venerdì 27 settembre 2019

Vicoli

Fonte: pinterest


Mi piacciono i vicoli.
Mi piace quella sensazione di perdersi, di non sapere dove portino. 
Mi piace la vita che gli si respira addosso e attraverso.
I panni stesi ad asciugare, gli odori di sughi che permeano l'aria, il rumore di altri passi oltre i miei.
Mi piace immortalarli nella loro mutevolezza, conscia che se tornassi due giorni dopo, ad un orario differente, potrei osservare uno scenario del tutto diverso. 

E mi piacciono le strade che li intersecano, che mi ricordano una me bambina, a respirare altri vicoli, in una Napoli assolata d'agosto dove le voci e le grida e l'allegria e anche un qualche tipo di ira usciva da quelle case e mi raggiungeva. Impregnandomi, tatuandomisi addosso, finendomi sottopelle al punto di non poterle scordare più. 
E chissà perché certe sensazioni ti restano dentro e non ti lasciano mai ed altre, invece, sono così eteree da perdersi subito.

Sono questi i viaggi che mi piace fare. Attraverso le vite altrui, a ridosso delle loro case, a percorrere quelle viuzze strette, a fotografare dettagli che forse hanno un senso per me sola. 
Che forse non sono viaggi ma percorsi. Ed io non sono una turista ma una bambina curiosa che annusa, osserva, sorride, respira in profondità e accumula ricordi di piccole cose che invece hanno un valore immenso. 

domenica 22 settembre 2019

Pensieri Scombinati

Fonte: lakinzica. it


Quando mi sono svegliata pioveva.
Ero di nuovo in quella posizione scomposta che assumo di notte senza rendermene conto e per la quale i miei fisioterapisti mi tirerebbero le orecchie. La schiena curva, il ginocchio destro che si solleva fin quasi alla spalla, la testa sul cuscino.
Fred non era accanto a me, sentivo l'acqua scrosciare in doccia, mescolandosi al rumore della pioggia. Mi sono tirata su controvoglia e se ieri sera sembrava ancora estate, la mattina aveva portato con sé un sapore vagamente autunnale che un po' faceva rumore sul cuore.
Dov'erano finiti i colori? e quel tepore, persino quell'afa, dov'erano?
Una sola notte può bastare a spazzare via una stagione?
Ho messo una camicia bianca e degli stivaletti con il tacco. Le prime maniche lunghe, le prime scarpe chiuse, mi son detta. Però magari è una cosa provvisoria, una sorta di prova generale, un guazzabuglio, un errore, un fraintendimento. 

Non pioveva da quattro mesi e l'aroma della terra che assorbiva quelle lacrime tardive mi è arrivato alle narici riportandomi addosso memorie di altri luoghi, di un'altra terra, di un'altra pioggia, di un'altra vita. E forse non esiste porta temporale più vivida di un odore.
E' tutto finito, ho pensato. I piedi scalzi sulle piastrelle fresche, i panni stesi ad asciugare al vento caldo del mattino, i braccialetti che tintinnano sui polsi nudi, le maniche corte, i sandali aperti. 
E allo stesso tempo mi sono detta che non era vero. Che già domani sarebbe cambiata ogni cosa, che questa era sul serio solo una domenica di prova, giusto per rientrare nell'ottica, per non arrivarci impreparati. 

E poi la pioggia fitta sull'autostrada, la musica dalle cuffie che ne cancellava il rumore ma non la vista. Che era nitida, che quasi pungeva, che mi lasciava intendere che avrei potuto distogliere l'udito ma non gli occhi. 
Ma nonostante questi pensieri di fine estate, che mi colgono ogni anno allo stesso modo come se in fondo io non sapessi né potessi cambiare mai, sentirmi serena. Rientrata a casa ho avuto la sensazione che fosse lì per me, per accogliermi, per farmi sentire protetta. E che quello che poteva accadere fuori non avrebbe scalfito il dentro. 

lunedì 16 settembre 2019

Ci Sono

Fonte: lifegate. it


Non è che avessi in mente di sparire, è solo capitato.
I giorni si sono sommati l'uno all'altro e alla fine son diventati più di dieci senza lasciassi due righe su queste mie pagine tanto amate.
Succede che la vita a volte ti travolge e non ti dà il tempo di riacciuffare i pensieri, figuriamoci metterli per iscritto.
Ho ripreso il lavoro da circa tre settimane e con esso anche il solito andirivieni di impegni, di orari che si incastrano, di sonno che arriva quando invece dovrei essere ben sveglia. E quindi il vociare, i rumori ben noti, le scalette di doveri a cui dedicarsi senza possibilità di fuggir via. 

A conti fatti non sto facendo nulla di strano, di particolare, di coinvolgente.
La mattina raggiungo il mare ma non ho le gambe giuste, come se non riuscissi a mantenere lo sprint di quando esco. Inoltre ho un dolore sul tallone che un po' mi impensierisce.
Le temperature salgono e scendono a loro piacimento e il mio dannatissimo collo ricomincia a darmi fastidio, al punto che in certi momenti mi tornano alla mente le problematiche affrontate nei mesi scorsi e mi sale un po' di sconforto nel pensare che molto probabilmente non me ne libererò mai. Saranno sempre in agguato, pronte a tornar su, pronte a riprendere possesso di me. Le vertigini, i capogiri, quella sensazione ormai nota di non esser più padrona del proprio corpo. Ne ho il terrore: proprio perché le ho vissute nel modo più intenso in cui potessi viverle, ora temo persino le loro pallide ombre.
Sono spettri che mi inseguono, che strisciano sui muri per non farsi scorgere, che si avvicinano e si allontanano senza seguire schemi, ma che restano lì con me a ricordarmi che non sono più infallibile. 

Però mercoledì mattina riprenderò il mio corso di yoga dinamico e non c'è cosa che, in questo momento, mi renda più felice.
In quell'ora con la mia insegnante e le altre allieve mi sento bene. Sento che il mio corpo apprezza lo sforzo e ancor di più i momenti in cui si ricongiunge ad un benessere troppo a lungo agognato. 
Avevo bisogno di un'attività che coinvolgesse sia il corpo che la mente, necessità di intraprendere un percorso in cui interno ed esterno potessero lavorare insieme come parti indissolubili di una perfetta catena di montaggio. A dire il vero sono l'allieva più entusiasta e mi sembra così strano che non so se stupirmene o compiacermi, tuttavia accolgo l'entusiasmo come un'adorabile brezza e lo respiro fino in fondo, perché così si fa.

giovedì 5 settembre 2019

Spartiacque

Fonte: quellosbagliato. com


Settembre è diverso, ha l'anima dello spartiacque. 
Di là del guado trovi l'estate, la calura eccessiva, la gente ad ogni angolo, la musica di sera, i fuochi d'artificio. Al di qua intravedi già un timido frescolino nelle ore notturne, le piante che iniziano a cambiar forma e colore, una lenta ma efficacissima ripresa delle attività.
Il 31 agosto la spiaggia ancora pullulava di vita e il giorno dopo non c'era più una sola anima in più rispetto alle poche solite irriducibili. Ripartiti i turisti l'alba diventa appannaggio di quelli come me, gente che il mare lo deve vedere al mattino presto, con la luce soffusa, con poca vita umana intorno.
Il mare torna ad essere meditazione, solitudine, riflessione pacata. 

E ogni anno l'effetto che mi fa questo ritorno coatto alla calma ha il sapore di un cibo dolceamaro. Quasi mi mancano quegli estranei che si stendevano sotto gli ombrelloni o che passeggiavano ancora un poco assopiti sul bagnasciuga. Quasi mi mancano quelle canne da pesca montate ad aspettare che un pesce qualunque passasse di là. Provavo fastidio per quella colonizzazione, per quel prendersi il posto che era sempre stato solo mio.
Provavo fastidio eppure mi stavo abituando, solo pochi giorni fa mi ero sentita pronta per la condivisione, per quello spartir di spazi che recepivo come un prestito momentaneo. 
E allora quasi ti dispiace, ad un certo punto, vedertelo restituire per intero, quasi che ne avessero avuto abbastanza.
Te lo riprendi felice ma senti che qualcosa si son portati via, forse l'estate stessa.

Che poi settembre, qui, è ancora bello. Probabilmente lo è anche di più. 
L'umidità cala, i colori si attutiscono, le vibrazioni della natura assumono sembianze più quiete, meno violente nella loro emotività.
Eppure so che settembre è un avamposto, il mese dell'avanscoperta. Avanza lento portandosi dietro i suoi soldati e tu cominci a tremare perché sai cosa troverai appena sarà finito.
Allora come un uccello non ancora pronto per la migrazione te ne stai dritto a guardar l'orizzonte, assorto, come in una muta attesa.