sabato 15 maggio 2021

Di Sera

Fonte: Frasimania. it



L'impagabile silenzio che avvolge ogni cosa quando la sera inizia a rovesciarsi nella notte.
Come un fiume che dopo tanto peregrinare si riversi nell'oceano esso si espande confondendo le sue particelle di muta rassegnazione con il manto scuro del cielo. 
Ed è lì, in quell'esatto momento, che sento di potermi finalmente rilassare. 
Che sento di poter far cedere gli argini. 
Sentire i muscoli afflosciarsi.
La mente disconnettersi.
La schiena perdere la sua naturale curvatura.
Gli occhi scendere a mezz'asta.
La vita stessa sgretolarsi. Perdere consistenza. Liquefarsi. 

Forse è in questo venir meno del controllo che ci sentiamo più vicini a noi stessi.
In questo disgregarsi di ciò che durante le ore diurne ci tiene in piedi. Che ci assorbe. Che si prende tutto di noi, ogni cosa.
Ed è solo quando l'impalcatura cede che torniamo vicini al nostro io più profondo.
Le luci si spengono.
Le automobili smettono di sfrecciare ovunque.
I rumori si quietano.
Le voci si smorzano. 
Ed io sono semplicemente io, carne mista a ossa, capelli, sangue e pensieri inutili.

domenica 9 maggio 2021

L'Altra Donna

Fonte: Pinterest


C'è una donna in questo universo che è la donna che meno mi assomigli in assoluto.
Certo abbiamo le stesse labbra, lo stesso colore di capelli. Abbiamo anche la stessa pelle che tende a macchiarsi al sole. Ma per il resto non esiste particolare che ci renda simili, affini in qualche modo.
Questa donna ed io ci conosciamo da sempre. Dopo la mia nascita, ma forse anche prima, non c'è stato un solo giorno in cui lei non mi abbia pensato, non abbia rivolto al cielo una preghiera per me.
Si era truccata solo il giorno del suo matrimonio ed era presto diventata una donna pratica, di quelle che si curano poco, che dentro i vestiti si nascondono, che abbassano lo sguardo quando vengono guardate dritto in faccia. Non indossava profumi, non metteva creme, non stendeva il rossetto sulle labbra. 
Non sapeva neanche cucinare perché era andata a lavorare prestissimo e in casa non c'era mai. Le insegnò la suocera, che di quegli insegnamenti le avrebbe fatto scontare ogni minuto passato insieme, avvelenandola un po' di più ogni giorno come solo certi serpenti riescono a fare.
E mentre crescevo e la guardavo mi rendevo conto di quanto fossimo diverse. Aveva alcuni sandali col tacco che appartenevano al suo periodo pre-matrimoniale e che teneva chiusi in un armadietto. Avevo appena cinque anni, me le infilai, mi parvero le uniche scarpe che potessi indossare da quel giorno fino all'eternità. Erano enormi ma ci andavo in giro fiera, felicissima, già una femmina in miniatura. Rise di me ma mi lasciò fare.
Non abbinava i colori ed ho sempre avuto la sensazione che non li percepisse appieno. Scambiava il fucsia col rosso, non riconosceva l'arancione. E allora andava in giro sempre vestita in modo un po' assurdo e tante volte ci andavo anche io, almeno fin quando non potei prendere le redini della situazione e scegliere per me.
Mi invaghivo dei prodotti di bellezza della vicina perché lei non ne possedeva, non li conosceva, non le interessavano. E quando andavo a casa di mia zia guardavo sognante il suo portagioie ricolmo di collane bellissime.
Avevo un cassetto pieno di borse e a sette anni chiesi ad una sua amica di comprarmi un rossetto, il primo della mia vita, che le tenni nascosto per anni e che indossavo di nascosto in bagno, ammirandomi allo specchio, per poi pulirmi le labbra con la carta igienica prima di uscire di nuovo.

Quella donna era ed è mia madre.
Che ha dedicato la sua vita agli altri, a noi, tenendo sempre così poco per sé stessa.
E nel frattempo vedendo crescere questa figlia che non le assomigliava per niente, che man mano le diventava più estranea, più distante, meno allineata. 
Se solo penso agli scontri, alle liti, alle parole che mi rigettava addosso come fossero pietre. Perché sapeva amarmi solo così, a quell'epoca, e non capiva che il mio diventare donna non le avrebbe tolto alcunché. Non c'erano abbracci, coccole, confessioni. C'era solo quella distanza dolorosa che ci pesava addosso. E allora io iniziai la mia crescita mangiando troppo. Poi mangiando poco. Poi tagliuzzandomi qui e là. Mi guardavo allo specchio e cercavo di riconoscermi, di comprendermi, di percepire cosa ci fosse al di là di quella sensibilità troppo acuta che un giorno avrei nascosto, barricato, incarcerato. 

E ora che è tutto diverso mi chiedo come abbia potuto scrivere queste cose proprio stasera, che è la festa della mamma e che avrei dovuto celebrare questa donna che per me ha fatto tutto quello che si potesse fare, invece di rivangare storie lontanissime che non servono più a nessuno. Dopo anni in cui l'ho vista amarmi in modo così forte, così intenso, così incredibilmente vicino nonostante la distanza.
Anno dopo anno quella ragazza dalla vita complicata è diventata un'altra donna e c'è una sola cosa che non sia cambiata mai, l'essersi annullata per noi, l'aver vissuto per crescerci, per sostenerci. Prima senza mezzi, poi imparandoli strada facendo mietendo errori come vittime. Me li sento ancora addosso ma li ho perdonati tutti perché quando smisi di mangiare la prima volta non ci fu persona che più di lei mi aiutò ad uscire da quel vortice. Ed ancora oggi continua a guardarmi nel piatto, ad aver timore che smetta di nuovo, che non mi nutra a sufficienza. Sempre con quella paura latente di vedermi scomparire.

Non saprò mai essere come te mamma.
Non potrò mai uscire di casa senza essermi guardata allo specchio, aver abbinato i colori, indossato un paio di belle scarpe, messo il rossetto sulle labbra.
Non potrò mai cucinare per tante persone e farlo con gioia, col sorriso, con quell'anima materna che a poco a poco è diventata il tuo marchio di fabbrica.
Non potrò mai starmene ferma per ore davanti alla tv. O non potrò mai stare ferma in generale, che non so più come si fa.
Non potrò mai essere una madre che ha rinunciato a tutto il resto per i figli, mettendoli al primo posto sempre, azzerando le proprie esigenze per ascoltare unicamente le loro.
Non sarò mai così accogliente, così chioccia come sei diventata, così premurosa. Avrò sempre spazio per me stessa, prima che per chiunque altro, portando alta la bandiera di un egoista individualismo di cui non mi pento neanche un po'.
Non potrò mai, mamma. Non potrò perché non sono te. E a volte penso che questa femminilità spesso esasperante ed esasperata sia stata tirata fuori proprio dall'assenza della tua, mortificata sempre, nascosta, messa da parte. 
Sono questa mamma e in fondo lo devo anche a te, alle nostre differenze, a tutto quello che ci divide e a quella cosa, però, che ci terrà sempre unite. L'amore.

giovedì 6 maggio 2021

Un Mondo Nuovo

 
Fonte: verdeazzurronotizie .it


Di maggio non ho mai potuto pensare che fosse un mese come tutti gli altri.
Magari paragonabile ad altri come ottobre o febbraio, che al confronto non possono far altro che impallidire e abbassar la testa, mesti.
Maggio è un mondo nuovo concentrato in un lasso temporale di trentuno giorni.
E' un mese di rinascita, di promesse, di batticuore, di ormoni svegli come cavallette, di profumi unici, di fiori coloratissimi, di papaveri rossi lungo le strade.
E' il mese delle spighe che iniziano a germogliare, del cielo che torna limpido, dell'erba che ricomincia ad esser verde, degli alberi di giuda che riempiono i viali di gemme rosa.
E' il mese dell'aria frizzante al mattino e alla sera e del primo dolce tepore di metà giornata.
Di un sole che inizia finalmente a scaldare.
Dei panni stesi all'aperto che ricominciano ad asciugare nei giusti tempi in uno sventolio armonico che profuma di cotone.
E poi i fiori sui balconi, le prime piante di basilico, le fragole, la festa della mamma.
Le rose.
Mio dio, le rose. Che svettano su ogni terrazzo, presso ogni giardino, colorando le case, le strade, mi sembra quasi il mondo intero.
Si respira meglio a maggio, si possono chiudere gli occhi e sentirsi invadere i polmoni di buonumore. 
Non c'è nulla che non possa succedere a maggio. 
A maggio si può essere felici. Quasi si deve, perché se lo aspetta.

lunedì 26 aprile 2021

You And Me

 
Fonte: pixiz


Ero seduta in terrazzo, con il sole in faccia, le mie piante fiorite intorno, un quaderno rosso aperto sulle gambe. Mi hai mandato un messaggio, mi hai chiesto se potevi chiamare o se mi avresti disturbato. 
Ma no che non disturbavi, tu non disturbi mai.
Che ci sono pochissime persone al mondo che potrebbero chiamare anche nel cuore della notte e trovarmi pronta per loro e tu sei tra quelle.

Ti era successa una cosa spiacevole, eri scossa, avevi bisogno di sentire la voce di una persona a cui vuoi bene per calmarti. E quella persona ero io.
Mi si è sciolto il cuore.

Conduciamo due vite così diverse, ora. Distanti, impegnative, frenetiche.
Ci si sente così poco e quasi sempre per messaggio perché spesso non si trova neanche un orario in cui esser libere entrambe per una telefonata.
Ma un messaggio non è la tua voce, non è la mia voce.
E allora ieri, sotto quel sole caldo del primo vero pomeriggio di primavera di quest'anno, mi ha fatto uno strano effetto.
Come se entrambe avessimo viaggiato in apnea e finalmente avessimo potuto tornare a respirare un po' in quel momento di condivisione.

Abbiamo parlato del presente, del passato.
Di quelle pizze nel nostro ristorante preferito in Piazza della Vetreria. Delle passeggiate che facevamo subito dopo, delle chiacchiere, di quei momenti tutti al femminile in cui io ero soltanto io e tu soltanto tu.
Mi hai detto che non sei più la stessa, che quella ragazza di un tempo ora ti fa tenerezza. Ho sorriso. Anche io non sono più la stessa, ma che senso avrebbe avuto vivere questo decennio se non ci avesse cambiate, se fossimo rimaste le stesse due ragazzine di allora?

Siamo state al telefono a lungo, separate solo da quel piccolo schermo che si scaldava a contatto con l'orecchio.
Fisicamente distanti, emotivamente così vicine che ad un certo punto mi sono sentita morire un po', quando è uscita fuori la storia della nostalgia che proviamo l'una per l'altra, il bisogno che avremmo di una giornata tutta per noi, di una serata fuori, di chiacchiere ad oltranza e di quelle cose senza senso che fanno troppo bene al cuore per poter essere anche ragionevoli.

Ci ripenso e mi scende una lacrima perché mi rendo conto di quanto nella frenesia della vita spesso si tendano a nascondere picchi di dolore dietro pile gigantesche di doveri o di svaghi provvisori.
Per non vederli, per non sentirli, per non farsi schiacciare. 

giovedì 22 aprile 2021

Quante Inutili Parole

 


Parla da solo.
A raffica. 
Infila una parola dietro l'altra come perline su una collana da annodare.
Le sento vorticare fuori, sovrapporsi, diventare una pila altissima, come se improvvisamente la collana non fosse più soltanto una, ma ce ne fossero tante, troppe, fino a riempire la stanza.
Quasi mi sembra di vederle saturare l'aria e infine rimbalzarmi addosso. Sono fatte di carta, di metallo, piombini di polvere da sparo.
Non erano innocenti perline colorate? E invece eccole qui, pesanti, di una stupidità che accieca, che annienta, che distrugge.

Mi isolo, porto la mente altrove, nei pressi di un luogo lontanissimo in cui questa cacofonia non possa raggiungermi. 
Fisicamente non posso andarmene, è il mio lavoro.
Devo restare qui, con le gambe ben salde sul terreno, anche se dentro ogni molecola vacilla, sembra voler cercare un varco da cui uscire. Le sento pungolarmi la pelle, miriadi di spilli sotterranei.

E poi all'improvviso esce. Saluta e se ne va.
Guardo mio cognato negli occhi, è sfinito anche lui. 
Ridiamo nel constatare come capiti proprio a due come noi, che parlano il meno possibile, di dover sottostare ad un simile bombardamento.
Ed è un sorriso amaro, di chi in un giorno di pioggia sottile avrebbe forse bisogno di una qualche forma di conforto completamente afona e leggera, leggera, così leggera da avvertirla appena.
Una carezza delicata.
Un lieve refolo di vento.
Un fiore da annusare.

Rientra.
Era solo una vana speranza quella di essergli sfuggiti.
Ricomincia a parlare ed è la solita mitraglietta.
Poi mio cognato mi lascia sola con lui, entra in magazzino.
Ed io resto qui, assente ma presente, una donna di cui sia rimasto solo l'involucro e tutto il resto si sia arreso, volatilizzato, scomparso come scompaiono certe persone per cui si fanno gli appelli alla tv.

giovedì 15 aprile 2021

Strati

 
Fonte: viaggiatore. net


Negli ultimi tempi vivo su un sottile strato di apatia.
Non so a cosa sia dovuto. 
Forse al sole che si mescola col freddo. O al vento che mi scarmiglia la faccia e i capelli e si porta via un po' del mio consueto entusiasmo.
Forse se guardo bene tra l'erba ai bordi delle strade che attraverso, o ai fiori rosa degli alberi di Giuda che circumnavigano certe vie nelle quali spesso mi ritrovo, posso ritrovarlo lì.

Potrei affermare che così non mi piaccio, che non mi riconosco.
E può esser vera la prima, ma sulla seconda avrei qualcosa da ridire.
Se mi guardo indietro credo di aver vissuto buona parte della mia vita a sentirmi mancare il terreno sotto i piedi per un nonnulla. Perennemente adagiata su un filo di rasoio sul quale tante volte ho perso l'equilibrio e son caduta.
Forse alla mia età, a metà strada tra i trenta e i quarant'anni, dovrei poterlo ritenere un moto quasi perenne dell'anima. 
Un suo capriccio, una sua variante, una di quelle caratteristiche che non ti puoi levar di dosso con la stessa facilità con cui la sera ti spogli ed entri in doccia.
Un po' come le maree, la cui unica costante sia quella di muoversi. Ma ci sono maree basse, alte, maree che mangiano la sabbia, altre che sembrano venirne inghiottite.
E come loro io mi vedo mutare ogni giorno e ogni giorno sento di non ritrovarmi appieno.

domenica 11 aprile 2021

Moto Ondoso

 
Fonte: Dizy. com

Se sapeste quanto ho scritto per questo blog questa sera.
Se sapeste quante volte ho cancellato, riscritto, cancellato di nuovo.
Se sapeste che l'ho fatto anche ieri, su un quadernaccio, per poi gettare via il foglio in un impeto di rabbia.
E va così. Non leggerete nulla di quello che forse era già pronto per essere pubblicato.
Perché le parole o sono già pronte, o sembrano non arrivare mai.
O le hai sulla punta della lingua e sotto le dita, pronte a premere sui tasti, o non le hai affatto.
Quelle perfette, quelle che volevi, le uniche che potessi davvero usare.
Non le ho trovate.
Ho scandagliato, cercato, guardato ovunque potessi guardare.
Ve lo assicuro: non sono da nessuna parte. 

Dunque eccomi qui, senza le parole giuste.
Sola e silenziosa con quelle riciclate, quelle spente, quelle che non farebbero luce qualora mi trovassi in una strada deserta in piena notte.
Sono solo io, che ho trascorso la domenica a correre da un lato all'altro di questa piccola casa, a fare mille cose e poi altre mille perché va bene tutto ma la noia no, non fa per me.
L'ozio, che per me non è un vizio ma un'assenza di vitalità, mi è così lontano che non riesco a guardarlo neanche con un binocolo, issandomi su di una qualche altura.
E non riesco a vederlo perché ne ho una considerazione così bassa che anche una formica la troverebbe minuscola. 

E' per questo che a volte arrivo stremata e devo passare una settimana come una larva per riprendermi.
E' per questo continuo ondeggiare, questo fare fare fare, che ad un certo punto mi ritrovo sfinita in un angolo e Fred deve raccogliermi con un cucchiaino.
E pur sapendolo non riesco a cambiare atteggiamento o modo di agire perché questa è la mia vita e questa sono io. Una trottola che gira, che volteggia su sé stessa, anche per stupide e banalissime ragioni, ma che in quel suo girare ha trovato un senso, un mezzo per restare in piedi.