martedì 4 agosto 2020

Notte Insonne

Fonte: vistanet. it


Notte insonne, di quelle che ti giri e ti rigiri nel letto senza trovare una posizione né una via di fuga.
Non posso neanche dare la colpa al caldo, perché proprio in quelle ore iniziava a rinfrescare.
Il vento sbatteva dappertutto, agitando gli alberi e il mare. Agitando pure me, che sono fatta di alberi e di mare.
E allora ad occhi aperti osservavo il buio scandire lento il tempo, con quella lieve tachicardia che mi viene a trovare sempre quando passano le ore e non riesco a dormire.
Osservavo la sagoma di Fred, ascoltavo il suo respiro leggero. Ogni tanto gli sbattevo addosso, senza rendermene conto. Gli ho stretto una mano, era umida.
Passava il tempo e mi sentivo sempre più inghiottire da quella mancanza di sonno che in realtà si traduceva in una stanchezza doppia, tripla, quadrupla.
Come certe stanze d'albergo.

Alle sei e un quarto mi sono alzata, ormai stanca e spossata da quella veglia insalubre, e alle sette mi sono diretta verso il mare.
Rabbioso, violento, capace di scuotere i pensieri e rovesciarmeli addosso col suo veloce sciabordio.
Aveva ululato tutta la notte, iroso, venendomi a cercare laddove avevo sperato di trovare un po' di riposo e tuttora continuava ad ululare senza pace né sosta. Proprio oggi che avrei avuto bisogno di ondine lievi e leggiadre si agitava irrequieto della mia stessa irrequietezza.
Poca gente in giro, il vento aveva tenuto a casa anche gli irriducibili della tintarella.
E di quel mare ho ascoltato il rumore turbato chiedendomi se anche il mio turbamento facesse quello stesso rumore, se fosse possibile ascoltarlo allo stesso modo o se invece preferisse nascondersi dietro un silenzio di tomba. 

mercoledì 29 luglio 2020

Jacques Prevert

Poi ci sono le serate in cui una persona come me può aver bisogno di Prevert. E non di una poesia qualunque, ma proprio di quella, quella lì, la mia preferita.
E allora che Prevert sia. 
Che mi inondi, che mi sovrasti, che mi incendi le ossa e gli occhi e l'anima tutta.
Fintanto che questa poesia saprà fare questo, io saprò di esser tutta intera. 



E i bicchieri eran vuoti
la bottiglia in pezzi
Il letto spalancato
e la porta sbarrata

E tutte le stelle di vetro
della felicità e della bellezza
risplendevano nella polvere
della stanza mal spazzata

Ed io ubriaco morto
ero un fuoco di gioia
e tu ubriaca viva
nuda tra le mie braccia.

sabato 25 luglio 2020

Sabato Pomeriggio

Fonte: francescoiacovone. com


Chissà che effetto fa avere un sabato pomeriggio libero.
Potersi dedicare ad altro che non sia il lavoro.
Il mare, una gita, una sana dormita, una lezione di yoga, il cardio fitness o mettersi a leggere in terrazzo con le tende da sole tirate.
Si, chissà che effetto fa.
Mai avuto il piacere di scoprirlo. Di poter aver libero qualcosa più di un giorno stiracchiato e spelacchiato che finisce subito. Che poi la domenica è sempre così. Ti alzi e una manciata di ore dopo è già ora di tornare a dormire.
E allora guardo tutta questa gente che il sabato pomeriggio libero l'ha sempre avuto e mi chiedo se si rendano conto di quale fortuna abbiano tra le mani. Il tempo. Le possibilità. Ore da dedicare a qualunque cosa o anche a niente, perché la ricchezza è nel poterlo anche sprecare, il proprio tempo.
E non è invidia, è più la considerazione estemporanea di un dato di fatto. 

C'è vento oggi. Caldo, africano, vagamente sabbioso, estivo nel senso pieno del termine.
Lo guardo da qui dentro, da questa postazione in cui sbatto dappertutto perché io sono una di quelle persone che vive con un costante bisogno di spazio che non possiede.
Forse per questo me ne vado al mare. Sconfinato, aperto, amplissimo, lì ho tutto lo spazio che voglio. E ovunque mi giri c'è altro spazio, come se non dovesse finire mai e potessi adagiarmi ovunque senza mai sentirmi schiacciata ed oppressa.
Forse è davvero questo il significato che ho sempre cercato, la spiegazione di tanta brama. Il mare è il solo spazio esteso dove potermi rifugiare senza che vi siano pareti a contenermi. Privo di limiti, di imposizioni, di orizzonti troppo vicini. E' mio ed in questo periodo è anche di molti altri, ma resta un discorso così intimo e personale che tutto quel chiasso, quel vociare, quelle presenze, quei colorati ombrelloni non sembrano null'altro che figurini sullo sfondo.
Sono quei rapporti speciali che non possono essere intaccati da nessun altro. Come se mille persone non potessero essere, tutte insieme, quello che siamo noi due da soli.
Sembra una storia d'amore, non è vero? un romanzetto di quart'ordine, di quelli che non finiscono mai in vetrina. Ma tant'è, l'amore è sempre un po' sdolcinato e sempre appare ridondante ad osservarlo da fuori.
Pomposo, barocco, sfarzoso, un pugno in un occhio. O un occhio in un pugno.
E invece noi siamo così semplici, il mare ed io, così poco aderenti alle etichette da sembrare due scappati di casa. Profughi di ogni cosa, forse principalmente profughi di noi stessi.
Onde a volte altissime e rabbiose, altre inconsistenti e leggere come piccole piume.

martedì 21 luglio 2020

35

Foto Mia.


L'arancio acceso del sole sibilava sulle onde che instancabili si infrangevano sul bagnasciuga, a ridosso dei nostri piedi.  Gli occhi ipnotizzati, la mano stretta in quella di Fred. La sabbia calda sotto la pelle, il cielo che scuriva a poco a poco. L'umidità e la salsedine che si attaccavano alle braccia, al viso, ad ogni parte esposta di epidermide.
E' stato questo l'attimo più intenso del mio trentacinquesimo compleanno, ieri. Con il cuore, il corpo, lo sguardo e l'anima tutta ad osservare il tramonto del mio giorno che volgeva al termine. Che ripiegandosi su sé stesso si chiudeva in un bozzolo, come intimidito da cotanta bellezza.

Mi sento più ricca di quando ero più giovane, se non altro perché ho la possibilità di trascorrere la serata del mio compleanno in riva al mare, ad osservare un tramonto incantevole che mi possa spezzare il fiato, che mi disintegri le cellule in un solo colpo per poi ricomporle, completamente rinnovate. 
Ma erano belli anche quei compleanni in campagna, a sentir frinire le cicale e a guardare le stelle o i fuochi d'artificio che talvolta coloravano il cielo, in lontananza. Che non erano per me, ma erano belli lo stesso. Ampi, variopinti, piccoli spettacoli che potevo pensare di aver meritato.

E lo so che quando si arriva ad una destinazione viene spontaneo guardarsi indietro e fare il conto dei morti e dei feriti che si è lasciati lungo il percorso. O quantomeno fare i conti con sé stessi, fare un bilancio del bello e del brutto, magari stilare una di quelle noiosissime liste di buoni propositi che nessuno segue mai.
Si, lo so che viene spontaneo. Ma non questa volta, non a me.
Ieri ho voluto vivere il mio compleanno senza caricarlo di tutte quelle ansie terrene che hanno investito i precedenti. Ho voluto che fosse un giorno di gioia, leggero e leggiadro, capace di scorrere come un ruscello di montagna.
Ed è stato perfetto così, senza feste sensazionali, con l'abbraccio a volte vicino e a volte lontano delle persone che fanno parte della mia vita, ciascuna a suo modo. Non è mancato davvero nulla e quando ho poggiato la testa sul cuscino, in serata, l'ho fatto sorridendo.

venerdì 17 luglio 2020

Paoletto e l'anguria

Fonte: GreenMe


C'è il "matto del paese" qui dentro. Parla da solo come ogni giorno. Ininterrottamente. Fa domande per le quali non ascolta le risposte, continuando a sputare parole, infastidito.
E' stato qui due ore l'altro pomeriggio. Una mitraglietta di frasi insensate che molestavano le mie orecchie, le mie terminazioni nervose, quella parte del cervello che ogni tanto avrebbe voglia di poter riposare. Di chiudersi in un silenzio totale, fitto, impenetrabile.
E invece c'è sempre un rumore di qualche tipo ad infestarmi i canali uditivi e le meningi. 

Mi hanno portato un'anguria enorme ieri pomeriggio. Una delle più grandi che abbia mai visto.
E' stato un agricoltore della zona, che ha iniziato a frequentare questo posto in tempo di quarantena e che è poi rimasto qui anche dopo.
Mi ha guardato di sbieco: "Lo mangi il cocomero?"
:"Si."
"Allora domani te ne porto uno".
Così. Senza cerimonie, senza inutili preamboli. E il giorno dopo eccolo arrivare con questa enorme anguria che ho diviso con i vicini e che è stata la mia merenda e quella di Fred, oggi.
Fresca, buonissima, zuccherina al punto giusto.

E' ancora qui che parla, che mescola discorsi che ormai conosco alla perfezione e con i quali potrei scrivere un libro. 
Della ragazzina che gli piace e che ha almeno trentacinque anni di meno.
Dei ragazzi dell'officina con cui un giorno è andato a prendere un motoscafo nuovo.
Della madre a cui nasconde di non prendere i farmaci che dovrebbero tenerlo a bada.
Di quella volta in cui un tizio gli si avventò addosso per aver dato fastidio alla sua ragazza.
Dell'avvocatessa di cinquant'anni con i capelli biondi.
Del rivenditore di biciclette con la moglie pedante.
E di tremila altre cose che non smette di ripetere, qui come altrove, in un loop in cui dopo un po' sembra di entrare, forzatamente. Scaraventati lì di peso, uno scantinato buio sulle cui pareti grigiastre danzino figure diaboliche dalle bocche urlanti.
Come un sogno, come un incubo, come una giostra che ripete sempre lo stesso percorso. O un disco che si inceppa.
E a volte è lì che mi sembra di stare, con la mente offuscata e i sensi intorpiditi.

Però che buona quell'anguria.
E che bello quando una persona con la quale hai sempre scambiato ben pochi convenevoli ti regala qualcosa e ti fa capire che non sei solo la ragazza che gli vende i sigari Garibaldi, ma sei anche un essere umano che ha piacere di incontrare.
In questi anni ho ricevuto fiori, piante, cioccolatini, dolciumi, frutta e verdura da persone alle quali mi era sembrato di offrire solo un sorriso. Per quelle persone amerò sempre questo lavoro, per quegli incontri casuali che hanno generato una qualche scintilla di vicinanza.

mercoledì 8 luglio 2020

Flussi

Fonte: springertime. com

Sono a lavoro da qualche ora ma è una giornata lenta, noiosa, che si srotola a fatica.
Come quei poster troppo lisci che se non li tieni bene ai bordi tendono a riarrotolarsi e tornare della loro forma originaria.
E allora o li appendi al muro oppure gli piazzi un elastico sul centro e li tieni chiusi.

Dunque mi son detta, scrivi un po'. Sconfiggi la noia di questo pomeriggio tedioso con quella cosa bellissima che un tempo facevi ogni giorno, come un esercizio, o forse come un atto dovuto. Un po' come respirare, mangiare, bere.
Flussi di coscienza che possano viaggiare liberi, senza una meta, privi di una direzione prestabilita. Che escano così, incontaminati, privi di dighe contenitive. 

C'è un gran viavai di automobili e di biciclette, fuori. E' una normale giornata di sole d'estate.
Chissà perché mi torna in mente il periodo che abbiamo trascorso in lockdown, quando non c'erano che poche macchine in giro e spesso erano quelle delle forze dell'ordine.
Chiudevamo il negozio ed ascoltavamo il silenzio che non era una silenzio normale. C'era qualcosa di irreale in quella totale assenza di suoni. Era così fitto su questa strada generalmente piuttosto trafficata, da sembrare finto. Era un silenzio che si guardava ma che non si poteva ascoltare. Lo si toccava, quasi. 
Tornavamo a casa estraniati e straniti, dopo ore a cercare di far rispettare norme che non avevamo scritto ma alle quali ci dovevamo attenere con certosina scrupolosità. Mi fa male ricordare quanto fosse complicato star dietro alle follie di chi non voleva rispettarle, quelle norme. E di come dopo solo mezz'ora qui dentro mi sentivo morire. Mi sentivo soffocare.
E allora la notte non dormivo. E il giorno non mangiavo. Mi allenavo, uscivo in terrazzo, pulivo casa maniacalmente, quella casa che comunque non mi sembrava pulita mai.

Non ci pensavo da un po', a tutto questo. E invece ora mi torna in mente nitidamente, come se questa giornata di vita pressoché normale fosse un sogno e quella, invece, la realtà. 
E allora mi dico che tutto sommato una giornata lenta e noiosa sia qualcosa di straordinariamente più bello di tutta quella roba lì, di quella libertà presa a randellate, di quell'aria che diventava stantia mano a mano negli ambienti e dunque nei polmoni. 
E' estate, c'è il sole, c'è vita qui fuori. Va tutto bene.

venerdì 3 luglio 2020

Nando

2 luglio, ore 23.

E' una serata caldissima, afosa.
Di abiti leggeri che ti si attaccano addosso e di zanzare.
Però qui dentro non vola una mosca, sento solo il ticchettio delle mie dita che danzano veloci sulla tastiera. Gli unici rumori giungono da fuori.
Le automobili, il chiacchiericcio dei vicini, i bidoni della spazzatura che vengono appoggiati di malagrazia sull'asfalto, l'abbaio di cani in lontananza, la pioggia di un tubo che scroscia su piante inaridite dal sole cocente di questa lunga giornata. 
Penso che se fossi stata anche io una pianta avrei atteso il momento di bere per tutto il tempo. Pensandoci al mattino appena sveglia, poi pensandoci più forte durante i primi raggi. E dunque pensandoci così intensamente da star male durante le ore più calde.
E dunque l'arrivo di quelle gocce d'acqua quasi all'improvviso, subito dopo il tramonto. A dissetarmi.
Ma per fortuna non sono una pianta.

3 luglio, ore 11:15.

Fonte: ildolomiti. it

C'era un cagnolino nero questa mattina sulla spiaggia. Ho scoperto che si chiama Nando.
Ci siamo messi in tre o quattro ad osservarlo correre come un pazzo tra i piedi di ciascuno di noi e poi prendere di mira un cane adulto, tentare di giocare anche con lui, che invece lo guardava esterrefatto, quasi incredulo, forse infastidito.
Io ridevo come una bambina e forse in quel momento lo ero.
Non ero la me stessa adulta, ero proprio una ragazzina che si entusiasma con poco, con gli occhi accesi, le guance arrossate dal caldo e da quel senso di spensieratezza.
Quando sono andata via mi sono sentita più leggera, come se quel momento ad osservare sorridendo un cucciolo che giocava fosse bastato ad allentare le tensioni, i  nervosismi, lo stress.
E chissà, potrei incontrarlo anche domani Nando.