giovedì 31 dicembre 2020

Battute Finali

 
Fonte: Annalisa Barbier


Siamo alle battute finali di questo anno che ci ha travolti tutti come uno tsunami.
Ci ha presi di petto e ci ha messo spalle al muro. 
Da quella posizione di potere faceva il gradasso, un gigante che ci ha fatti sentire piccoli e indifesi. Omuncoli disarmati, spogli, nudi. 
Ha riso di noi tutte le volte in cui ci era sembrato di poter sfuggire alla sua presa e ci ha rimesso nella posizione di partenza. Ci guardava sospirare, aver paura, sentire la gola chiudersi per l'assenza di libertà o per la voglia di abbracciare qualcuno.
Con la sua stazza ci ha impedito di scorgere la luce, anche se magari a volte gli passava da sotto le gambe e tra le braccia. E grazie a quegli spiragli sognavamo, osservavamo il mondo com'era stato, come lo ricordavamo. Il mondo che ci aveva tolto, che improvvisamente non ci apparteneva più.
Ci eravamo spesso sentiti onnipotenti, creature privilegiate in grado di poter schiacciare a piacimento le altre. Ed ecco invece che un anno ci faceva cambiare prospettiva, ci faceva sentir noi le prede. Costretti ad arrancare, a nasconderci, a sperare che prima o poi si stufasse di noi, che magari scegliesse qualcun altro. 
Cambia l'anno in queste ore e ad aspettarci al di là del guado ci sono i suoi eredi.

Eppure.
Eppure.
Eppure anche in un anno nefasto come questo abbiamo collezionato qualche ricordo piacevole.
Non dite di no.
Lo so che è così.
Sento i ricordi di attimi felici che vi attraversano le iridi. Li state riguardando, come se fossero lì davanti. Come se ancora poteste sentirne l'odore. O percepirne il calore. O vederne i colori, tutt'intorno. Fotogrammi vividi, incantevoli, che vi sorridono. 

Vi invito a portarveli dietro, lasciando fuori tutto il resto.
Il male, il dolore, a meno che non vi abbiano resi migliori, lasciateli dove vi hanno attraversati.
In queste ore sentitevi accarezzare solo dal bello, anche se poco, anche se fievole, anche se faticate a tenerlo in mano. Anche se vi sembra che voglia sfuggirvi, sgusciare via. Perché la felicità è così, una farfalla libera che non può esser catturata.
Tenetevela negli occhi, sentitela nel cuore, respiratela nell'anima. E domani mattina, quando un nuovo anno vi colpirà in viso con il suo primo raggio di sole, sorridete. Entrateci così, nel 2021.

Questo è il mio augurio per voi. Per noi.
Di andare avanti con il sorriso sulle labbra come se fosse una potente spada in grado di sconfiggere ogni altro nemico. Noi possiamo. Se ci crediamo, noi possiamo.
Auguri amici. A ciascuno di voi.


domenica 27 dicembre 2020

Colline

 
Fonte: tiscali ambiente

Natale se n'è andato, eppure è ancora qui con me. 
L'ho assaporato, gustato, trattenuto tra la lingua e sotto i denti come un pezzo di cioccolato fondente che volessi far sciogliere a poco a poco. E una volta oltrepassata la gola ho chiuso gli occhi, grata ed appagata.
Avrei potuto essere una trentacinquenne rampante, invece ho ancora bisogno di farmi stringere dal calore familiare per ricaricarmi. Preso a piccole dosi, ma dosi fondamentali. 
Le voci, i profumi, le risate, i giochi. 

Sono a casa mia ora, stesa sul mio letto, circondata dalle mie cose.
Ma solo poche ore fa passeggiavo in campagna, visitando case abbandonate, calpestando foglie gialle scricchiolanti, guardando il cielo azzurro.
Sola eppure in compagnia.
Sentivo il respiro della Terra, la fissità di un luogo ormai quasi disabitato e quindi così silenzioso da sentir l'eco di ogni pigna caduta al suolo. 
C'era il sole ma avevo freddo, eppure andavo avanti, volevo risalire la collina, vederla dall'alto.
E una volta lì ho osservato quella moltitudine di colori e sentito l'assenza di suoni avvolgermi tutta facendomi sentire a casa. 
E quindi la gratitudine. Forte, intensa, quasi brutale, che mi risaliva dai piedi fino al petto come un flusso sanguigno inarrestabile. 
Sono ridiscesa quasi subito. Non avevo incontrato nessuno. Ero sola con la natura, in quei luoghi d'infanzia che conosco come le mie tasche e che nonostante tutto a volte ancora mi meravigliano. 

lunedì 21 dicembre 2020

21 Dicembre

 

Fonte: freepik

Il primo tramonto d'inverno cade leggero come una piuma. Rarefatto, un caleidoscopio di colori pastello che tingono il cielo con una grazia inafferrabile. Prima l'azzurro, dunque il violetto, poi un incantevole color pesca che tramuta in rosa pallido nell'esatto momento in cui si tuffa sul mare. E' incanto, è meraviglia. E' ogni volta come non aver mai visto un tramonto prima di quello odierno.
Come se ogni mattina resettassi me stessa e fosse una nuova me quella che solleva lo sguardo al cielo. Gli occhi spalancati, le emozioni in affanno, un trepidante batticuore come d'innamorata.

E' per questo che ho iniziato a scattare fotografie, non ho più dubbi.
I primi tempi mi sono spesso interrogata sulla ragione per cui farlo fosse diventato improvvisamente così importante. Poi ho capito che catturare quelle emozioni, quei colori, quei dipinti che la natura mi metteva dinnanzi come piccoli miracoli, era qualcosa a cui non potevo né volevo rinunciare.
Le volevo, volevo tutte quelle cose per me.
Come un piccolo tesoro da tenere in uno scrigno e da aprire di tanto in tanto per bearsi delle sue gemme.

Piccoli pezzi di vita da trattenere, da stringere tra le mani come elementi preziosi del mio esistere.
Non voglio diventare una di quelle persone che non si emozionano più. Che hanno perso la capacità di cogliere la bellezza, di farsene avvolgere. 
Non voglio smettere di stupirmi, di guardare il mondo con questi occhi incantati, purissimi, da bambina. 

giovedì 17 dicembre 2020

L'Uomo in Rosso

 


Caro Babbo Natale,
Sono passati anni dall'ultima volta che ti ho scritto. Quattro, per l'esattezza
Provo a rifarlo oggi, in punta di piedi, come si fanno tutte quelle cose per le quali si è perso l'esercizio. 
Eviterò frasi melense, retoriche e ridondanti su quanto questo Natale in arrivo si prospetti differente rispetto a quelli precedenti. Te l'avranno già detto tutti, e sai che non amo ripetermi.

La verità è che mi piacerebbe un Natale libero.
Un Natale in cui poter abbracciare i miei cari. Un Natale senza divieti, imposizioni, senza guardiani scansafatiche sul balcone a controllare se stai rispettando le regole.
Siamo tutti tesi. Ogni mattina sento mia madre al telefono ed ogni volta è un po' più aspra del giorno prima. Sta diventando triste. E tu sai che lei no, non se lo merita più d'esser triste. Che lo è stata così tanto in passato da essere ancora in debito di gioia con la vita.
Non ci vediamo da un mese perché con mio cognato positivo, anche se noi eravamo e siamo fortunatamente negativi, abbiamo preferito non andare a trovarli. Si protegge sempre ciò che si ama, e noi abbiamo ritenuto di dover proteggere loro. 
Ma i giorni son passati, noi ad arrancare in negozio, loro chiusi in casa in mezzo alla campagna, uscendo a veder le facce altrui solo per fare la spesa.
E mentre i giorni passavano iniziava a prospettarsi la possibilità di un Natale blindato, ciascuno in casa propria, lontano dai genitori anziani, dal calore, da quel barlume di normalità che tutti abbiamo sognato silenziosi in questi mesi.
E allora dimmi, Babbo Natale, se non è giusto che mio padre a settantatré anni possa vedere intorno alla sua tavola la figlioletta e il genero. Mi piace il suo viso quando assume quell'aria sonnacchiosa di soddisfazione, quando si appoggia le mani sulla pancia e ci osserva sorridendo. Ho una sua foto che lo ritrae in quella stessa espressione e la riguardo ogni volta in cui la nostalgia assume livelli spaventosi.
Se mia madre, così dedita alla cucina e a tutte quelle cose che fanno di lei una donna vecchia maniera, non meriti di poter cucinare per "quella figlia che non mangia niente" e per quel genero che "mangia tutto quello che prepara". Lei che sa esser felice solo così, solo dedicandosi a noi.
Se mio fratello, abituato a condurre una vita dinamica e frenetica in una grande azienda, non meriti dopo mesi da solo a fissare per dieci ore al giorno un pc e null'altro, di passare un po' di tempo diverso. Tempo sospeso, felice, accogliente, giusto. Anche a litigare con me, in fondo, perché lo sai che dopo tre ore nella stessa stanza riprenderemo a punzecchiarci. E ci irriteremo, ci rivolgeremo insulti, ci guarderemo in cagnesco, ma poi il broncio passerà e ci vorremo bene più di prima.

E per quanto riguarda Fred e me, beh, lo sai già.
Lui ama stare lì perché riesce finalmente a riposare, a rilassarsi, a smettere di pensare a tutta quella sfilza di doveri che gli opprime le spalle giorno dopo giorno. Il silenzio, l'assenza di facce conosciute, la compagnia di mio fratello che è ormai anche suo, le coccole culinarie di mia madre che lo fanno sentire un piccolo principe. E quei biscotti con nocciole e cioccolato che sogna ad occhi aperti per tutto l'anno.
Per quanto riguarda me...vorrei solo un po' di calore. Vederli, toccarli, sorridere insieme, guardare le mie colline dalla finestra, sentire sotto i tacchi il rumore dei sanpietrini della piazza. 
Ma soprattutto, vorrei che fossero felici. E lo sarò anche io, pienamente.

Vedi Babbo, alla fine son stata retorica e melensa come mai avrei voluto essere.
Potrei cancellare tutto e scrivere di nuovo una lettera razionale che mi renderebbe più orgogliosa di me stessa ma certamente anche meno vera.
E allora ti lascio questa versione qui, scritta di pancia, senza linee guida, come sicuramente facevo anche da bambina. Una lettera che ti parli delle persone che amo e di quanto bisogno abbiamo tutti di stare, semplicemente, insieme.
Il virus non andrà in vacanza ma forse meritano di andarci tutti quei pensieri bui che stanno rendendo le persone incattivite, ostili, nervose, tragicamente sempre più depresse. 
Con affetto, Sara.

giovedì 10 dicembre 2020

Buchi Sulla Pelle

Fonte: francescaspades


Oggettivamente, siamo stanchi. 
Fred sta trascorrendo in negozio quattordici ore al giorno, io qualcuna in meno.
Ci trasciniamo infreddoliti fino a sera, con l'umidità di questi giorni antipatici che ci penetra le ossa nonostante i riscaldamenti accesi.
Già alle quattro del pomeriggio inizio a sognare la doccia bollente. Lo faccio ad occhi aperti, ascoltando e guardando le persone che entrano ed escono, registrando movimenti automatici nei quali, nonostante l'esperienza decennale, ogni tanto mi inceppo. E' sempre così quando sono stanca, inizio a perder colpi. Mi riscopro distratta, improvvisamente, a sperare di farla finita con l'ennesima giornata.

Poi finalmente torno a casa, mi spoglio in fretta, mi strucco, dopo ore con la bocca coperta mi guardo allo specchio e mi vedo per intero.
Corro in doccia, accendo un po' di musica che poi non riesco a seguire e che non ascolto. E' una compagnia mesta, un vociare che ad un certo punto diventa silenzio, che smetto di udire.
Chiudo gli occhi sotto il getto bollente, la testa china, l'acqua che colpisce il collo e che poi mi ricopre completamente. Solo a quel punto sento tornare una stilla di vita nel mio corpo. Un benessere a lungo agognato, un calore che mi riveste ovunque, che mi fa sentire bene. Ed è come una violenza dover uscire di lì, rivestirsi, preparare la cena.

Piove a dirotto da quasi due settimane. Quando non piove il vento spazza via le foglie rigettandole dentro pozzanghere ricolme d'acqua putrida. Le guardo di sfuggita quando raggiungo il negozio, attenta a non finirci dentro.
Marino è sempre nel suo ampio recinto, lo osservo brucare l'erba con l'espressione placida di chi non abbia un solo problema al mondo. E' una visione felice anche sotto la pioggia, gli sorrido anche se non mi guarda. Perché forse non è per lui che distendo le labbra, ma per me. Il sorriso che Marino mi provoca è tutto mio. Mi inonda di pensieri positivi. Il Natale in arrivo, la vita stessa con le sue contraddizioni, le persone che amo, quelle che ne hanno fatto parte, quelle che non ci sono più, quelle che ci sono ancora. Penso anche alle foto che scatterò quando tutto questo sarà finito, quando sentirò scorrere ancora un po' di libertà.
Ho una fortuna enorme: anche quando sono stanca, anche quando le difficoltà vogliono prendere il sopravvento, sento spilli di gioia bucarmi la pelle e far entrare luce da quei fori. 

sabato 5 dicembre 2020

Uno Su Mille

 

Fonte: incoaching. it

Mi spaventa chi crede di sapere tutto.
Chi non si pone mai una domanda su sé stesso e sugli altri.
Chi vuole insegnare la vita persino a chi conosce appena o di sfuggita.
Chi si arroga il diritto di essere dalla parte giusta, qualunque essa sia.
Mi spaventano i crociati, sempre pronti a far giustizia con modi discutibili. 
Ho paura dell'invadenza, di chi cerca di entrare laddove non gli è permesso. 
Chi non accetta di starsene al suo posto.
Chi non ha mai conosciuto la discrezione, che è forse una delle più alte forme di rispetto.

Mi rendo conto di non essere una persona amichevole.
Sono socievole, sorrido, scherzo, mi fermo a parlare per la strada con chi conosco.
Ma non faccio domande, non chiedo, non mi piace entrare nell'intimità altrui.
Agli altri chiedo solo come stanno, perché liberi di rispondermi come meglio credono, persino di mentire se lo ritengono necessario.
E vorrei, sinceramente lo vorrei, che gli altri mi usassero lo stesso garbo. 
E' una forma di distacco? di chiusura, di freddezza?
Probabilmente si. 
Ma davvero bisogna essere amici di tutti, aperti con tutti, pronti a farsi leggere da chiunque?
Io non ci sono mai riuscita e crescendo questa linea di pensiero si è cementificata, non posso proprio dire di essermi ammorbidita. 
Non mi sento migliore né peggiore degli altri, voglio solo procedere nella mia vita senza doverla spiegare, raccontare, chiarire. 
Neanche un granello di questa vita io voglio condividere.
Gli unici granelli, grandi più o meno come sabbia, li dispongo in questo spazio. Ed è forse la porzione più ampia di me stessa che voglia mostrare. 

Abbiamo dovuto chiudere un'ora prima ieri per un appuntamento urgente.
Le domande si sono susseguite a raffica, curiose, sfacciate, letali. 
Gente che vuole scandagliare, sapere, impicciarsi. Gente che ha la faccia tosta di giudicare ciò che non conosce.
Ed è solo un esempio. Uno su mille.
Uno su Mille.

giovedì 3 dicembre 2020

Intrusione

 

Fonte: araberara. it

Ero tranquilla fino a pochi istanti prima, come se non fossi del tutto presente o potessi guardare la scena da fuori. 
Poi la dottoressa mi ha infilato il tampone in una narice, l'ho sentito risalire velocemente ed entrare in uno stretto cunicolo di cui quasi ignoravo l'esistenza.
Ho provato dolore e mi è uscito un urlo. Istintivamente ho tentato di toglierlo. Del resto lo avevo già fatto anni prima: sdraiata su un letto d'ospedale avevo cercato di allontanare fisicamente un'anestetista che mi stava puntando una grossa siringa sullo sterno.

Solo quando il mio corpo è stato violato ho realizzato quello che stava accadendo. 
Nella mia narice sinistra non è entrato solo un tampone ma anche la consapevolezza del pericolo, la paura, la sensazione di non poter controllare il corso degli eventi.
Mio cognato positivo e in quarantena da due giorni. I turni lavorativi diventati forsennatamente infernali. La preoccupazione di esser positivi anche noi e di dover chiudere il negozio, con tutti i problemi relativi al dover chiudere un'attività che lavora col monopolio di Stato.
Il pensiero di mio padre, non più giovanissimo, mi ha fatto piangere. Ero rimasta fredda ed ottimista fino a quel momento ma poi gli argini hanno ceduto e sono scoppiata in un pianto infantile davanti agli occhi increduli di Fred.
Domenica ero con lui, con loro. Senza saperlo avrei potuto infettarli. Ho passato due ore lavorando come un'automa, completamente in tilt, infreddolita dal tempo umido della serata piovosa ma anche da pensieri sgraditi che si rincorrevano senza che potessi fermarli. Li ho lasciati fluire, certa che dovessero fare il proprio corso.

Siamo negativi.
Per ora stiamo bene.
Eppure il virus è lì fuori, pericolosamente vicino. Si aggira intorno a ciascuno di noi. Chissà quante volte ci siamo già lasciati sfiorare.
E' diventata così strana questa vita che stentiamo a ricordare di quanto fosse bella, libera e normale...prima.

martedì 24 novembre 2020

Paracadute

Fonte: Romoletto Blog



Le vedo allontanarsi insieme, madre e figlia, ben riparate nei loro cappotti. Hanno il capo chino, non si toccano, ma parlano fitto con un'aria di complicità che un po' mi stringe il cuore.
E' una serata serena ma fredda. Ho intravisto un tramonto spettacolare levarsi fino al mare ma non ho potuto far altro che immaginarlo, chiusa qui. Ora è buio pesto, le automobili sfrecciano poco più in là ed io penso a quella madre e quella figlia che camminano insieme raccontandosi chissà cosa.

A volte mi chiedo se la mia vita sarebbe stata diversa se i miei genitori li avessi avuti vicini anziché distanti. Mi rispondo che si, lo sarebbe stata. Sicuramente più semplice.
Eppure la verità è che questa distanza mi è servita e mi serve tuttora. Per crescere, per far maturare la donna che sono, per non pensare di avere sempre un paracadute pronto a sostenermi. E lo so che il paracadute esiste anche se più lontano, ma se fosse stato qui, chissà, forse avrei avuto la tentazione di approfittarne qualche volta. E invece è bello farcela da soli, nuotare con le proprie braccia, camminare con le proprie gambe.

Li amo, penso a loro continuamente, sento mia madre ogni mattina. Papà compra ancora i miei grancereale al cacao e me li fa avere ogni volta che ci vediamo, insieme a molto altro. E' il loro modo di amarmi, di farmi capire che ci sono e saranno sempre i miei genitori, anche se a questa età dovrei o potrei essere genitrice di qualcuno io stessa. 
E questa cura, questo amore incondizionato che mi avvolge come una coperta calda, è sempre qui con me. Qualunque cosa faccia. Ovunque io vada. Qualunque persona io sia diventata.
Ma per quanto in questa vita potrei correre un po' meno se avessi qualcuno ad aiutarmi materialmente quando arrivo a toccare terra sfinita, so che è bene che non siano loro a farlo. Per quanto li ami, la nostra distanza fisica mi tiene a galla più di quanto farebbe la loro presenza.

domenica 15 novembre 2020

Al Buio

 

Fonte: PadovaOggi

La via è completamente deserta, non si sente volare una mosca. 
I primi suoni arrivano dalla strada principale ma sono anch'essi attutiti, lontani, quasi del tutto assenti. C'è un silenzio che non ti aspetteresti, che sembra provenire dalle case stesse, come se tutti i loro abitanti tenessero la bocca chiusa. Come se i cani avessero simultaneamente voluto smettere di abbaiare. Come se i fuochi non crepitassero più all'interno dei camini e la nebbia scendesse fitta ma taciturna.

Mentre stendo sul filo il mio maglioncino mi attardo ad osservare il buio. Le automobili parcheggiate, i fiori quasi stecchiti all'interno delle fioriere, i lampioni accesi, il nero del cielo e dell'asfalto, le imposte sprangate quasi ovunque. E soprattutto osservo questo silenzio irreale, come se fosse anch'esso qualcosa da vedere, come se avesse una sua forma, una sua dimensione, come se fosse sostanza e presenza. E mi accorgo che il buio è più nero quando non ci sono forme di vita a rallegrarlo, quando resta da solo a dominare il mondo. Ne è padrone indiscusso, come Lucifero all'inferno.

venerdì 13 novembre 2020

Tetris

 

Fonte: salernotoday

E' incredibile che debba esser qualcun altro a farci notare quando stiamo esagerando. 
Incredibile che non ci si accorga da soli di aver riempito le proprie giornate fino al collasso. E così succede che all'improvviso, in un momento qualsiasi di un giorno qualunque, il corpo dia segnali di cedimento. Dolore alle gambe, pressione sulla schiena, un senso di affaticamento generale. 
Piccoli campanelli di allarme, come quando i cani cominciano ad ululare prima che venga il terremoto.

Ed è Fred a dirmi che non mi fermo mai, che mi sveglio sempre presto, che faccio sport ogni giorno, pulisco casa, cucino, esco, rientro, lavoro, dunque la cena da mettere in tavola, poi di nuovo cose da fare in casa e il tempo in cui riesco a star seduta o sdraiata si riduce al momento di andare a letto. 
Senza rendermene conto ho fatto in modo di non poter tirare il fiato mai. Ho giocato a tetris con la mia vita, incastrando un pezzo dopo l'altro senza lasciare neanche uno spiraglio d'aria tra un mattoncino e l'altro. 
Quand'è che ho fatto questo e perché?
Un tempo godevo del mio tempo libero. Ora lo riempio fino a non averne quasi più.

Ho l'odore frizzante di una clementina appena sbucciata tra le dita. La sento accarezzarmi le narici, trasportandomi dal posto in cui mi trovo fin dentro la cucina di mia madre.
La vedo seduta in un angolo, con le gambe alzate. Guarda la tv. C'è quello stesso aroma di agrumi nell'aria, l'impregna quasi totalmente. Sa di casa, di famiglia, di quelle urla sempre un po' sguaiate che si scambiano mio padre e mio fratello, di continuo. 
Sorrido. Penso che domenica, salvo decreti dell'ultimo minuto, pur senza abbracciarci né toccarci saremo in quella stessa stanza. Insieme. Tiro un sospiro di sollievo, come se avessi trattenuto l'aria troppo a lungo.
A volte anche le donne adulte hanno bisogno della madre.

martedì 10 novembre 2020

Cala La Sera

 

Fonte: skuola. net

Il sole si abbassa, raggiunge il mare, velocemente lo attraversa fino a diventare un puntolino scarlatto che pochi istanti dopo non esiste più.
Cala la sera, la gente in strada diminuisce fino a restarne sempre meno. Della loro presenza su questa porzione di mondo mi accorgo solo per i fari, luci che sfrecciano qui davanti catturando il mio occhio al di là della vetrata. Sono assorbita da quel viavai, mi fa pensare ad altre luci, quelle delle case che tra non molto prenderanno nuovamente vita.
L'asfalto è scuro, un grigio pieno che poi diventa nero come pece.
Ho sempre freddo a quest'ora, anche quando in realtà freddo non è. E non so se questa sensazione sia fisica o emotiva. Se dipenda da un calo delle temperature oppure da un calo della clientela, dal ritorno del buio. 
E anche qui: buio fisico o emotivo? è la notte che mi preoccupa o ciò che porta con sé?
So che rispondere non ha importanza, è un dato trascurabile, ininfluente, conta quanto uno zero. 

Lo avete notato, tutt'intorno, che si parla solo di covid? E se non si parla di covid si parla di economia a pezzi, di ospedali al collasso, del conteggio dei positivi, di terapie intensive, di cassa integrazione, di smart working, di vita sociale semi azzerata. Di contingenze del covid, insomma.
Davvero, dunque, non ci resta nient'altro?
Questo virus ha stravolto così radicalmente le nostre vite da averci tolto anche il piacere di intraprendere altri argomenti di conversazione. Come se tutto il resto, in fondo, avesse lo stesso peso della mia domanda poco sopra. Come se contasse zero, appunto.

Nel tempo libero per distaccarmi da questa ridondanza di informazioni alle quali cerco inutilmente di fuggire quando lavoro, faccio fotografie. L'unica forma di comunicazione che mi sia rimasta che non richieda l'utilizzo di parole, frasi, spiegazioni, inquietudini da tradurre in discorsi che non mi va di cominciare.
Scatto con la stessa passione di sempre, ma con un'urgenza ancora maggiore. Scatto perché c'è ancora tanto di bello nel mondo e se non lo guardo attraverso quella lente mi sembra di non vederlo. 
Non lo voglio perdere, non voglio che mi venga tolto, non voglio che il nero prenda il posto dei colori. E allora riempio il telefono di fotografie che poi guardo in un secondo momento e che, chissà perché, mi strappano sempre un sorriso colmo di gratitudine. 

mercoledì 4 novembre 2020

Una Leonessa

 

Fonte: generazionepost. it

Un paio di settimane fa ho ricominciato a praticare yoga. Insegnante nuova, classe diversa, stesso posto.
Se poi parliamo dell'entusiasmo, della sensazione di appagamento e di benessere, beh, quelli sono rimasti tali e quali a quelli che ricordavo.
In quei sessanta minuti di pratica riesco a concentrarmi sul presente, sul mio corpo, sul  tappetino che mi accoglie, sulle sensazioni fisiche e mentali che mi attraversano. Sono lontana da tutto il resto, come se non esistesse, come se fosse qualcosa di completamente marginale. Qualunque altra cosa rimane fuori dalla porta, oltre il confine del mio raggio d'azione.
E' una sensazione meravigliosa, di totale partecipazione con la classe, con l'universo. Il mio corpo e le sensazioni da esso derivanti sono i soli protagonisti, gli unici pezzi di vita dei quali mi debba preoccupare. E per me che mi deconcentro con facilità qualunque cosa stia facendo, più che un traguardo questa è un'esperienza mistica, totalizzante, unica nel suo genere. Lo yoga vinyasa mi scrolla di dosso pesi che mi porto addosso per una settimana intera e che poi vado a scaricare per sentirmi finalmente più leggera. 

La mia fisioterapista, un anno e mezzo fa, mi disse che dopo le lezioni lei si sentiva una leonessa. Mi sembrò un'esagerazione ma non potevo non crederle, Ornella era l'ottimismo in persona e mi stava facendo ritornare a stare bene, mi stava restituendo la salute. Mi fidai, mi affidai, provai. E il mio percorso andò oltre le mie più rosee aspettative. Quella che era iniziata come una terapia, diventò passione struggente. Ed ora, anche se la mia prima insegnante si è trasferita, provo sensazioni ancora più appaganti con la nuova. Forse era lei la persona che dovevo incontrare, quella con cui la pratica sarebbe diventata più intensa, più matura. 

E dunque, nessuno mi toglierà mai dalla testa che lo sport non sia qualcosa di inessenziale, qualcosa che possa essere messo in stand by. Questa è una posizione a cui possano credere solo coloro che dallo sport non hanno mai ricavato alcunché e a cui stare sul divano, ben posizionati a guardare serie tv, piaccia più che tutto il resto.
Se esiste qualcosa, su questo mondo, che ti faccia sentire una leonessa...beh, quella cosa va mantenuta viva come una fiammella. 

domenica 1 novembre 2020

Sotto Gli Ulivi

Fonte: cedior. com


Arrivata in casa dei miei sono corsa a cambiarmi e in pochi minuti ero sotto gli ulivi, insieme a loro. Il sole si irradiava ovunque, maestoso, colpendo le foglie ingiallite ai piedi dei ciliegi, i chicchi di oliva matura, violacea come uva, l'erba verdissima sotto le nostre scarpe, i melograni spaccati attaccati alle piante. Ero stanca dopo una settimana complicata, ma ero felice come una bambina. Felice di ascoltare il loro chiacchiericcio, felice di sentire il corpo lavorare, felice persino dei continui battibecchi tra mio padre e mio fratello. Ero in mezzo alla natura, il mio habitat, ne sentivo gli odori, ne abbracciavo i colori, mi facevo accarezzare dal sole e dalla fatica.
Ho ricordato altre giornate come questa, quando ero ancora una bambina, e novembre era un mese freddo e cupo. La nebbia ci avvolgeva, il gelo penetrava le ossa ed entrava ovunque, non gli si poteva sfuggire. Detestavo esser lì, detestavo fare i compiti in fretta e uscire ad aiutarli. 
Ma ora è tutto diverso, il clima ha subito strane evoluzioni e la raccolta degli ulivi negli ultimi anni si è sempre svolta sotto un bel sole capace di scaldare come un qualunque giorno di primavera. Io stessa sono diversa, più recettiva, più immersa nelle mie sensazioni, più ancorata alla terra e alle sue manifestazioni. Questa non è più una triste incombenza, ma un'occasione per vivere la natura in modo più intenso, sentirla sotto le mani, poterla abbracciare come si farebbe con un parente stretto che di tanto in tanto si ha necessità di andare a trovare. 
Ho corso tra le piante, scattato fotografie mentre gli altri pranzavano seduti. Mi sembrava una festa. Me in mezzo a quel tumulto di verdi e di gialli e di rossi che mi riempivano gli occhi e mi facevano sentire pienamente e stranamente allegra.
Ero colma, completa, come se qualunque altra cosa di questo mondo che fosse giunta lì all'improvviso avesse potuto trovarmi già al completo, senza nulla da aggiungere per una piena felicità.

Alla fine della giornata ho fatto la doccia, rindossato i miei pantaloni aderenti di ecopelle e i miei stivaletti con il tacco, tornando in pochi istanti nei miei soliti panni, dentro la solita me stessa. Curata, distante, inaccessibile. 
Ed ho pensato che tra quelle due donne, quella che pochi istanti prima correva in tuta in mezzo alla terra e quella che ora sfilava sui tacchi con la schiena eretta, ci dovesse necessariamente essere tutto quello che io sono e che mi piace così com'è. Contraddittorio ma vero, autentico, genuino, senza inganni. Perché so esser tante cose ed amare ciascuna di esse con la stessa cocente intensità. 
Ma in questo veloce tornare alla solita me stessa ho dismesso il sorriso che mi aveva accompagnato per tutto il giorno, come se con quei panni riprendessi anche lo scotto di una nuova settimana da ricominciare, con le sue inevitabili difficoltà. 

giovedì 29 ottobre 2020

Naufragio

Fonte: hinelson. com



Mai come in questo periodo mi è successo di apprezzare tanto chi mi fa fare una risata. Solo che capita così di rado, da un mese a questa parte, che sto dimenticando come si fa.
Com'è che si svuota il cuore, e il cervello, e il pensiero e si apre la bocca, sonoramente, poi ci si piega in due per quel piacevole dolore sulla pancia. E dunque ci si ritira su e gli occhi hanno fatto le rughette e si ridistendono sereni, luminosi, più belli. 
E anche loro, le persone che di solito mi facevano ridere, hanno dimenticato com'è che si fa una battuta, come si porta a sé stessi e agli altri il buonumore.
Sensazioni cristallizzate, congelate, svuotate per essere riempite più avanti. 
Messe in stand by.
Perché cosa c'è da ridere, adesso?
Non è una forzatura fingersi allegri in un momento che di allegro non ha nulla?
Il lavoro è sempre più precario ed incerto. Il virus si diffonde tra la gente insieme alla paura, il malcontento, la disperazione e mille altre emozioni negative che talvolta si scontrano l'una contro l'altra fino a provocarsi lividi che poi restano bluastri o verdognoli sulla pelle. Pelle che si fa via via più sottile, trasparente, che quasi avrebbe voglia di scomparire, volatilizzarsi, confondersi con un muro o una quercia o un pezzo d'asfalto rotto lungo la strada.

Questo blog raccoglie i miei attimi di smarrimento. Quelli in cui mi chiudo all'interno di una stanza immaginaria a far uscire la sensazione di essermi perduta dentro un film anoressico che sembrava un cortometraggio e invece non finisce più. Un film proiettato lungo i muri, pareti che si divertono a lanciarne fuori i fotogrammi come fossero quadri appesi di un pittore neorealista. 
Ma poi, al di là di questa stanza, cerco di essere la solita me. 
Che lavora, si impegna, si alza presto al mattino, fa sport, pulisce casa, prepara da mangiare, guarda una puntata di Lucifer alla sera.
Tutto normale, tranne quella mancanza di voglia di ridere che aspetto di veder tornare come una naufraga dopo una mareggiata.


venerdì 23 ottobre 2020

Carta Straccia

 
Fonte: racconti-brevi. blogspot. com


22 ottobre 2020, ore 22:35.
E' sera, fuori il buio ha già inghiottito ogni cosa da ore. 
Le strade, le automobili parcheggiate sul ciglio, i tetti delle case, gli alberi, il mare. Tutto è nero pece, rischiarato appena dalla luce di lampioni altissimi, i guardiani di questa città.
Finalmente posso annusare il silenzio, sentirlo penetrare queste stanze, diventarne parte.
Fred è uscito ma sarà qui tra poco. Ho trascorso appena due ore da sola ed il tempo è volato via senza che me ne accorgessi, sterminato da un atavico senso di stanchezza e dal malumore che ne è derivato. Ho male alle gambe, persino. Mi tirano da ogni parte. E le macchie rosse che ho sull'addome mi ricordano che, pur apparentemente calma, in realtà sono stressata. Impensierita.
Si, forse non è stress. Sono pensieri che si accalcano, che si accumulano. Pezzi di carta straccia che vanno a finire sulla pila, si moltiplicano, generano caos e disordine, maltrattano tutto quello che di bello c'è. Ho paura di quello che sta accadendo, di nuovo. E ora che l'abbiamo già vissuta una volta, sappiamo a cosa andiamo incontro. Non è paura del buio, dell'ignoto, di fantasmi inesistenti creati da una mente troppo fantasiosa. E' paura di poter ricadere nel pozzo.

23 ottobre 2020, ore 16:44.
Il sole si è spento, era caldo ed appagante questa mattina, quasi estivo. Si rifletteva vibrante sulle onde increspate e aguzze del mare e sulle poche porzioni di pelle lasciate scoperte del mio corpo. Quando sono passati i due cavalli, uno nero e scattante, l'altro marrone ed incerto, ho pensato che tale spettacolo potesse ferire gli occhi, ridurli in poltiglia, farli lacrimare. Mi sono tolta gli occhiali da sole, ho pensato che allora avrei dovuto guardarlo tutto, non risparmiarmi niente. 
Mi sono passati davanti, bagnavano i loro mantelli in acqua diventando luminosi, felini, come ricoperti di stelle. Li ho fotografati, anche se lo avevo già fatto altre decine di volte. Era un vecchio spettacolo che sembrava nuovo, lo sembra ogni volta, e a pensarci è incredibile.

Si è spento il sole, dicevo. Ricoperto improvvisamente da un manto di nuvole grigie che hanno lasciato spoglie ben poche parti di cielo.
Vorrei essere a casa ora, sola con me stessa o con Fred, che tuttora è l'unica compagnia che io tolleri quando la stanchezza di arrancare mi investe completamente fino a togliermi il respiro e la sete. E' solo la sindrome premestruale, mi dico. E' solo quell'accumulo di carta straccia, mi rispondo.



mercoledì 14 ottobre 2020

Stati di Semi Libertà

Fonte: pinterest


Tempo grigio e cupo, anche se non piove. Il cielo è bianchiccio, innaturale, sgradevolmente asettico come certe stanze d'ospedale. Aspetto la pioggia tra poco, la sento arrivare. E' una di quelle giornate da starsene in casa in silenzio, senza musica, senza tv, senza disturbatori di alcun tipo. Il telefono spento, le persiane accostate, un ampio divano e una coperta. Gli occhi chiusi, poi aperti, poi di nuovo chiusi. Sentir scrosciare l'acqua, arrivare ad annusarne l'odore, sentirlo girare tra i polmoni come aria fresca e nuova. Salutare. Ma sono in negozio, come sempre a quest'ora, lontana dall'immobilità che questa immagine ha partorito nella mia mente. 


"Beati voi che non avete figli", ha detto Vincenzo. E l'ho sentita quella beatitudine, mi fa sentire libera. Credo sia questo il motivo principale per il quale non ne faccio. La libertà. Che è solo una parola che descrive un concetto puramente utopistico, ma che può essere ritrovata nel paragone tra uno stato e un altro. Sono più libera di un carcerato. Sono meno libera di un miliardario che possa vivere di rendita. 
E quella porzione di libertà, la mia, è forse quanto mi è di più caro in questa vita. Le ore di solitudine, il mare, la possibilità di stare in silenzio, di fare sport, di trovare ogni giorno un nuovo centro di me stessa. Sono fiera delle donne che riescono a far tutto. Esser brave mogli, ottime professioniste, buone amanti. E mamme. Ma io no, a me non interessa esser brava in tutto, barcamenarmi tra mille cose, vincere chissà quale primato. Voglio occuparmi di Sara, poi di Fred, poi del negozio, poi della mia anima e del mio corpo. Dunque basta così, che mi sembra già abbastanza. Non ho bisogno di mettere al mondo un altro essere umano per essere umana io stessa, lo sono già. Piena, completa, caotica, magari persino un po' disturbata, ma assolutamente Sara, Sara e basta, che è tutto ciò che mi interessi.
Egoista? si. E fiera di esserlo. 
O forse solo cosciente di non essere solo un utero da riempire, un individuo che dovrebbe comportarsi come milioni di altri solo perché così funziona da sempre.

"Ma dunque i bambini ti piacciono", mi è stato detto, quasi con sorpresa.
Certo che mi piacciono. Mi piacciono anche le mongolfiere, le giraffe, la parmigiana di melanzane. Ma non salgo sulle mongolfiere, non compro giraffe e non mangio parmigiane. 
Sono la persona meno adatta per avere un figlio e anche se è un mantra da ripetersi quasi giornalmente - perché la morale comune si crogiola nel voler far sentire inadeguati tutti coloro che decidano di vivere un iter differente da quello prestabilito dalla prassi - ogni giorno che passa sono più vicina alla mia meta. Quella di sentirmi in pace con me stessa nonostante non vi aderisca neanche un po', a quell'iter.


mercoledì 7 ottobre 2020

Lame

 

Fonte: wordpress

Sono un po' giù di corda questa sera e allora son qui di fronte a questa pagina bianca sperando che mi tolga fuori qualcosa, perché è questo che fa la scrittura a volte. Estrapola. Sviscera. Nel mio caso, spesso, addirittura resetta. Come quando sei coperto di fango e sotto il getto della doccia vedi andar via il terriccio insieme all'acqua e di colpo torni pulito, di nuovo te stesso. 
Solo che quando la vita ti sporca difficilmente si preoccupa di ripulirti. Ti lascia addosso quel senso di putrido che, lo sai già, non potrà che peggiorare. Non si torna bambini innocenti. 

Il lavoro mi preoccupa, non mi fa stare serena. Le cose son cambiate così tanto quest'anno che a volte, se ci penso, un po' mi viene il magone. A cui non si aggiunge una lacrima solo perché mi sforzo a restare in piedi bene eretta con la schiena. 
Fred si sta sacrificando molto. Lo stiamo facendo tutti a dire il vero, ma lui di più. E questi sforzi non vengono ripagati da molto, da troppo tempo. Non abbastanza. Ed è sempre la sera il momento in cui penso a tutto questo, l'istante in cui mi piomba addosso e mi schiaccia sul cuscino o in qualunque altro posto io mi trovi. 
E se non lo dico a voce alta è perché non voglio che questa preoccupazione ci stringa alla gola come ha già fatto in mesi abbastanza vicini da ricordarli nitidamente. Dunque che si fa? si stringono ancora i denti, si va avanti, si spera che l'economia riprenda e non vada ancor più a picco di così. 

Non so neanche esprimere a parole quanto detesti indugiare in questo tipo di pensieri. Quanto profondamente mi disturbi averli scritti ora qui sopra e magari pubblicarli prima che un dito più veloce non cancelli tutto e li lasci esattamente dove dovrebbero stare. Dentro di me.
Ma chissà, forse se li lascio qui andranno via. Spariranno. Come per magia verranno tolti dalla mia scatola cranica e poi da quella toracica, perché si sa che i pensieri importanti si depositano sia nel cervello che nel cuore. Stazionano lì, a volte un po' più in alto, altre un po' più in basso, ma pronti a tagliuzzarti come lame al primo movimento sbagliato. E si, lo diceva mia zia. Cammina dritta, come se avessi un libro sulla testa e non volessi farlo cadere. 

martedì 29 settembre 2020

La Rispostaccia

 


E' stata una giornata lunga. 
Lo sono tutte, in realtà. 
Ma ora sono sul letto, adagiata come una musa su un canapè, fresca di doccia e di creme profumate, abbastanza rilassata da poterla ripercorrere senza imbronciarmi troppo.

Ho risposto male ad un cliente oggi. 
E non ne sono felice.
Perché non è questo il momento di perdere clienti e facendo questo mestiere da tredici anni dovrei essere ormai vaccinata contro le provocazioni e le persone il cui unico spasso sia quello di farmi fumare il cervello.
Dovrei esserlo, certo. 
E invece poi capita che in un giorno qualunque, in cui vi sia persino un bel sole e non si possa dar la colpa al tempo, la misura diventi colma e il catino trasbordi. E allora quel cliente paga per sé stesso e per gli altri, anche per quel suo amico che solo due giorni prima era stato sgarbato mentre lui da dietro lo aizzava. 
Non sono fiera di me e non penso che le sue provocazioni ormai quotidiane giustifichino la mia rispostaccia. 
Che così brutte non ne avevo date mai, mai in tanti anni. 
Per un attimo ho gettato nel secchio la mia professionalità, senza pensare alle conseguenze pratiche e mentali del mio gesto. Volevo che la smettesse, volevo che per una volta si rendesse conto di aver passato il segno. E invece l'ho passato io, così brava a castigarmi che metà basterebbe. 

E' andata così, inutile piangere sul latte versato.
Forse in un'altra vita la mia pazienza saprà dilatarsi all'infinito, o forse non ne avrò bisogno perché non ci saranno persone desiderose di farmela perdere.
Forse riuscirò a farmi scivolare addosso le loro angherie, a chiudere i sensi a comando fino a dileguarli completamente.
Forse dopo questa non ci sarà un'altra vita perché non la voglio.

Ma una cosa è certa, stavo molto meglio quando praticavo yoga. 
E adesso che il corso non riparte mi sento orfana di qualcosa d'importante che mi aiutava a tutto tondo, arginando i problemi fisici e tenendo a bada il pensiero di tutta la negatività che la gente mi riversa addosso. Quella melma invisibile che mi attaccano sul corpo stilla dopo stilla, incuranti del fatto che io sia una persona prima che una commerciante.
Potevo inscatolarla, rinchiuderla in un posto inaccessibile di me stessa, fare in modo che non mi sporcasse troppo. E invece adesso eccola qui, la vedo, la sento, la tocco e non me ne libero. 

venerdì 25 settembre 2020

Aroma di Caffè

Fonte: ilmessaggero. it


Sono a lavoro, chiusa nel mio recinto come una gallina che abbia già fatto il giro di tutto il pollaio più volte e che voglia aspettare almeno un'ora prima di tornare a vedere se per caso i sassi si siano spostati o se il gallo abbia fatto le uova al posto suo. Fuori il vento tira fortissimo e vedo le piante piegarsi forsennatamente, farsi scudo contro la furia ambientale con i loro possenti rami. Alberi stoici, che non si lasciano abbattere. Prendono la vita come viene, se ne stanno al limitare del campo incolto qui di fronte come stolidi guardiani incorruttibili. Io mi preoccupo per loro, per quell'agitarsi del fogliame intorno al tronco per ore, da giorni. E loro invece, saggi e possenti, non se ne curano affatto. Sanno che tutto passa, anche il vento, la grandine, la neve d'inverno o il solleone in estate. Mi dico che vorrei esser così. Forte, solida, matura, cavaliere senza macchia e senza paura. 

Nell'aria c'è profumo di caffè. C'è sempre profumo di caffè, ovviamente. Ad un certo punto non lo senti più, diventa parte integrante dell'aria che respiri. E' lì con te, parte di te, molecola indissolubile della tua divisa e di ogni fibra dei tuoi capelli ricci. Le ore oggi passano lente e ridondanti, una uguale all'altra. Più che passare si trascinano, meste e mosce come questa stagione detestabile. Ieri sera parlavamo con Fred di quanto i mesi siano passati veloci pur nella loro indiscutibile pesantezza. L'altro ieri era febbraio e succedeva quel che succedeva col nostro ex dipendente. Si azzerò ogni cosa, di me. La fame, la voglia di fidarmi ancora. E mentre queste cose si azzeravano altre crescevano a dismisura dopo l'emergenza covid. La preoccupazione, l'ansia, la paura, le responsabilità, i pensieri. E oggi è quasi ottobre e dopodomani sarà Natale e un altro anno sarà andato via col suo carico di bestialità. 

Tutti coloro che entrano qui dentro si sentono in diritto di guardare il mio corpo e di chiedere che dieta abbia fatto. Mi scrutano. Sento i loro occhi scandagliare ogni centimetro di me ed io mi sento così esposta, così riluttante anche solo ad affrontare questo argomento, così poco incline a parlare dei fatti miei con chicchessia. Che gli dovrei dire? che il peso è calato da solo perché non mi andava di mangiare nulla e ogni giorno mi sono allenata perché non sopportavo di restare ferma? E pensate che lo capirebbero? che pensino quello che vogliono, allora. Che non mi piacevo, ad esempio, anche se invece mi trovavo carina anche prima. Dunque forse sono un albero anche io. Me ne resto ferma nelle mie convinzioni, nelle mie sensazioni, nella voglia di non fare della mia vita un pettegolezzo che poi si possa passare di bocca in bocca fino a diventare un'altra cosa, un quadro astratto, linee sottili che via via si deformino fino a diventare niente.

mercoledì 23 settembre 2020

Il Temporale

 

Fonte: quinewspisa.it

Fuori imperversa il temporale, che mi fa lo stesso effetto di quando ero appena una bambina. Tachicardia, tremore, la sensazione di essere solo un puntolino insignificante all'interno di un universo enorme. Mi fa paura, non so come altro potrei chiamarla. Riempio il tempo con mille cose da fare per non doverlo ascoltare troppo, per non lasciarmi abbattere da tuoni e fulmini offrendogli un potere che avrei dovuto togliergli anni fa, come in fondo fanno tutti. Si cresce e ci si scrollano di dosso i terrori infantili. Il buio, i rumori molesti, tutte quelle cose lì. E invece torno a respirare nel modo giusto solo quando il temporale si allontana, quando mi accorgo che non potrà farmi del male. Come se fosse una minaccia, si. 

E' rinfrescato. Vedo la pelle delle braccia e delle gambe irrigidirsi come quella di un'oca. E' tornato anche il silenzio ed ho chiuso le finestre per lasciar fuori il fresco e i rumori della strada. Mi piace questo lieve ritorno alla normalità, anche se il cuore galoppa ancora un po'. E' arrivato l'autunno, secondo solo all'inverno per stagione peggiore dell'anno, quantomeno per me. Mi rende più triste e spenta, come se la sua sola presenza potesse innaffiarmi la testa di inquietudini nuove di cui in estate o in primavera non immaginavo neppure l'esistenza. Cambio letteralmente, mi affloscio come quelle foglie rossastre che iniziano già a cadere ai bordi delle strade. Erano verdi ed incantevoli solo due mesi fa ma eccole ripiegarsi su sé stesse e staccarsi, planare fino al suolo e lì restare fin quando non diverranno polvere anch'esse.

Non è triste quella caduta? non fa un po' male al cuore? non ci ricorda che tutto ha un inizio ed una fine, che niente è destinato a durare per sempre? Ad un certo punto le vedi tutte lì per terra quelle foglie, pronte a lasciarsi trascinare dalla pioggia, dalla fanghiglia, dal vento. Morte, assassinate, presenze macabre di una festa ormai finita.

sabato 19 settembre 2020

I Mille Pezzi di Un Puzzle

                                                          Fonte immagine: midirasnur. org


Ore 14:59.

Sono in negozio. In veranda c'è una coppia che conosco con la bambina di 4 anni. Forse si sono amati un tempo, ma ora discutono animatamente. Non vivono più insieme, si sono allontanati già da diverso tempo. Ed ora vedo lei che fuma e gesticola, la bimba che gioca apparentemente incurante del clima teso tra i due, lui che non alza la voce ma si alza e si riabbassa sulla sedia di continuo, preda di una strana agitazione. Non litigano nel vero senso della parola, ma tra loro vi è una tensione palpabile, come se stessero maneggiando polvere da sparo accanto ad una fiamma lasciata quasi incustodita.

Perché è così difficile comunicare? perché è così complicato parlarsi? Perché quando finisce un sentimento ci si ritrova come all'interno di una stanza, chiusi col proprio carceriere? Dove finiscono la complicità, i ricordi, le notti passate a letto a far l'amore, le gite fuori porta, le cene rimediate in fretta, gli sguardi innamorati? 

Com'è che due persone un tempo affiatate e coinvolte diventino peggio di due estranei? Quando si smette di amare la pelle di un altro essere umano e iniziare ad odiarne anche l'odore? Come è possibile che tutto quel che di bello c'è stato bruci fino a diventare cenere? Lo so che nulla è eterno, lo so che i sentimenti cambiano come tutto il resto su questo mondo. Lo so eppure non mi capacito di questo stravolgimento, del passaggio rugoso dall'amore al detestarsi. Forse è questa la parte peggiore. Non il sentimento che muore, ma quello a cui lascia il posto. Il rancore, l'astio, il senso di smarrimento, la terra che trema sotto i piedi, la sensazione di aver perso tempo o di non aver saputo stringersi più forte quando i muri iniziavano a crollare. E da lì le grida, il furore, lo strimpellio di un'anima sdrucita sull'altra, l'arrancare, il non riuscire a sopportarsi, l'odio che diventa parte della pelle, dei capelli, dei piedi, delle gambe, che si impossessa delle mani e delle braccia.

Da alcuni giorni andando a lavoro calpesto pezzi di un puzzle gettati senza cura sulla strada. Sono lì, abbandonati e soli, ciascuno perso sui suoi millimetri di asfalto, incapace di ricomporsi agli altri pezzi. Alcuni sono stati falciati via dalle auto che passano di lì. Altri hanno cambiato colore. Qualcuno dev'essersi perso chissà dove. Ma nessuno di loro, nessuno, ha potuto riappropriarsi dei pezzi mancanti, costretto ormai a bastarsi da sé, coi suoi angoli rotondi che non verranno più riempiti. Ed è forse così anche per quegli amori caduti, morti, estirpati dal cuore. E ti ritrovi stanco, sfibrato e solo a chiederti dove siano andati quei pezzi che un giorno ti tenevano caldo e che ora ti fanno sentire freddo, che ti premono addosso solo per ricordarti che qualcosa è morto, morto per sempre, e non tornerà. Che quella voce che un tempo ti accarezzava ora ti urla addosso, che quelle mani che prima ti stringevano ora ti si agitano contro per chiederti di tacere. 

Si sono alzati. La bimba va col papà, la madre tira un po' il fiato. E tutti e tre mi appaiono troppo stanchi anche solo per alzare gli occhi al cielo.

mercoledì 16 settembre 2020

Gabbiani

Foto Mia.


Settembre è il mese in cui i gabbiani si riappropriano della spiaggia.
Li vedo volteggiare sull'acqua in cerca di cibo, rincorrersi furenti quando uno di loro trova un pesce che non ha alcuna intenzione di condividere con gli altri. Schiamazzi inferociti fendono l'aria gareggiando con lo sciabordare delle onde.
Siamo soli, di nuovo.
O quasi soli, che è anche meglio.
E chissà perché mi sento in comunione con tutto questo, ora più che mai. Ora che non ci sono voci a sovrastare i pensieri, ora che lo sguardo può farsi profondo, adesso che è ancora estate ma non la devo condividere. 

I chioschi iniziano a togliere un pezzo di sé ogni giorno, si ridimensionano fino a chiudere del tutto. Gli ombrelloni scompaiono. 
Siamo di nuovo in pochi.
Le signore con i cani. I pescatori. Un padre con il suo bambino.
Ma io li vedo da lontano, sono puntolini distanti. Io sono sulla spiaggia, a pochi centimetri dal mare, mi lascio attraversare dal suo odore, dalla sua voce, dalla sua presenza potente che mi fa tornare a respirare.

Sono ricca. 
Ricca di qualcosa che non si può comprare ma che un giorno deve aver saputo comprare me.
Mi aggiro tra i gabbiani come se fossi una di loro. Mi guardano restando allerta, pronti a volare via al minimo accenno di un movimento brusco. Però poi mi lasciano restare, incuranti di quest'essere senza ali si lasciano persino fotografare. 
Quando torno sull'asfalto del lungomare e mi tolgo la sabbia dalle scarpe sento che con quei granelli abbandono anche un po' del benessere accumulato fin lì. Torno civilizzata, perdo un po' di quell'istinto selvaggio da cui è più facile lasciarsi cullare quando non si è in presenza di altri esseri umani.

lunedì 14 settembre 2020

Insieme



Mi piace veder ridere mia madre. Mi è sempre piaciuto.
Forse perché ha avuto una vita piuttosto dura e vederla ridere, quando succede, mi fa pensare che vada tutto bene. Che un po' di gioia le sia stata restituita. Che nel suo cuore non vi sia più posto per quelle forme di dolore, che vi sia altro, che il peggio sia passato. 
E allora mi riscopro ad osservarla e a ridere a mia volta, a pensare al fatto che vi siano delle somiglianze in noi, ma che siamo due donne completamente diverse. 
Ieri è stata qui, c'erano anche mio padre e mio fratello. 
E' stato bello in un modo che non riesco a descrivere, come se le parole si cristallizzassero da qualche parte pur di non esser scritte, pur di non venire fuori. 
Ero felice? ero felice.
Erano tra i miei spazi, li ho visti sedersi sulle mie sedie, mangiare al mio tavolo, toccare le mie cose, calpestare i miei pavimenti. A volte c'è bisogno anche di questo, che le persone che ami davvero vengano a trovarti, che abbraccino con lo sguardo la tua vita, che ne facciano parte. Per certi versi è stata una giornata stancante, ho fatto tante cose, non mi sono fermata un attimo, mi sono seduta a tavola per una manciata di minuti in tutto. Eppure di quella stanchezza non avverto che la percezione che avrei dovuto sentirmi stanca e invece stavo bene. 

C'era tanto cibo e per riuscire a mangiare qualcosa ho dovuto non vederlo. Me ne sono stata in cucina mentre loro in terrazzo iniziavano il pranzo, tanto da fare non mancava. Ma fondamentalmente so di averlo fatto perché la visione del cibo, soprattutto se abbondante, un po' mi nausea e mi inibisce. Mi capita di mangiare con gusto ma mi capita più spesso di mangiare controvoglia. E' così dall'inizio dell'anno, ormai, e a conti fatti non mi dispiace. Sento che il mio organismo per stare bene necessita di un'alimentazione leggera, delicata, priva di creme, di condimenti particolari, di sapori forti, di grassi, di zuccheri in eccesso, di porcherie. Sto bene quando mangio la frutta, la verdura, qualche formaggio magro e tutto il resto mi disturba. Credo di non mangiare pasta da due o tre mesi e non mi è ancora capitato di sentirne la mancanza. Mangio la pizza una volta alla settimana ed è il momento della festa, quello in cui mi disinteresso di tutto e mi faccio cullare dal gusto. Ma per il resto più leggero mangio e meglio mi sento, come se mettere in bocca qualcosa in più significasse sporcarmi. 
Sto bene e non mi manca nulla, vorrei solo che le persone intorno a me non se ne preoccupassero. Che mia madre non mi guardasse come se potessi ammalarmi di nuovo e mio padre non mi toccasse le spalle per sentirmi le ossa. Forse l'amore passa anche da qui, dal preoccuparsi, ma non sono anoressica, ho solo poco appetito grazie a Dio.

venerdì 11 settembre 2020

Cambiamenti



11 Settembre 2020, ore 11:48.
Sento tuonare in lontananza e mi accorgo di un'improvvisa folata di vento che scuote lo stendino in balcone.
Il cielo è cupo.
Un vociare di bambini stranieri si agita sotto casa. 
Stanno traslocando, da alcuni giorni c'è un viavai di furgoni che immagino contengano l'intera vita dei loro genitori stipata dentro scatole marroni che impiegheranno giorni per essere svuotate. 
Solo una settimana fa Fred mi accennava che dovremo cambiare casa, prima o poi. Che qui siamo stretti e scomodi, come accampati. 
E non so perché sono caduta dalle nuvole, come se quel pensiero detto ad alta voce non mi avesse mai sfiorato, e invece ho sempre saputo che questa non sarebbe stata la nostra casa definitiva. So che ha ragione e questi spazi ridotti soffocano anche me. Eppure sentirglielo dire mi ha fatto tremare il cuore. 
Ci vorranno anni, è solo un'ipotesi, un lieve progetto buttato lì con blanda convinzione ma pronto a far rumore. Sono davvero così restia ai cambiamenti, ai programmi che dal cervello passano alla bocca?


Ore 15:41.
La pioggia è cessata da un'ora.
La strada è già completamente asciutta, come se non avesse piovuto affatto. Solo alcune pozzanghere qui e lì tradiscono la presenza di acqua piovana. E' successo davvero, suggeriscono. Non ti sei inventata nulla. 
Ma tutto intorno, l'erba, il cielo, le piante, sembrano esser passati indenni all'acquazzone, ancora aridi e assetati, ancora pezzi di estate caldissima.

Io sono in negozio che un po' servo la gente, un po' penso ai fatti miei. Al fatto che non cucino più col desiderio di farlo, ad esempio. Ed è da così tanto tempo, che questo avviene, che quando poi ho qualcuno a casa mi sento come se avessi scordato tutto, come se la cosa mi cogliesse del tutto impreparata. Mi manca la gioia di farlo, la contentezza di preparare qualcosa per qualcuno che poi la mangerà e ne sarà felice. Eseguo gesti meccanici dettati dall'obbligo di preparare da mangiare ma qualcuno un giorno mi disse che la cucina è amore e io quell'amore di stare in cucina non lo provo più. Forse proprio per quell'assenza di spazi adatti. O per i tempi ristretti in cui devo far tutto. O per il pensiero quotidiano di cosa portare in tavola. Che poi a me non importa più di mangiare, mi nutrirei di sole erbe come le capre, tutto ciò che è elaborato mi sfinisce o mi fa stare male.

Un discorso uscito così, senza alcuna premeditazione. Domenica verranno a trovarmi i miei genitori, non sono più venuti qui da maggio dello scorso anno. Li ho invitati io e mi sono battuta affinché le reticenze di mio padre a viaggiare venissero appianate, almeno stavolta.
Logica vorrebbe che preparassi loro un pranzo con i fiocchi, no? che mi mettessi ai fornelli al mattino, come una perfetta donna di casa, con i riccioli alzati e un bel grembiule a quadretti. E invece ho elaborato il menu meno impegnativo che conosco. Buono, per carità, ma di quelli che richiederanno un minimo sforzo da parte mia.
Sono irrecuperabile. Mia madre se la sarebbe meritata una figlia perfetta che cucina col sorriso sulle labbra, instancabile. E invece eccomi qui, la tizia che un tempo sperimentava con gioia e che adesso, solo a pensarci, le viene il torcicollo.

martedì 8 settembre 2020

Ossa

Fonte: sognipedia. it


Ci sono giorni che passano lievi sulle tue ossa fino a sembrare trasparenti. Privi di spessore, di peso, di tensione. Danzano leggiadri come libellule e non ne avverti neppure l'odore.
E poi ce ne sono altri che ti attraversano furenti come se tu fossi un passaggio a livello di cui ignorare la sbarra. Procedono aggressivi col desiderio di smembrarti, di staccartele dalla carne, quelle ossa. Non fai in tempo neanche ad urlare che ti ritrovi addosso il tuo sangue, lo vedi allargarsi sulla maglietta bianca, disegnare aloni imperfetti ma così vividi da catturare gli occhi. Ti attardi a guardare quelle macchie, ad osservare come il sangue da rosso vivido poi diventi più scuro fino a seccarsi. 

Non c'è più sole, anche le nuvole sbiadiscono fino a rarefarsi completamente. Ti alzi, ti sembra di aver passato ore così, seduta su una pietra a guardare la tua maglietta sporca. Fin sotto le unghie senti il sangue incrostato, forse hai cercato di levartelo di dosso ma non te lo ricordi. L'acqua è calda, poi diventa bollente. Lavi via tutto di quello spettacolo violento e privo di senso. E poi non c'è più niente, rimuovi ogni cosa, chiudi gli occhi e quando li riapri quel macabro siparietto è già scomparso del tutto, forse non lo hai visto davvero, non c'era, era solo un sogno, un incubo, uno scherzo della mente.

giovedì 3 settembre 2020

Il Grappolo d'Uva

Fonte: La bottega di Varese


L'aria era frizzante, profumava di settembre.
Sopra il top sportivo ho indossato uno straccetto nero e sono uscita.
Non erano ancora le sette e il sole aveva da poco iniziato a farsi spazio tra le nuvole coi suoi tiepidi raggi.
Ogni tanto mi fermavo, osservavo i cambiamenti che la natura aveva già operato sul paesaggio, come se una notte fosse bastata a resettare ciò che era stato dell'estate.
Estate che è ancora qui, che ancora mi balza addosso, che tuttora mi scalda la pelle. Mi aggrappo ad essa con tutta me stessa e allo stesso tempo, nell'aria, avverto già il passaggio, la mutazione, la natura che si prepara a qualcosa di nuovo. Ed io che della natura sono un pezzo, lo sento fin nelle ossa.
Mi chiedo se voglia cambiare anche me, farmi maturare come un grappolo d'uva.
In un certo senso, di questa preparazione verso il nuovo, io sono elettrizzata.

Il cielo sul mare disegnava nuvole imperfette che mi guardavano vanitose, spronandomi a fotografarle, a catturare quegli istanti irripetibili, perché ce ne sarebbero stati molti altri, ma avrei perso quelli se non li avessi immortalati.
Ed eccomi dunque a farli miei, a ripetere scatti di cui ne avrei scelto uno solo, l'unico che mi avesse riportato a quel momento, un domani qualsiasi, anche tra mille anni.
La spiaggia era solitaria ma non desolata e in quell'istante, in quella solitudine così piena e bellissima, ho pensato che sarei andata incontro a questo settembre senza osteggiarlo, lasciandomi cullare. 

sabato 29 agosto 2020

L'Estate Addosso

Fonte: bergamonews. it


Sono sola in casa questa mattina. 
Fred è già di nuovo assorbito dal lavoro, mentre io ho ancora un giorno e mezzo di lontananza fisica ed emotiva dai quali poter ancora trarre il meglio che sia possibile.
Fa caldo, c'è un vento sahariano che incendia le ore ed un'umidità pazzesca che mozza il respiro. Le zanzare non smettono un attimo di banchettare sul mio corpo e ho finito anche la pazienza di scacciarle via.

Sono volati questi giorni di libertà e come al solito mi sono abbandonata totalmente, anima e corpo, quasi a non poter più distinguere la vita reale, quella di routine, da quel vagare placido e quieto su acque amiche.
Aperta la porta l'avevo poi chiusa con decisione, smettendo di sentire i richiami delle bestie urlanti che avevo rinchiuso dall'altra parte, a cui avevo sbarrato l'accesso.
Non potevo permettere che mi seguissero, che mi trovassero laddove mi sarei rifugiata. Ho girato due volte la chiave nella toppa e poi, esalato un grande sospiro di sollievo, sono avanzata verso uno stato di semi-incoscienza, di trance, di relax un po' selvaggio, nudo e crudo come piace a me. 

Di questi giorni mi porterò addosso il senso di languore, di fisico addormentato, di mente che si rigenera, di abbandono. Di vita che ti scivola tra le dita senza sentire il bisogno di riacchiapparla a tutti i costi.
I pomeriggi a dormire due ore tutto d'un fiato, quelli a guardare le onde, gli acquiloni o i bambini sulla sabbia. I tacchi alti, i vestiti estivi, la pelle che profuma di frutta esotica, il respiro della natura, il mal d'auto, il distacco. Soprattutto il distacco.

venerdì 21 agosto 2020

In Mezzo alla Natura

Fonte: bedandbreakfast. it

20 agosto 2020, ore 16:13.
Ero in montagna questa mattina.
Ad un certo punto mi sono allontanata dal gruppo, più sedentario di quanto non sia io, per poterla penetrare meglio, per sentirla davvero. Non mi basta mai solo uno sguardo, non mi soddisfa restare in un angolo ad aspettare. La volevo sentire addosso, sotto i piedi, tra i capelli, sul viso, sulle dita.
Mentre camminavo si è alzato un po' di vento.
E ho sentito dentro una malinconia atavica, struggente, di quelle che ti fanno piangere senza alcun motivo apparente.
Non ho pianto ovviamente, non ne avevo la ragione ed ero in mezzo a tanta di quella splendida natura che facendolo le avrei fatto un torto.
Però il vento sembrava volermi comunicare qualcosa.
Un messaggio che non stavo comprendendo.
Parole che non riuscivo a sentire, che sbiadivano man mano mi si avvicinavano alle orecchie.
Ho continuato a cercarlo, quel messaggio. Ho sperato che qualcosa nell'aria mi aiutasse a decifrarlo.
Me ne sono andata di lì a poco senza averlo compreso e forse un giorno tornerò a riprenderlo. O lo troverò altrove.

21 agosto 2020, ore 10:18.
Questa mattina sveglia alle 5:45. Fred ha allungato una mano per accarezzarmi, poi mi ha vista alzarmi al buio e dirigermi verso il bagno.
Alle 6:20 avevo appuntamento con mia nipote e suo padre, direzione Riserva Naturale.
Ci siamo addentrati ben presto lungo il percorso, chiacchierando mentre camminavamo velocemente.
Io che sono abituata ad un'andatura costante più elevata, mi sentivo come se stessi semplicemente passeggiando. I miei muscoli non lavoravano come al solito, si stavano solo sgranchendo un po'.
Però era bello esser lì con loro. Bello quel chiacchiericcio instancabile. Le foto scattate in corsa, senza neppure fermarmi. Gli alberi che frusciavano leggeri tutto intorno. Quella voglia di avvistare almeno un airone o un beccaccino, che non ne hanno voluto sapere di manifestarsi questa volta.
Mi sono sentita davvero felice, completa.
La natura è quanto di meglio io possa vedere al mattino. E' la mia casa, il mio rifugio, il silenzio interiore che m'acquieta e mi placa.
Finita l'escursione mi sono sentita forte come una leonessa. Ricaricata.
Prima di rientrare in auto mi sono voltata verso la Riserva, abbracciandola con lo sguardo e dandole un appuntamento tacito ma perentorio per il prossimo anno. C'erano le case ancora addormentate, il fiume Tevere attraversato da mille raggi di sole, gli alberi e gli arbusti che alitavano col vento, un cielo così azzurro da far invidia al mare. Ed io lì in mezzo, una creatura tra le creature, parte orgogliosa di quel tutto semplice ed incantevole. 

martedì 18 agosto 2020

Il Futon

Fonte: fotocommunity


Questa sera scrivo da una camera d'albergo.
Fino a pochi minuti fa ero in spiaggia, ad ascoltare distrattamente i discorsi dei vicini di ombrellone e a leggere interviste di grandi uomini che hanno fatto la storia del cinema. 
Ma bastava guardare il cielo, osservare quei nuvoloni neri che velocemente avanzavano galoppando insieme al vento, per sentirsi addosso un pensiero, un'idea, una sensazione di fine estate.
L'ho scacciata subito, anche se avevo la pelle d'oca.
Forse qui nelle Marche le cose andranno diversamente, ma dove vivo io, ne son sicura, avremo ancora tanto caldo e tanta umidità.

A questo clima di rilassatezza mi sono abituata subito, adagiandomi mollemente come su un futon. 
Sono qui solo da due giorni e domani devo già ripartire. Una vacanza brevissima, una parentesi aperta e chiusa così in fretta che forse potrà sembrare inutile.
E invece no, non lo è stata inutile.
Ho visto Fred riprendere colore sul viso. Lui che aveva quel pallore malaticcio di chi passa troppe ore al chiuso, ogni santo giorno. L'ha chiamato "cunicolo", ed è il suo lavoro ma è anche un po' la sua prigione. Fisica, mentale, tante cose insieme che se non ci sei dentro non le puoi capire.

Dopo aver fatto colazione domani mattina partiremo di nuovo e fino a domenica saremo a casa dei miei genitori. Mio padre è così contento che al telefono sembra scodinzolare. Mia madre è corsa a comprare l'unico tipo di latte che riesco a bere. 
Anche lì cercheremo di mantenere un solo mantra, quello della calma. Del mondo che si ferma, del tempo che si chiude, di un corpo e di uno spirito da tenere fermi. Perché abbiamo corso troppo, così tanto che le gambe ancora ci fanno male.
E allora adesso, solo per un po', è ora di restare distesi e guardare il cielo dal basso. Che il cielo si merita una visione perfetta, senza sfocature.