martedì 19 febbraio 2019

Dietro Le Nuvole

E' strano quando resti a casa e il tempo si ferma.
Sai di aver tante cose da fare ma hai la testa vuota e non sai neanche da che parte cominciare.
Allora ti metti a letto, magari leggi o scrivi un po'. Ti si chiudono gli occhi ma fai in modo che restino aperti, come se addormentarsi di nuovo fosse una sciagura.

Fonte: meteolive. it

Non ho la febbre questa mattina, era con me domenica sera. Ieri sono andata a lavoro ed è stato come servire la gente con la testa dentro ad una bolla. Sentivo le loro voci provenire da lontano, i loro volti contrarsi e sbiadire. 
Allora oggi me ne resto a casa, dilatando i miei impegni casalinghi nell'arco di una giornata intera anziché di una sola mattinata. 
Provo sempre senso di colpa quando non vado a lavorare, anche se le ragioni sono quelle giuste. Mi sono assentata per le lauree di mio fratello, per i lutti che hanno colpito la mia famiglia, per la febbre.  Mai perché avevo semplicemente voglia di un pomeriggio tutto per me. 
Però ogni volta Fred ha dovuto lavorare al posto mio e di questo ho sentito il peso in tutte le circostanze.

Dicevo, ho delle cose da fare.
Ma adesso sento che non ci riesco.
Forse più tardi, forse quando troverò la forza di alzarmi di nuovo. 
C'è un tempo grigio oggi, il sole non accenna a venir fuori. Se ne resta nascosto dietro un cielo di nuvole scure, forse dorme anche lui. Ovviamente ho steso il bucato, perché il mio tempismo è sempre dote da mettere bene in mostra. 

Mi ammalo di più da quando abito qui, eppure dovrebbe essere l'inverso, calcolando che il clima è molto più mite. 
Forse sono invecchiata, forse mi trascuro di più. Non ho addosso la protezione di mia madre, le sue premure, i pasti sempre caldi e nutrienti o la sua apprensione. Sono affidata a me stessa e me stessa non è mai stata abbastanza in grado di prendersi cura di sé. 
Fred invece mi tratta come una bomboniera. Si preoccupa come se fossi una bambina, detesta vedermi stare male. Mi fa tanta tenerezza questo suo modo di dimostrare l'amore. Allora gli prendo le mani, intreccio le sue dita alle sue, mi stendo sul suo cuore e cerco di guarire. 

domenica 17 febbraio 2019

Piccoli Passi

Erano anni che non ne facevo uno.
Un tempo mi capitava anche due volte in una settimana. Mi ero stufata, probabilmente. Stancata di ripetere quei gesti in serie che non sapevano più d'amore ma di dovere.
Preparavo dolci perché mi venivano bene, perché mi piaceva, perché facevano contento mio padre. Quando mi sono trasferita ho continuato per un po' di tempo, poi ho smesso. Dall'oggi al domani non ho più comprato bustine lievitanti o vaniglia, né ho cercato nuove ricette.

Fonte: infofarine. it

Poi l'altra sera, dopo un'altra estenuante e lunghissima giornata, ho ripreso in mano frusta, farina ed il resto dell'occorrente ed ho preparato un plumcake.
Il suo profumo di limone ha invaso la cucina mentre ero sotto la doccia. Quando ne sono uscita, ho visto che lievitava sereno. Una piccola creatura col pancino. 
Sfornato dopo le ventidue, ho capito di non aver perso la mano.
Certo mi sono cimentata con una tortina semplice, ma è venuta fin troppo bene.
Dolce al punto giusto, gustosa, con un aspetto delizioso. 

Mi sono detta che forse, con i miei tempi, potrei anche ricominciare.
Una volta ogni tanto, senza impormi altre scalette da rispettare. 
Cosine tranquille, che non hanno bisogno di decorazioni, che non devo servire agli ospiti. Per me e per Fred, insomma. Senza pretese. 

mercoledì 13 febbraio 2019

Stamattina

Si ricordano di vivere sul mare appena esce un po' di sole.
E allora si riversano sulla banchina con i loro cani, troppo coperti anch'essi nei loro cappotti, neanche fossimo in Alaska. 
Per poter restare sola ho raggiunto la sabbia umida, li guardavo da laggiù, ombre indistinte sul marciapiede. Poi mi sono voltata e ho ripreso a camminare veloce, ma anche a guardare tutto, ogni cosa, senza perdere niente.
Si è riempito di conchiglie, non c'erano la settimana scorsa. Non così tante, non così belle, non così grandi.
Gli stabilimenti balneari adesso sono strutture fatiscenti, abbandonate, spettrali. Assi di legno rotto, scale da riparare, colori sbiaditi, ferraglia arrugginita, sedie spaccate e lasciate incustodite. Luoghi fermi, in attesa di essere rimessi a nuovo prima di un'altra estate. Lidi perfetti nella bella stagione che ora sembrano gusci vuoti, appartenuti ad un'altra epoca. 

Fonte: agensir. it

Le barche pescavano non troppo lontano dal bagnasciuga. Sono le mie guardie del corpo, la sola compagnia che possa tollerare la mattina presto. Silenziose ma presenti, trovo rilassante osservarne il lavorio. Sono felice quando possono pescare perché questa gente con i volti bruciati lavora incessantemente, anche quando non guadagna alcunché.
Tornando verso il piccolo rimessaggio ho osservato i pescatori di terra attendere quelli che rientravano dalla battuta. Ci sono funi di acciaio che li riportano a riva ed è un'operazione più complicata di quello che possa sembrare ma che ha un fascino particolare al quale vale la pena di assistere. 
Qualcuno scende nell'acqua gelata per accompagnare le imbarcazioni, qualcun altro resta sopra e ne dirige i movimenti.
Vengono poi fatte adagiare su grossi blocchi di legno e tirate. Ci sono bidoni di plastica colorata appoggiati ovunque, dove poi vengono scaricati i pesci. 
E' incredibile che fino a qualche tempo fa di questo mondo io non sapessi nulla e ora, invece, mi renda così curiosa. 

sabato 9 febbraio 2019

Quel Pomeriggio di Novembre

Era un pomeriggio di novembre. 
Fuori c'era la nebbia e faceva freddo come ne fa sempre a novembre nella località in cui sono cresciuta. Il paesaggio era tutt'altro che accogliente: gli alberi spogli, il cielo scuro, la strada scrostata, le case che sembravano disabitate.
Avevamo fatto il viaggio insieme, io e lui. Avevamo le mani ghiacciate, ma le tenevamo intrecciate per avere la percezione di scaldarle. Gli batteva forte il cuore, batteva anche a me. 

Fonte: gustissimo. it

La mattina avevo preparato una torta al cacao, la mia preferita. Sopra una spolverata di zucchero a velo.
Ci accolsero tesi, forse anche più di quanto lo fossimo noi.
Quello era l'esame e ciascuno di noi ne aveva la netta impressione senza neanche bisogno di dirlo.

Ci fecero accomodare in cucina. Io preparai i piattini, papà tagliò la torta. 
Non ci furono molti convenevoli. Poche parole, che non ricorderei neanche se mi sforzassi.
Lo aveva voluto Fred quell'incontro. Io pensavo che non fosse poi così necessario portarlo in casa mia, in fondo eravamo insieme solo da luglio.
Ci credevamo in quella storia, certo, ma io non sono mai stata brava a coinvolgere gli altri nelle mie cose. E allora avrei atteso anche un anno o due. Ma lui un giorno, sulla banchina numero uno della stazione Tiburtina, se ne era uscito con quella cosa del volerli conoscere e a poco a poco mi ero fatta convincere.

Mangiammo la torta in un silenzio quasi surreale. Non si sentiva volare una mosca, neanche il ronzio di quella brutta lampada al neon. 
Papà e Fred erano seduti l'uno di fronte all'altro, su ciascun capotavola. Papà lo guardava come non l'avevo mai visto guardare nessuno fino a quel momento e come non l'ho mai visto guardare nessuno neppure in seguito.
Lo aveva messo sotto una lente d'ingrandimento. Gli stava facendo una lastra, senza neanche dovergli far mostrare la pelle. Seguiva i suoi movimenti, i suoi occhi, le sue mani.
Forse cercava di intuire dietro quei gesti poco spontanei che tipo di ragazzo fosse.
Mi voleva davvero bene?
Era un tipo apposto?
Mi avrebbe fatta soffrire?
Avrebbe dovuto intimidirlo con un discorso ad hoc?
Era una persona solida o il solito quaquaraqua? 

Non so quali domande gli passassero per la testa ma in quel momento di tensione assoluta li amai immensamente entrambi.
Fred, che con la sua concretezza da ventiduenne già maturo aveva voluto mettersi in quella situazione scomoda. 
Mio padre, che gli stava facendo il terzo grado con gli occhi, senza aprire bocca, perché io ero la sua principessa con i boccoli e Fred un estraneo che forse un giorno mi avrebbe portata via. 

Sono passati più di tredici anni da quel giorno.
Io so che Fred se lo ricorda e ancora un po' suda freddo nel ripensarci.
So che anche papà se lo ricorda pur non nominandolo mai.
Quell'esame andò bene, tutto sommato. Fred si dimostrò il ragazzo educato capace di guardarmi con gli occhi ricolmi di meraviglia come se fossi stata una creatura preziosa che io avevo già imparato a conoscere. 
Papà capì che eravamo giovani ma già sentimentalmente cresciuti. Non ci mise mai i bastoni tra le ruote. Credo che quel pomeriggio di novembre lui abbia visto qualcosa di cui non avevamo la piena percezione, ancora, neppure noi.
E se oggi ve lo racconto è per Sotu, a cui affido questo ricordo perché possa farne quello che più desidera.

giovedì 7 febbraio 2019

Marmellata di Fragole

Mi sono alzata con il mal di testa.
Ho fatto una buona colazione con latte scremato, una fetta di pane integrale e marmellata di fragole. 
Fuori c'è un sole incredibilmente bello per essere una rigida giornata di febbraio.
Mi sono messa subito a sfaccendare. Bucato, pulizie, il letto da rifare, preparare da mangiare. 

Fonte: Fidelity Cucina


Ho anche sentito mia madre, come ogni mattina. Le ho detto che questa domenica non ci vedremo. Solitamente andiamo a trovarli ogni due settimane, ma questo significa tenerci sempre impegnati in quell'unico giorno di riposo che ci tocca. Alzarsi presto, fare il viaggio fin lì, poi di nuovo quello di ritorno. Pontina, Raccordo, Autostrada. Autostrada, Raccordo, Pontina.
Seguire la scaletta sta diventando pesante, almeno per me. Sento di aver bisogno di respirare, di non dover necessariamente predisporre una domenica su due, che poi significa tenere occupata anche l'altra con tutte quelle cose che non si riesce a sbrigare mai.
Ho voglia di fare anche altro.
Una gita magari.
O un cinema. 
Un pranzo fuori nel nostro ristorante preferito. 
Una passeggiata al mare o in qualche borgo di provincia.
Qualcosa che implichi il poter passare del tempo da sola con Fred senza il lavoro di mezzo. 

Ed è spiacevole dover sempre rinunciare a qualcosa o fornire un piccolo dispiacere a qualcuno quando, semplicemente, si desidera evadere. 
C'è sempre quel tarlo, quella piccola sensazione di afflizione.
Faccio sempre quello che voglio, ma quando si tratta dei miei genitori, mi dispiace non poterli rendere contenti. 
In questi momenti mi sento ancora quella scolaretta che andava a scuola precisa e faceva silenzio, quando in realtà aveva solo una gran voglia di urlare e scappare via. 
Non l'ho mai fatto. Era troppo importante che loro fossero fieri di me, che non avessero motivi di cui lamentarsi. 

Se avessi una figlia o una nipote o una bambina cui dare consigli, le direi di ribellarsi.
Di farlo senza preoccuparsi di quanto quella ribellione possa recare fastidio.
Di fare rumore, di gridare, di aggirare qualche regola.
Di andare oltre gli schemi, di percorrere la strada oltre i paletti. 
E' una fase importante, quella lì. 
Chi ci ama lo fa anche se sbagliamo un compito di matematica o ci prendiamo una sbronza il sabato sera. Il figlio perfetto non è quello che non alza mai la voce, è quello che riesce ad essere se stesso. 

lunedì 4 febbraio 2019

Pensieri e Parole

Fonte: GreenMe


E' difficile comunicare.
Molto.
Me ne rendo conto anche qui sul blog.
Magari scrivi una cosa e viene percepito l'esatto opposto, o qualcosa di totalmente differente da quello che era stato il tuo pensiero originario.
Ti senti spiazzato. Incompreso. 
Poi alzi le spalle e comprendi che le regole sono esattamente queste.
L'incomunicabilità. La barriera fredda e virtuale di uno schermo. 
L'assenza della voce, di uno sguardo, degli occhi. 
Un tempo ci sarei rimasta male, ne avrei sofferto. Ora non più.
Mi sento, ormai, completamente disillusa. 
Ho capito che è inutile e anche controproducente pretendere di essere capiti da tutti. Ciascuno ha il suo vissuto e quindi, anche, una diversa chiave di lettura delle emozioni e delle parole altrui.
E se è vero che le parole dovrebbero avere per ciascuno lo stesso significato, è altrettanto vero che cambiano le intenzioni con le quali si pronunciano. O si scrivono, come in questo caso.
Ho anche capito che mi è totalmente passata la voglia di spiegare. 
Di farmi comprendere a tutti i costi.
Di chiedere scusa a chi travisa, fraintende, magari si offende per qualcosa che certamente non voleva essere offensivo né denigratorio. 
Può capitare anche l'esatto opposto. Che sia io a non comprendere, a non saper percepire distintamente ciò che da altri viene scritto.
L'incomunicabilità non è una strada a senso unico. 
Alla fine, però, adotto sempre lo stesso atteggiamento: alzo le mani, vado avanti, non mi guardo indietro.
Non indago, non scavo, non vado necessariamente oltre la superficie. Sento che non è compito mio.

venerdì 1 febbraio 2019

Due Anni

Ho iniziato il primo febbraio di due anni fa.
Senza sapere che camminare - farlo costantemente, con impegno, in qualunque stagione dell'anno - sarebbe diventato un pezzo fondamentale della mia vita. 
C'era nebbia, faceva freddo ed io avrei tanto voluto restare a dormire. Però mi alzai, mi vestii, indossai un paio di vecchie scarpe da ginnastica ed uscii in strada. La musica alle orecchie, gli occhiali scuri calati sulla mia faccia assonnata. Cullavo l'insensata idea che così camuffata nessuno mi avrebbe riconosciuta; pensavo di potermi mimetizzare con l'asfalto o con le piante, forse addirittura con le case. Una figura sbiadita in mezzo a molte altre, un'ombra da notare appena.

Fonte: ioarte. org

Fu faticoso eppure, non so neanche bene come, mi appassionai.
Scoprii che mi piaceva fuggire di casa la mattina presto e riversarmi nel mondo reale, accarezzarlo con lo sguardo pensando di non essere vista a mia volta. E invece la gente mi vedeva, si incuriosiva, poi a lavoro mi chiedeva cosa mi spingesse a farlo, chi me lo faceva fare di alzarmi presto e raggiungere il mare.
Tuttora mi pongono domande su questa mia attività, che pure non ha nulla di incredibile. Sono incuriositi da tanta costanza, si chiedono come sia possibile possederne una. Oppure mi domandano se non mi stufo di andare da sola, quando invece è l'aspetto che più di ogni altro mi rende euforica. Quella sensazione di tempo per me stessa, di solitudine accarezzata ed accolta, di un cassetto in cui tenere chiusi i miei pensieri e cercare di dar loro un ordine logico. 

C'era tempesta stamattina. Quando sono uscita tirava un vento caldo di scirocco. Miti goccioline d'acqua mi si riversavano addosso senza che pensassi mai di aprire l'ombrello. Era bello così, quella pioggia sottile, il frastuono delle auto così vicine eppure così lontane, il mio mondo a portata di mano e di gambe. Il mare si dibatteva violento in una mareggiata che copriva anche il suono della musica alle orecchie. Si sentiva solo lui, lui solo era protagonista indiscusso ed assoluto di questo secondo compleanno.
Siamo diventati indissolubili. E' un richiamo violento, totalizzante, ancestrale.
Un gabbiano volava alto sopra i palazzi, spiegava le sue ali bianche libero e felice, senza posarsi mai.