domenica 28 febbraio 2016

Vitalità? Non pervenuta.

Fonte: bodyspring.com


E' una strana domenica, direi quasi di ripresa.
La settimana appena finita mi ha prostrato un po' dal punto di vista fisico. Mi sento stanca, abbattuta, giù di tono. Alla sera facevo molto tardi e per me che sono solita dormire almeno 8 ore, non è stata una scelta saggia. Sono arrivata al venerdì che ero un cencio, perché se uno dorme meno del solito e poi durante il giorno non fa un tubo è ok. Ma se uno dorme poco e poi lavora, si barcamena tra mille cose, allora alla fine crolli. E se venerdì ero un cencio, potete immaginare ieri, sabato, dopo le mie solite ore di lavoro.
Sono andata a letto presto, stanca che più stanca non si può. Ho dormito come un sasso, non riuscendo comunque a riprendermi. Stamattina sono uscita a far la spesa e alle 11:30 ero già a casa.
Sono tornata a letto alle 14, con i brividi. Ho seriamente pensato di stare per ammalarmi, tanto mi scuotevano in tutto il corpo. Ne sono uscita un paio di ore dopo e mi sento meglio, sebbene al momento io senta di avere la vitalità di un gambo di sedano.
La prospettiva di una nuova settimana di lavoro mi fa urlare. Ma chissà, per domani potrei comunque esser tornata quella di sempre.

venerdì 19 febbraio 2016

Questione di Indole

Ho sempre amato i gatti, fin dalla più tenera età. E non amavo quelli coccoloni che mi facevano le fusa stesi sulle mie gambe...più di tutti ho adorato quelli schivi, che mi guardavano appena, che pensavano a chissà cosa dietro i loro verdi occhi.
Solo tanto tempo dopo ho capito perché. Io a questi ultimi assomigliavo ed assomiglio tanto anche adesso. Se crescere significa maturare, certamente non sempre implica un cambiamento sostanziale né un miglioramento di quella che è la propria natura.
E' dunque ora, per me, di accettare la mia indole, di accarezzarla, di non cercare sempre di sfuggirle come faccio con tante altre cose.

Fonte: petpassion.tv

Mi è stato chiesto perché respingo chi mi vuole abbracciare o spesso anche solo toccare. Avrei voluto saper dare in quel momento una risposta adeguata, chiara come certe acque cristalline. Ma poi è entrata gente, ho avuto da fare, non c'è stato modo di riparlarne. Eppure quella domanda è rimasta lì a decantare, a provocare tanti tarli che martellanti mi hanno tenuta un po' sveglia anche quando avrei solo voluto dormire.

La risposta c'è ed è sempre stata lì solo che a volte farla uscire non è mica così facile. Non sempre basta uno schiocco di dita per volersi mettere a nudo, anche e soprattutto con se stessi.

Potrei raccontare di tutte le volte in cui mio fratello, molto più dolce ed affettuoso di me, abbia cercato di abbracciarmi, di stringermi a sé. E di tutte le volte in cui pur amandolo come si ama un proprio braccio o una propria gamba, io l'abbia scacciato, abbia voluto porre una distanza fisica tra me e lui. E se vi raccontassi anche la delusione che lui ha provato e che ogni volta continua a provare mi fareste certamente sentire ancor peggio di come io già stia. I suoi occhi che si chiudono, poi si strizzano, che diventano tetri. Come si può permettere tutto questo e non provare pena per quella parte di se stessi?

A conti fatti io riesco ad abbracciare teneramente e in maniera prolungata solo due persone. E queste persone sono Fred e mio nipote Andrea. Non è strano? Sono tanti coloro a cui voglio bene, tanti coloro che amo, che apprezzo, per i quali mi getterei nel fuoco. Eppure non riesco a valicare la barriera, e soprattutto non riesco a consentire che lo facciano loro.

Credo che lo stesso Fred abbia impiegato più di un anno per farsi dare un abbraccio come si deve da me. Che poi è anche sciocco a pensarci, perché con lui avevo già scambiato baci appassionati, avevamo fatto l'amore tante volte, gli avevo già donato incondizionatamente il mio cuore. Eppure non riuscivo ad avvolgerlo tra le mie braccia. Quando lui lo faceva io piegavo le mie sulla pancia, così che ci fosse sempre un divario, una linea di demarcazione. Mi facevo abbracciare ma non riuscivo a ricambiare quel gesto che per taluni è tanto semplice, quasi scontato.
Mi ha insegnato lui a farlo nel modo giusto. Pian piano mi tirava giù quelle braccia che tremanti ritornavano al proprio posto, che proprio non ne volevano sapere di stare dove avrebbero dovuto essere. E lui, paziente, se le rimetteva addosso, si circondava, respingeva quegli attacchi ingiustificati con la stessa dose di pacatezza e di determinazione.
Senza arrabbiarsi né perdere la pazienza lui è riuscito a farmi comprendere che non mi sarebbe accaduto nulla di male, che ero al sicuro, che abbracciarlo poteva essere infinitamente bello ed innocuo. E così ora quello strano senso di paura non lo provo più. Potrei stare ore addosso a lui, ore ad avvolgerlo tutto. Se solo fosse così facile, sempre...

E Andrea poi, che dire di lui? E' nato che avevo 16 anni. L'avevo così atteso ed amato ancor prima che nascesse che quando lo vidi per la prima volta, appena una settimana dopo l'essere uscito strillante dal corpo di mia cugina, mi sono commossa profondamente. Piangevo, tremavo, lo amavo già in un modo totalizzante. Ed ora, ogni volta che lo vedo, provo ancora quelle cose lì. Lo abbraccio, lo stringo, lo avvolgo, lo bacio, quasi col timore di vederlo andare via. Lo tengo lì per interi minuti, ancora piccolo e indifeso nonostante ormai abbia già 14 anni. 

E tutti gli altri? che fine fanno tutti gli altri?
Vorrei essere diversa, credetemi. Ma la questione è che bisogna accettarsi anche con i propri limiti, con le proprie incertezze, con tutte quelle cose sbagliate che facciamo o che abbiamo dentro. 
A qualcuno posso apparire fredda e ostile. In realtà sono soltanto molto schiva e sfuggente. E non è la stessa cosa. 

domenica 14 febbraio 2016

San Valentino

Fonte: vanityfair.it


Erano anni che non vivevo un San Valentino così.
Ed erano anni che non veniva di domenica, del resto. Che qui col lavoro non è mica facile incastrare pure gli appuntamenti galanti, anche se si vive fortunatamente sotto lo stesso tetto.
Siamo stati a Ostia, che è un po' il mio Paradiso a portata di mano, uno di quei posti che mi piacciono tanto anche se stanno solo a venti minuti da casa. 
C'era un sacco di gente sulle strade, un traffico bestiale. Il sole andava e veniva ma non faceva di certo freddo, eravamo a poco meno di venti gradi.
Avevamo prenotato in un ristorantino delizioso e romantico già provato per il nostro decimo anniversario. Ed il ricordo non era abbastanza vivido perché poi, di fronte a quelle meraviglie culinarie, ci siamo sciolti come cera calda.
Un cuoricino di cioccolato sulla tavola, occhi negli occhi, mano nella mano. Il mare che impetuoso si infrangeva sulla spiaggia, il vento che accompagnava quell'andirivieni di nuvole.
Siamo stati bene, anche più che bene. E la giornata non è ancora finita.

mercoledì 10 febbraio 2016

Quello Zio di Milano...

Mio zio non era una persona semplice. Tutt'altro.
Era uno di quegli uomini che spadroneggiano sulle mogli, sui figli, su chiunque gli capiti a tiro. Aveva delle idee retrograde praticamente su tutto e ha dato del filo da torcere alla zia per tutta la sua esistenza. Si erano conosciuti in Germania che lei aveva solo sedici anni. Si innamorarono e dopo pochi mesi si sposarono contro il volere del nonno.
Fumava tanto, come un turco. E quel fumo l'ha portato neanche sei mesi fa ad un tumore al polmone che l'ha consumato violentemente fino al suo naturale epilogo, ieri.

Fonte: giornalettismo.com

Ero appena tornata a casa dal lavoro quando mamma mi ha chiamato per darmi la notizia. Ho aspettato di chiudere la cornetta ed ho sentito il dolore raggiungere gli occhi e fuoriuscire tutto da lì, a pioggia. Ho diversi ricordi con lo zio, tutti estivi. Ci vedevamo a Napoli per soli tre giorni d'agosto, almeno fino a dieci anni fa. Poi ci siamo visti a casa dei miei per il successivo decennio e l'ultima volta, di nuovo a Napoli, durante l'estate del 2014.
Con lui mi sono arrabbiata spesso perché il modo in cui trattava la moglie non mi è mai piaciuto. Tuttavia a volte è stato in grado di sorprendermi, come quella volta che io ero rimasta a casa e avevo chiesto a mia madre di riportarmi una cosa sola. Aveva girato tanto ma non l'aveva trovata e così, lo zio, nonostante a Napoli non volesse mai prendere l'auto, silenziosamente l'aveva accesa e ne tornò solo oltre un'ora dopo, con quella cosa lì, per me. Aveva girato tutto il tempo, non dicendo niente a nessuno e meravigliando tutti, pur di trovarla. Per sé stesso l'auto non l'avrebbe neanche accesa eppure l'aveva fatto per quella nipote che vedeva solo di rado, senza che nessuno glielo chiedesse.

Ora la distanza mi pesa come un macigno. Chilometri e chilometri, un solo giorno alla settimana per percorrerli. Però voglio farlo, anche se ormai è troppo tardi. Non so quando, ma presto.

lunedì 8 febbraio 2016

Di Nuovo Lunedì

Uscire dal weekend è sempre complicato ma ci sono settimane in cui diventa una lotta.
Quelle settimane, come questa, che iniziano con la pioggia, con il vento, con la poca voglia di mettere il naso fuori. E magari restarsene in casa, rannicchiati, a fare tante cose oppure a fare niente.
Che poi per me il fine settimana è solo la domenica e a volte, il lunedì, mi sembra di non essermi riposata abbastanza, come se il tempo libero non mi fosse del tutto bastato.

Fonte: rebloggy.com

Sabato sera dopo il lavoro siamo partiti ed abbiamo raggiunto i miei. Solitamente non amo avere solo il tempo di una doccia e non poter cenare prima delle ventidue ma sia loro che Fred hanno talmente insistito che mi sono lasciata convincere. La nottata non è stata delle più piacevoli, anche considerando la scomodità del divano-letto e di quelle molle dure che ti si conficcano violente nella schiena. Tuttavia è stato bello, poi, far colazione tutti insieme. Respirare quell'aria familiare fatta di profumati dolci preparati in casa, di latte caldo nelle tazze bollenti, di tepore misto ad amore, a gioia. Siamo usciti per un'ora per delle commissioni e al ritorno mi son data da fare con la mamma ed abbiamo preparato la pizza. Un tempo lo facevamo almeno ogni quindici giorni e quei momenti passati insieme mi resteranno dentro per sempre.

Siamo tornati a casa presto, intorno alle 17. Non faceva molto freddo ma c'era un tempo cupo e piovigginoso che intristiva un po'. 
E ora è di nuovo lunedì, me ne devo fare una ragione.

venerdì 5 febbraio 2016

Tremenda

Fonte: grandain.com


A volte so essere tremenda, me ne rendo conto.
E a volte non dev'esser facile starmi vicino, mi rendo conto anche di questo.
La verità è che spesso ci vuole una pazienza infinita e so che ieri se mio cognato avesse avuto un carattere diverso ci sarebbe scappata la lite.
Non è stata una buona giornata, neanche un po'. Alcuni pensieri storti, un po' di malinconia latente, un macchinario che non funzionava come avrebbe dovuto e che mi ha costretta a controllare dieci o più volte tutto quello che passava...e altre piccole cose che sommate hanno reso il giovedì poco sostenibile. 
Non ero dell'umore giusto e non lo sono stata per diverse ore, fin quando un cliente non mi ha fatto sorridere e mi sono ripresa un po'.
Lui non c'entrava niente, o quasi. Ci sono giorni in cui è talmente pigro che devo stargli troppo appresso, più di quanto vorrei. Si crogiola in mille cazzate tralasciando il lavoro. E lui sa che odio quando lo fa, è perfettamente consapevole di quanto mi irriti il fatto che anteponga sempre il diletto al dovere. Posso capire fuori, ma non sul posto di lavoro. 
E allora ho alzato la voce. Non avrei dovuto e non è la prima volta che lo faccio. Lui ha taciuto, mi ha sorriso, ha cercato di rimediare. Ha sopportato. Perché mi vuole bene nonostante tutto, nonostante il carattere autoritario, nonostante il mio volerlo sempre mettere in riga sebbene non sia compito mio farlo. 
Non ho neppure chiesto scusa e anche se il suo atteggiamento poi mi ha fatto capire che era tutto passato, un po' il tarlo mi è rimasto. Dovrò farmi perdonare.