domenica 16 giugno 2019

6 Anni

Foto: quilondra. com

La vita è fatta di tanti istanti, uniti l'uno all'altro senza che vi sia necessariamente un filo conduttore a tenerli insieme. E di questi istanti, alcuni insignificanti, altri cruciali, noi ricordiamo gli elementi più disparati.
Di alcuni momenti, quelli essenziali, si ricordano gli odori, le parole, le sensazioni sulla pelle.
Di quel 15 giugno 2013 ricordo il pranzo con mio fratello, il sole cocente sul balcone, la percezione che tutto stesse per cambiare senza che ne avessi, però, piena coscienza.
Forse è andata così per ognuna delle mie giornate importanti: che io fossi presente a me stessa in modo obliquo, un'anima ed un corpo mai perfettamente allineati.
Il giorno dopo non mi sarei svegliata nello stesso letto di sempre. Non avrei ascoltato le solite grida della mia rumorosa famiglia, non sarei uscita in giardino né avrei mangiato con tutti loro. Ne ero consapevole ma non ci pensavo. Vestivo una dose di adrenalina mascherata da una tacita calma che non m'apparteneva.
Avevo atteso quel momento per giorni, mesi, anni. E finalmente stavo andando via. Fred sarebbe arrivato di lì a poche ore, avremmo caricato la sua automobile nera come un mulo e ci saremmo avviati verso casa nostra.
Ed ora sono qui, sono passati sei anni, e di quel sabato ricordo tanti minuscoli dettagli che forse non lascerò più. Non voglio che sbiadiscano, che perdano d'importanza, che vadano a finire in quel calderone di istanti dimenticabili di cui si può anche fare a meno.

Entrammo in questa casa alle otto di sera. Era vuota, la riempimmo un po' alla rinfusa, poi una doccia veloce ed una cena fuori.
Il giorno dopo ci saremmo svegliati insieme per la prima volta nella nostra casa. 
Quel 15 giugno di sei anni fa il sole sembrava voler bruciare tutto eppure addosso sentivo tutt'altro che quel calore asfissiante. 
Sentivo la mia vita che veniva troncata in un luogo e ricominciava in un altro.
Sentivo legami spezzarsi, abitudini interrompersi, voci allontanarsi. Percepivo nuovi fili da annodare, nuove emozioni da vivere, nuove sconosciute sensazioni che avrebbero fatto di me una donna adulta. Ed ora di questi sei anni sento sulle spalle tutto il percorso fatto, che non è stato privo di ostacoli né di rovinose cadute. Però sono contenta, perché ad oggi ancora sento di stare nel luogo e con l'uomo in cui e con cui volevo essere e forse questo è l'unico dettaglio di cui mi importi. 

venerdì 14 giugno 2019

Nel Vortice



L'inizio dell'estate mi piace sempre moltissimo ma mi fa ogni volta lo stesso effetto, quello di ingarbugliarmi i pensieri, di rendermi ancor più inaccessibile al genere di umano, di non capire mai totalmente quello che sto facendo, dove mi trovo e perché.
Un po' mi trascino lungo le giornate scandendo i momenti attraverso quello che devo fare, sentendoli solo parzialmente, come se non fossi del tutto presente. 
So che poi entrerò del tutto nella stagione riprendendomi tutto il vigore di una nuova vitalità, ma in questi primi giorni sento che devo assestarmi e allora tutto procede in modo caotico. 
Sono all'interno di un turbine, di un vortice, di una sorta di tromba d'aria. Non riesco ad aggrapparmi a nulla e allora mi lascio trainare, anche un po' sfinire, come un pezzo di carta che portato dal vento non riesca a toccare terra troppo a lungo.

lunedì 10 giugno 2019

Cielo Azzurro

In estate i momenti che preferisco sono quelli che anticipano l'inizio di una nuova giornata.
Mi alzo presto, apro la portafinestra ed esco in terrazzo.
Disseto i pochi fiori che mi tengono compagnia quest'anno, poi mi metto ad ascoltare il silenzio.
Che non è fitto, non è oblio.
E' un silenzio fatto di assenza di voci umane ma ci sono le automobili che sfrecciano lungo la strada principale o presso i dedali di viuzze del quartiere ed il cigolio di cancelli che si aprono e poi si chiudono.
Scruto il cielo, lo ammiro come se fosse un incantevole distesa di fiori di campo.
E' sempre lo stesso eppure diverso ogni giorno. A volte ci sono veli bianchi che lo attraversano, altre nuvole soffici di panna montana. Ma oggi era semplicemente azzurro e come ogni mattina ho pensato che fosse il cielo più bello che avessi mai osservato.

Fonte: rivistanatura. com

C'è un merlo che si sporge cauto sul davanzale dei vicini, forse per appurare che il grosso cane non sia nei paraggi.
Respiro, riempio gli occhi di verde e i polmoni di pace. Inalo aria che ha ancora il profumo della purezza. Ed intorno, anche tutto il resto è ancora puro, ancora estraneo ai movimenti convulsi di giornate senza fine.
Al mattino presto tutto è ancora meraviglioso ed intriso di nuove possibilità. Il giorno prima è andato per mai più ritornare e il giorno in atto è ancora in boccio: una rosa che deve ancora mostrarsi nei suoi petali più belli.

E allora il mondo mi sembra magico, il luogo migliore in cui vivere nonostante tutto quello che di solito accade sotto il suo cielo.
Ci sono ancora rondini che volano indisturbate di albero in albero e questo loro ecosistema quieto e luminosissimo mi sembra migliore di quello che si manifesta solo poche ore più tardi.

venerdì 7 giugno 2019

A Lezione di Yoga Vinyasa

La settimana scorsa ho iniziato un corso di yoga vinyasa.
Senza premeditazione, senza conoscere la disciplina, senza informarmi in merito prima di accettare. Ho solo chiesto alla mia fisioterapista se pensasse che sarei stata pronta e al suo via libera non ho esitato neanche un po'.
Pare che una parte del mio problema abbia avuto origine dal modo in cui respiro, soprattutto quando lavoro. Anziché espirare fino in fondo, trattengo l'aria al livello dello sterno. Solo quando Ornella ha iniziato a portare il mio respiro fino alla pancia, quasi trasportandolo con le mani, ho iniziato a sentirlo davvero. Ad andare meno in apnea e quindi a sforzare meno anche i muscoli del tratto cervicale.
E' incredibile come le situazioni stressanti della vita ci portino a manomettere il nostro corpo senza farcene realmente accorgere. Ce ne rendiamo davvero conto solo quando arriviamo allo stremo, quando questa nostra casa inizia a franare. Quando vediamo le fondamenta cedere, le porte scardinarsi, le finestre crepare, i pavimenti aprirsi.

Ora cerco di ricordarmi di respirare nel modo corretto, di rieducarmi ad una giusta respirazione. Sono cosciente che non sia il solo parametro di salvaguardia, ma trovo importante farlo.
E lo yoga vinyasa abbina la respirazione ad ogni movimento. Il corpo si flette, tende, si allunga e si rinforza. E al contempo questi profondi respiri ossigenano tessuti ed organi interni.

Fonte: atuttoyoga. it

Ho fatto solo due lezioni e mi sono piaciute; il momento finale, poi, è quello che preferisco.
Ci stendiamo, chiudiamo gli occhi, l'insegnante ci copre e poi ci invita a lasciare mentalmente il tappetino sul quale siamo adagiati per volare altrove. In quel luogo dove i problemi non esistono, dove ci sentiamo più leggeri, dove riusciamo a far fluire fuori le tensioni. Il posto in cui siamo felici.
Immagino sempre di sedermi con la schiena rivolta ad un muro scrostato che conosco, con le gambe sulla sabbia e lo sguardo rivolto al mare. Immagino di sentirne il rumore, di apprezzare completamente quella solitudine e di sentirla entrare fino in fondo dentro di me.
Avverto il corpo che si distende, i nervi che si sciolgono, una sorta di incontenibile benessere propagarsi a macchia d'olio sulla mia pelle.
E quando esco mi sento meglio di quando sono entrata, che forse è il vero motivo per il quale continuerò questo corso.

sabato 1 giugno 2019

Primo Giugno

Sono uscita quasi correndo.
Soffiava un vento sottile ma il sole era già alto e prometteva meraviglie. 
Nessuno in giro a quell'ora, solo sporadiche automobili. Le scuole chiuse, il torpore del sabato mattina nelle case di chi non lavora. 
Ho immaginato persone dentro quelle case. Persone che magari si stavano alzando in quel momento, che preparavano il caffè. Oppure che si giravano nel letto per poter dormire ancora. 


Fonte: Amazon

Quando sono arrivata sul lungomare non ho atteso di poter raggiungere l'acqua attraverso una via comoda. Ho tagliato per la prima spiaggia libera appena mi è finita sotto gli occhi. Come una bambina saltellavo sulla sabbia incurante della postura perfetta o di qualunque altro pensiero ragionevole. E a ridosso del mare ho iniziato finalmente a respirare a fondo, a riempire i polmoni di aria e di benessere e forse di una qualche forma di felicità che sono capace di trovare solo in quei momenti.
Sorridevo come un'ebete e magari i gabbiani o i pescatori mi avranno preso per matta, ma lì per lì non me ne sono curata. Mi sentivo sola col mare, con quel cielo finalmente terso, con il sole sulla faccia, con la mia musica di sottofondo, con quello sciabordio di onde che mi rimetteva al mondo.

Gli uccelli disegnavano volute nel cielo e poi planavano entusiasti a pelo d'acqua. Sembrava una danza e con un po' di irragionevole superbia ho pensato che stessero salutando me, che finalmente ero tornata, magari non ancora quella di sempre, però ero lì. In mezzo a loro. Parte di un habitat che mi appartiene e a cui appartengo.
Se ci ripenso adesso, a quei momenti di estasi e di gioia incontenibile, un po' mi salgono le lacrime agli occhi. Ma in quegli istanti ero solo una striscia di sabbia, una conchiglia variopinta anche se imperfetta, un'onda in mezzo a tante onde, un gabbiano tra i gabbiani, un minuscolo pesce che non sogna altri mari né tanto meno l'immensa vastità dell'oceano. Un minuscolo pesce appagato dalla sua porzione di acqua.
Ero un pezzo di quella natura e non avevo bisogno di altro.

Ho detestato il mio orologio che mi riportava a terra, alla necessità di rientrare, di tornare a casa. Avrei voluto toglierlo e lanciarlo via ma quel gesto infantile non avrebbe fermato il tempo. 
E allora ho respirato ancora, proprio come mi ha insegnato la fisioterapista, e ho sentito di poter amare al massimo quei momenti anche se non sarebbero durati in eterno e forse soprattutto per questo. 

martedì 28 maggio 2019

Silenzio, Please

Fonte: gennarocucciniello. it


Mi piace il silenzio, soprattutto a fine giornata.
Mi piace l'idea di un mondo che si spegne, di voci che si attenuano, della vita che a poco a poco si addormenta.
Ci sono momenti, come quello in cui scrivo, nei quali anche un minimo spostamento d'aria può recarmi fastidio, farmi irrigidire.
Le voci della tv, i cani dei vicini che abbaiano, una madre che urla dietro i figli, il rumore della lavastovoglie, persino questo ticchettio sui tasti.
Sono passate le ventidue da neanche trenta minuti e vorrei arrivare al sonno dopo aver sperimentato almeno un'ora di sana e profondissima quiete.
E invece vivo in una piccola casa nella quale la camera è accanto al salotto ed io che agogno questo dannato ma sacrosanto silenzio, devo ascoltare mio malgrado la tv a due passi da qui. Io che non la vedo mai sono costretta a subirne gli schiamazzi, come una sorta di legge del contrappasso che mi obblighi a soffrire la presenza di tutto ciò che più detesto.
E allora mi vedo in questo girone infernale a correre, trafelata stanca e sudata, inseguita da frastuoni a cui non ho la possibilità di sottrarmi.

Oggi in negozio sono entrate due donne con due bambine. Sono rimaste per una mezz'ora, forse poco di più. E per tutto il tempo non hanno fatto altro che gridare l'una contro l'altra, in una comunicazione forzata e fastidiosissima che mi ha scosso i nervi al punto di aver provato anche io il desiderio di urlare.
Di zittirle, di farle tacere, di far comprendere quanto maleducato sia imporre agli altri i propri rumori. 
Esiste un luogo dove io possa bere da questa coppa?
Un luogo dove possa far riposare il cervello, cancellare i suoni?
Ricordo che da bambina e da adolescente, quando gli adulti prendevano il caffè, io dovevo restare lì ad ascoltare quel sovrapporsi di chiacchiere anche se desideravo andare via. Starmene per conto mio, coltivare la calma, passare del tempo sola con me stessa. Ma tutte le volte in cui cercavo di sottrarmi a quella tortura venivo ripresa, sgridata, trattata come una figlia degenere e asociale. 
E allora c'erano altre grida, poi sguardi di biasimo. Ed infine la sensazione di non essere come gli altri che si annidava, che trovava terra fertile sulla quale prosperare.
Io dovevo apprezzare quelle voci convulse, quello spostamento di sedie, quel tintinnio di cucchiaini sulle tazze, persino la tv anche se non la guardava nessuno. Chissà perché un po' mi viene il magone nel ripensare a quella forzatura, a quanti anni ho dovuto presenziare a quei noiosissimi e quotidiani consessi anziché fuggire. Semplicemente fuggire, assentarmi, mettere in pausa la mente dopo ore di scuola e poco prima di altre ore passate sui libri. Quello era il mio tempo libero e non mi apparteneva. E la verità è che non mi appartiene neanche ora.

giovedì 23 maggio 2019

Allo Specchio


Rivoglio il mio corpo.
Lo rivoglio per intero.
Percepirlo in ogni sua terminazione nervosa, dentro ogni stilla di sangue, essere in ogni goccia di sudore. 
Mi studio nuda allo specchio e non noto i difetti. Non guardo neppure i pregi.
Osservo solo me stessa e mi dico che devo tornare.
Lo penso con una determinazione tale che vedo i miei occhi incendiarsi, fiammeggiare come fuochi d'artificio sul volto.
Distolgo lo sguardo per il timore di rompere lo specchio, di vederlo esplodere in mille schegge impazzite con la sola forza del pensiero.
Però il proposito mi rimane addosso, anche quando poi mi rivesto.
Chiudo la zip dei jeans, allaccio la camicetta rossa sul seno. 
Avverto dolorini sparsi laddove, solo pochi giorni fa, si combatteva una battaglia che sembrava non prevedere vincitori.
E invece eccomi qui, io che la guerra la voglio vincere a tutti i costi, sputare i nemici fuori dalla bocca e poi vederli estinguersi sotto i miei occhi. Si contorcono, grondano sangue, poi straziati periscono. E allora un ghigno soddisfatto mi esce di bocca, avverto il gusto della vendetta eruttare come lava vulcanica e scorrere furente nelle vene. 

Metto il rossetto, rosso anche lui.
Perché quando alzerò la mia coppa vorrò essere raggiante. Bella. Straordinariamente viva. 
E sto tornando signori miei, non ho più tempo né voglia di pazientare. 
Scoppia il sole su questo cielo azzurro e voglio avvertire la pelle bruciare. Ardermi addosso, sentire che è tutta mia e che sono ancora qui.

E mentre attendo tutto questo non faccio che gustare ogni piccolo passo in avanti. Lo assaporo come se fosse cioccolato fuso sulla mia lingua. Lo trattengo come si fa con quei piaceri che non si ha voglia di lasciare andare.
Poi sorrido ed esco, che la vita non si ferma mai.