mio fidanzato. Un anno fa rimasi anche incinta ma non c'è fiducia, sto tanto male".
:"...."
:"Sto invecchiando, ho 32 anni."
:"Io ne ho 34 Giulia. Non siamo vecchie. Una donna a quest'età è nel pieno della sua bellezza. Se stai male con lui vattene, puoi avere chi vuoi, puoi anche stare da sola."
:"Gli uomini sono tutti uguali".
:"No, non sono tutti uguali, te lo assicuro."

Giulia è a terra, sull'asfalto nero.
I passeggeri dell'autobus sono scesi e si accalcano intorno al suo corpo. Qualcuno urla, qualcun altro è al cellulare. Fred è in negozio che chiama il 112. Io la guardo, non si muove. E' la stessa donna che poco prima mi toccava le mani e mi metteva in soggezione ma adesso sembra solo un corpo informe.
Il cuore mi schizza in gola, sento un tremore percuotermi tutta, sento freddo e caldo insieme. Il suo ragazzo mi raggiunge, mi dice che è pazza, che fa sempre così, che si ubriaca e dice in giro che ha litigato con lui. Io gli dico di correre da lei, di guardare come sta. 
Ma non lo fa in quel momento né in quelli successivi. 
Giulia rinviene, parla, ripete che ha litigato con il fidanzato, che è depressa.
Arriva l'ambulanza e dopo un tempo che mi sembra infinito la porta via. Arrivano altre ambulanze. La via si riempie di gente, di carabinieri, di paramedici. E' il delirio.

Giulia gli uomini non sono tutti uguali. 
Non sono tutti come colui che ti ha abbandonata sulla strada, ferita, sbronza, incazzata e più vulnerabile che mai. Lo stesso uomo con cui avrai litigato, certo. Ma con cui avrai anche fatto l'amore, gli avrai preparato da mangiare, rifatto il letto, stirato le camicie. E se anche tu fossi stata la peggiore delle donne, lui, almeno in quel momento, avrebbe dovuto essere con te. Perché non esiste ragione valida per lasciare una donna che un tempo si credeva di amare per terra come un vecchio straccio, sotto gli occhi estranei di gente che se ne è preoccupata più di quanto ha fatto lui. Quando starai meglio, perché certamente starai meglio, vattene da casa sua e non tornarci più.

lunedì 6 gennaio 2020

I Pezzi Addosso

Fonte: borgando. it


Il centro storico era semideserto, si avvertiva solo il vibrante ticchettio dei miei stivaletti sui sampietrini. Una donna ci ha gridato buon anno fermandosi un po' con noi. Un anziano signore ci ha salutati con un sorriso. Mi son detta che dovrebbe essere sempre così, salutarsi tra sconosciuti, tra persone che non si rivedranno mai. Sentirsi parte di un solo universo, cittadini dello stesso mondo, privi di barriere o di convenzioni sociali. Davvero bisogna conoscersi per esser cortesi? quand'è che siamo diventati così chiusi, così ottusi, così incredibilmente barricati in noi stessi?

Mi sono fermata a fissare gli studi d'arte. Dipinti di nudo, di paesaggi, nature morte. Un'intera via dedicata alla pittura, dove artisti sconosciuti possono ammirarsi l'un l'altro e farsi ammirare dai passanti, colorare Corso Garibaldi con la loro presenza, con i loro pezzi di mondo racchiusi dentro tele immense o piccolissime. Tripudi di colore, di vita, frastuoni silenziosi, musiche evanescenti.
I negozi erano tutti chiusi e in quella fissità, quasi in quella stanchezza di vie troppo simili l'una all'altra, c'era un silenzio assordante, quasi fosse una città fantasma, un luogo da cui tutti erano fuggiti per ritrovarsi da basso, sul lungomare. 
E la vita era tutta lì. Lì c'era il sole, c'era l'acqua azzurroverde di una mattinata incredibilmente serena. C'erano i cavalli sulla sabbia, i ciottoli colorati, le verande aperte, i chioschi abbattuti che verranno ricostruiti a maggio. 

Abbiamo camminato tanto, abbiamo camminato a lungo. Salite, discese, quindi pianure, poi asfalto, dunque i sassi e la sabbia. Con gli occhiali da sole calati lungo la faccia, le sciarpe a coprirci dal vento, le mani intrecciate.
Si pensava al presente e il presente era tutto lì, in quella cittadina che avevo visto innumerevoli volte da bambina e che ora, da adulta, sembrava qualcosa che avessi abbandonato il giorno prima, come se il ricordo ci avesse tenute vicine, cresciute distanti ma in qualche modo ancora parte l'una dell'altra. Una volta ho letto che quando veniamo a contatto con qualcosa - o con qualcuno - e poi da questo qualcosa - o qualcuno - ci separiamo, pezzi di esso ci restano incollati addosso. E in quel momento mi è sembrato che davvero qualcosa fosse rimasto addosso a quel luogo, di me bambina, e che qualcosa fosse rimasto di quel luogo addosso a me.