venerdì 23 ottobre 2020

Carta Straccia

 
Fonte: racconti-brevi. blogspot. com


22 ottobre 2020, ore 22:35.
E' sera, fuori il buio ha già inghiottito ogni cosa da ore. 
Le strade, le automobili parcheggiate sul ciglio, i tetti delle case, gli alberi, il mare. Tutto è nero pece, rischiarato appena dalla luce di lampioni altissimi, i guardiani di questa città.
Finalmente posso annusare il silenzio, sentirlo penetrare queste stanze, diventarne parte.
Fred è uscito ma sarà qui tra poco. Ho trascorso appena due ore da sola ed il tempo è volato via senza che me ne accorgessi, sterminato da un atavico senso di stanchezza e dal malumore che ne è derivato. Ho male alle gambe, persino. Mi tirano da ogni parte. E le macchie rosse che ho sull'addome mi ricordano che, pur apparentemente calma, in realtà sono stressata. Impensierita.
Si, forse non è stress. Sono pensieri che si accalcano, che si accumulano. Pezzi di carta straccia che vanno a finire sulla pila, si moltiplicano, generano caos e disordine, maltrattano tutto quello che di bello c'è. Ho paura di quello che sta accadendo, di nuovo. E ora che l'abbiamo già vissuta una volta, sappiamo a cosa andiamo incontro. Non è paura del buio, dell'ignoto, di fantasmi inesistenti creati da una mente troppo fantasiosa. E' paura di poter ricadere nel pozzo.

23 ottobre 2020, ore 16:44.
Il sole si è spento, era caldo ed appagante questa mattina, quasi estivo. Si rifletteva vibrante sulle onde increspate e aguzze del mare e sulle poche porzioni di pelle lasciate scoperte del mio corpo. Quando sono passati i due cavalli, uno nero e scattante, l'altro marrone ed incerto, ho pensato che tale spettacolo potesse ferire gli occhi, ridurli in poltiglia, farli lacrimare. Mi sono tolta gli occhiali da sole, ho pensato che allora avrei dovuto guardarlo tutto, non risparmiarmi niente. 
Mi sono passati davanti, bagnavano i loro mantelli in acqua diventando luminosi, felini, come ricoperti di stelle. Li ho fotografati, anche se lo avevo già fatto altre decine di volte. Era un vecchio spettacolo che sembrava nuovo, lo sembra ogni volta, e a pensarci è incredibile.

Si è spento il sole, dicevo. Ricoperto improvvisamente da un manto di nuvole grigie che hanno lasciato spoglie ben poche parti di cielo.
Vorrei essere a casa ora, sola con me stessa o con Fred, che tuttora è l'unica compagnia che io tolleri quando la stanchezza di arrancare mi investe completamente fino a togliermi il respiro e la sete. E' solo la sindrome premestruale, mi dico. E' solo quell'accumulo di carta straccia, mi rispondo.



mercoledì 14 ottobre 2020

Stati di Semi Libertà

Fonte: pinterest


Tempo grigio e cupo, anche se non piove. Il cielo è bianchiccio, innaturale, sgradevolmente asettico come certe stanze d'ospedale. Aspetto la pioggia tra poco, la sento arrivare. E' una di quelle giornate da starsene in casa in silenzio, senza musica, senza tv, senza disturbatori di alcun tipo. Il telefono spento, le persiane accostate, un ampio divano e una coperta. Gli occhi chiusi, poi aperti, poi di nuovo chiusi. Sentir scrosciare l'acqua, arrivare ad annusarne l'odore, sentirlo girare tra i polmoni come aria fresca e nuova. Salutare. Ma sono in negozio, come sempre a quest'ora, lontana dall'immobilità che questa immagine ha partorito nella mia mente. 


"Beati voi che non avete figli", ha detto Vincenzo. E l'ho sentita quella beatitudine, mi fa sentire libera. Credo sia questo il motivo principale per il quale non ne faccio. La libertà. Che è solo una parola che descrive un concetto puramente utopistico, ma che può essere ritrovata nel paragone tra uno stato e un altro. Sono più libera di un carcerato. Sono meno libera di un miliardario che possa vivere di rendita. 
E quella porzione di libertà, la mia, è forse quanto mi è di più caro in questa vita. Le ore di solitudine, il mare, la possibilità di stare in silenzio, di fare sport, di trovare ogni giorno un nuovo centro di me stessa. Sono fiera delle donne che riescono a far tutto. Esser brave mogli, ottime professioniste, buone amanti. E mamme. Ma io no, a me non interessa esser brava in tutto, barcamenarmi tra mille cose, vincere chissà quale primato. Voglio occuparmi di Sara, poi di Fred, poi del negozio, poi della mia anima e del mio corpo. Dunque basta così, che mi sembra già abbastanza. Non ho bisogno di mettere al mondo un altro essere umano per essere umana io stessa, lo sono già. Piena, completa, caotica, magari persino un po' disturbata, ma assolutamente Sara, Sara e basta, che è tutto ciò che mi interessi.
Egoista? si. E fiera di esserlo. 
O forse solo cosciente di non essere solo un utero da riempire, un individuo che dovrebbe comportarsi come milioni di altri solo perché così funziona da sempre.

"Ma dunque i bambini ti piacciono", mi è stato detto, quasi con sorpresa.
Certo che mi piacciono. Mi piacciono anche le mongolfiere, le giraffe, la parmigiana di melanzane. Ma non salgo sulle mongolfiere, non compro giraffe e non mangio parmigiane. 
Sono la persona meno adatta per avere un figlio e anche se è un mantra da ripetersi quasi giornalmente - perché la morale comune si crogiola nel voler far sentire inadeguati tutti coloro che decidano di vivere un iter differente da quello prestabilito dalla prassi - ogni giorno che passa sono più vicina alla mia meta. Quella di sentirmi in pace con me stessa nonostante non vi aderisca neanche un po', a quell'iter.


mercoledì 7 ottobre 2020

Lame

 

Fonte: wordpress

Sono un po' giù di corda questa sera e allora son qui di fronte a questa pagina bianca sperando che mi tolga fuori qualcosa, perché è questo che fa la scrittura a volte. Estrapola. Sviscera. Nel mio caso, spesso, addirittura resetta. Come quando sei coperto di fango e sotto il getto della doccia vedi andar via il terriccio insieme all'acqua e di colpo torni pulito, di nuovo te stesso. 
Solo che quando la vita ti sporca difficilmente si preoccupa di ripulirti. Ti lascia addosso quel senso di putrido che, lo sai già, non potrà che peggiorare. Non si torna bambini innocenti. 

Il lavoro mi preoccupa, non mi fa stare serena. Le cose son cambiate così tanto quest'anno che a volte, se ci penso, un po' mi viene il magone. A cui non si aggiunge una lacrima solo perché mi sforzo a restare in piedi bene eretta con la schiena. 
Fred si sta sacrificando molto. Lo stiamo facendo tutti a dire il vero, ma lui di più. E questi sforzi non vengono ripagati da molto, da troppo tempo. Non abbastanza. Ed è sempre la sera il momento in cui penso a tutto questo, l'istante in cui mi piomba addosso e mi schiaccia sul cuscino o in qualunque altro posto io mi trovi. 
E se non lo dico a voce alta è perché non voglio che questa preoccupazione ci stringa alla gola come ha già fatto in mesi abbastanza vicini da ricordarli nitidamente. Dunque che si fa? si stringono ancora i denti, si va avanti, si spera che l'economia riprenda e non vada ancor più a picco di così. 

Non so neanche esprimere a parole quanto detesti indugiare in questo tipo di pensieri. Quanto profondamente mi disturbi averli scritti ora qui sopra e magari pubblicarli prima che un dito più veloce non cancelli tutto e li lasci esattamente dove dovrebbero stare. Dentro di me.
Ma chissà, forse se li lascio qui andranno via. Spariranno. Come per magia verranno tolti dalla mia scatola cranica e poi da quella toracica, perché si sa che i pensieri importanti si depositano sia nel cervello che nel cuore. Stazionano lì, a volte un po' più in alto, altre un po' più in basso, ma pronti a tagliuzzarti come lame al primo movimento sbagliato. E si, lo diceva mia zia. Cammina dritta, come se avessi un libro sulla testa e non volessi farlo cadere. 

martedì 29 settembre 2020

La Rispostaccia

 


E' stata una giornata lunga. 
Lo sono tutte, in realtà. 
Ma ora sono sul letto, adagiata come una musa su un canapè, fresca di doccia e di creme profumate, abbastanza rilassata da poterla ripercorrere senza imbronciarmi troppo.

Ho risposto male ad un cliente oggi. 
E non ne sono felice.
Perché non è questo il momento di perdere clienti e facendo questo mestiere da tredici anni dovrei essere ormai vaccinata contro le provocazioni e le persone il cui unico spasso sia quello di farmi fumare il cervello.
Dovrei esserlo, certo. 
E invece poi capita che in un giorno qualunque, in cui vi sia persino un bel sole e non si possa dar la colpa al tempo, la misura diventi colma e il catino trasbordi. E allora quel cliente paga per sé stesso e per gli altri, anche per quel suo amico che solo due giorni prima era stato sgarbato mentre lui da dietro lo aizzava. 
Non sono fiera di me e non penso che le sue provocazioni ormai quotidiane giustifichino la mia rispostaccia. 
Che così brutte non ne avevo date mai, mai in tanti anni. 
Per un attimo ho gettato nel secchio la mia professionalità, senza pensare alle conseguenze pratiche e mentali del mio gesto. Volevo che la smettesse, volevo che per una volta si rendesse conto di aver passato il segno. E invece l'ho passato io, così brava a castigarmi che metà basterebbe. 

E' andata così, inutile piangere sul latte versato.
Forse in un'altra vita la mia pazienza saprà dilatarsi all'infinito, o forse non ne avrò bisogno perché non ci saranno persone desiderose di farmela perdere.
Forse riuscirò a farmi scivolare addosso le loro angherie, a chiudere i sensi a comando fino a dileguarli completamente.
Forse dopo questa non ci sarà un'altra vita perché non la voglio.

Ma una cosa è certa, stavo molto meglio quando praticavo yoga. 
E adesso che il corso non riparte mi sento orfana di qualcosa d'importante che mi aiutava a tutto tondo, arginando i problemi fisici e tenendo a bada il pensiero di tutta la negatività che la gente mi riversa addosso. Quella melma invisibile che mi attaccano sul corpo stilla dopo stilla, incuranti del fatto che io sia una persona prima che una commerciante.
Potevo inscatolarla, rinchiuderla in un posto inaccessibile di me stessa, fare in modo che non mi sporcasse troppo. E invece adesso eccola qui, la vedo, la sento, la tocco e non me ne libero. 

venerdì 25 settembre 2020

Aroma di Caffè

Fonte: ilmessaggero. it


Sono a lavoro, chiusa nel mio recinto come una gallina che abbia già fatto il giro di tutto il pollaio più volte e che voglia aspettare almeno un'ora prima di tornare a vedere se per caso i sassi si siano spostati o se il gallo abbia fatto le uova al posto suo. Fuori il vento tira fortissimo e vedo le piante piegarsi forsennatamente, farsi scudo contro la furia ambientale con i loro possenti rami. Alberi stoici, che non si lasciano abbattere. Prendono la vita come viene, se ne stanno al limitare del campo incolto qui di fronte come stolidi guardiani incorruttibili. Io mi preoccupo per loro, per quell'agitarsi del fogliame intorno al tronco per ore, da giorni. E loro invece, saggi e possenti, non se ne curano affatto. Sanno che tutto passa, anche il vento, la grandine, la neve d'inverno o il solleone in estate. Mi dico che vorrei esser così. Forte, solida, matura, cavaliere senza macchia e senza paura. 

Nell'aria c'è profumo di caffè. C'è sempre profumo di caffè, ovviamente. Ad un certo punto non lo senti più, diventa parte integrante dell'aria che respiri. E' lì con te, parte di te, molecola indissolubile della tua divisa e di ogni fibra dei tuoi capelli ricci. Le ore oggi passano lente e ridondanti, una uguale all'altra. Più che passare si trascinano, meste e mosce come questa stagione detestabile. Ieri sera parlavamo con Fred di quanto i mesi siano passati veloci pur nella loro indiscutibile pesantezza. L'altro ieri era febbraio e succedeva quel che succedeva col nostro ex dipendente. Si azzerò ogni cosa, di me. La fame, la voglia di fidarmi ancora. E mentre queste cose si azzeravano altre crescevano a dismisura dopo l'emergenza covid. La preoccupazione, l'ansia, la paura, le responsabilità, i pensieri. E oggi è quasi ottobre e dopodomani sarà Natale e un altro anno sarà andato via col suo carico di bestialità. 

Tutti coloro che entrano qui dentro si sentono in diritto di guardare il mio corpo e di chiedere che dieta abbia fatto. Mi scrutano. Sento i loro occhi scandagliare ogni centimetro di me ed io mi sento così esposta, così riluttante anche solo ad affrontare questo argomento, così poco incline a parlare dei fatti miei con chicchessia. Che gli dovrei dire? che il peso è calato da solo perché non mi andava di mangiare nulla e ogni giorno mi sono allenata perché non sopportavo di restare ferma? E pensate che lo capirebbero? che pensino quello che vogliono, allora. Che non mi piacevo, ad esempio, anche se invece mi trovavo carina anche prima. Dunque forse sono un albero anche io. Me ne resto ferma nelle mie convinzioni, nelle mie sensazioni, nella voglia di non fare della mia vita un pettegolezzo che poi si possa passare di bocca in bocca fino a diventare un'altra cosa, un quadro astratto, linee sottili che via via si deformino fino a diventare niente.

mercoledì 23 settembre 2020

Il Temporale

 

Fonte: quinewspisa.it

Fuori imperversa il temporale, che mi fa lo stesso effetto di quando ero appena una bambina. Tachicardia, tremore, la sensazione di essere solo un puntolino insignificante all'interno di un universo enorme. Mi fa paura, non so come altro potrei chiamarla. Riempio il tempo con mille cose da fare per non doverlo ascoltare troppo, per non lasciarmi abbattere da tuoni e fulmini offrendogli un potere che avrei dovuto togliergli anni fa, come in fondo fanno tutti. Si cresce e ci si scrollano di dosso i terrori infantili. Il buio, i rumori molesti, tutte quelle cose lì. E invece torno a respirare nel modo giusto solo quando il temporale si allontana, quando mi accorgo che non potrà farmi del male. Come se fosse una minaccia, si. 

E' rinfrescato. Vedo la pelle delle braccia e delle gambe irrigidirsi come quella di un'oca. E' tornato anche il silenzio ed ho chiuso le finestre per lasciar fuori il fresco e i rumori della strada. Mi piace questo lieve ritorno alla normalità, anche se il cuore galoppa ancora un po'. E' arrivato l'autunno, secondo solo all'inverno per stagione peggiore dell'anno, quantomeno per me. Mi rende più triste e spenta, come se la sua sola presenza potesse innaffiarmi la testa di inquietudini nuove di cui in estate o in primavera non immaginavo neppure l'esistenza. Cambio letteralmente, mi affloscio come quelle foglie rossastre che iniziano già a cadere ai bordi delle strade. Erano verdi ed incantevoli solo due mesi fa ma eccole ripiegarsi su sé stesse e staccarsi, planare fino al suolo e lì restare fin quando non diverranno polvere anch'esse.

Non è triste quella caduta? non fa un po' male al cuore? non ci ricorda che tutto ha un inizio ed una fine, che niente è destinato a durare per sempre? Ad un certo punto le vedi tutte lì per terra quelle foglie, pronte a lasciarsi trascinare dalla pioggia, dalla fanghiglia, dal vento. Morte, assassinate, presenze macabre di una festa ormai finita.

sabato 19 settembre 2020

I Mille Pezzi di Un Puzzle

                                                          Fonte immagine: midirasnur. org


Ore 14:59.

Sono in negozio. In veranda c'è una coppia che conosco con la bambina di 4 anni. Forse si sono amati un tempo, ma ora discutono animatamente. Non vivono più insieme, si sono allontanati già da diverso tempo. Ed ora vedo lei che fuma e gesticola, la bimba che gioca apparentemente incurante del clima teso tra i due, lui che non alza la voce ma si alza e si riabbassa sulla sedia di continuo, preda di una strana agitazione. Non litigano nel vero senso della parola, ma tra loro vi è una tensione palpabile, come se stessero maneggiando polvere da sparo accanto ad una fiamma lasciata quasi incustodita.

Perché è così difficile comunicare? perché è così complicato parlarsi? Perché quando finisce un sentimento ci si ritrova come all'interno di una stanza, chiusi col proprio carceriere? Dove finiscono la complicità, i ricordi, le notti passate a letto a far l'amore, le gite fuori porta, le cene rimediate in fretta, gli sguardi innamorati? 

Com'è che due persone un tempo affiatate e coinvolte diventino peggio di due estranei? Quando si smette di amare la pelle di un altro essere umano e iniziare ad odiarne anche l'odore? Come è possibile che tutto quel che di bello c'è stato bruci fino a diventare cenere? Lo so che nulla è eterno, lo so che i sentimenti cambiano come tutto il resto su questo mondo. Lo so eppure non mi capacito di questo stravolgimento, del passaggio rugoso dall'amore al detestarsi. Forse è questa la parte peggiore. Non il sentimento che muore, ma quello a cui lascia il posto. Il rancore, l'astio, il senso di smarrimento, la terra che trema sotto i piedi, la sensazione di aver perso tempo o di non aver saputo stringersi più forte quando i muri iniziavano a crollare. E da lì le grida, il furore, lo strimpellio di un'anima sdrucita sull'altra, l'arrancare, il non riuscire a sopportarsi, l'odio che diventa parte della pelle, dei capelli, dei piedi, delle gambe, che si impossessa delle mani e delle braccia.

Da alcuni giorni andando a lavoro calpesto pezzi di un puzzle gettati senza cura sulla strada. Sono lì, abbandonati e soli, ciascuno perso sui suoi millimetri di asfalto, incapace di ricomporsi agli altri pezzi. Alcuni sono stati falciati via dalle auto che passano di lì. Altri hanno cambiato colore. Qualcuno dev'essersi perso chissà dove. Ma nessuno di loro, nessuno, ha potuto riappropriarsi dei pezzi mancanti, costretto ormai a bastarsi da sé, coi suoi angoli rotondi che non verranno più riempiti. Ed è forse così anche per quegli amori caduti, morti, estirpati dal cuore. E ti ritrovi stanco, sfibrato e solo a chiederti dove siano andati quei pezzi che un giorno ti tenevano caldo e che ora ti fanno sentire freddo, che ti premono addosso solo per ricordarti che qualcosa è morto, morto per sempre, e non tornerà. Che quella voce che un tempo ti accarezzava ora ti urla addosso, che quelle mani che prima ti stringevano ora ti si agitano contro per chiederti di tacere. 

Si sono alzati. La bimba va col papà, la madre tira un po' il fiato. E tutti e tre mi appaiono troppo stanchi anche solo per alzare gli occhi al cielo.