venerdì 20 luglio 2018

33

Tutti gli anni scrivo qualcosa per il mio compleanno. Lo faccio anche per altre ricorrenze, ad onor del vero. Forse, pur non essendo un tipo nostalgico, sento di dover fermare il tempo per un secondo, guardarlo più da vicino, in qualche modo celebrarlo se non posso comprenderlo. 
Oggi di anni ne compio 33. Che mi sembra un numero assurdamente grande, ma che forse alla fine non è poi nulla di che. A 15 anni consideravo anche più che adulti i trentenni. Oggi sono i nuovi ventenni. Non così maturi, indipendenti e totalmente svezzati da potersi creare un posto solido nel mondo. Che poi: esistono davvero posti solidi? o ce ne sono solo di scivolosi, fatti di ripide salite dalle quali si può cadere da un momento all'altro? sono più propensa per questa seconda ipotesi.

Fonte: aktuelno24. com


E insomma oggi compio 33 anni e come ogni anno da qualche tempo a questa parte ho iniziato a sentirmi soffocare già alla metà di giugno.
Sento che la vita scorre troppo in fretta per poter essere compresa. Sento che mi sfugge dalle mani questa gioventù, senza che abbia perso il desiderio di leggerezza che forse avrebbe dovuto contraddistinguere altri anni e non questi.
Avrei dovuto sognare la libertà a 20 anni e invece allora ero una pesantona che si affacciava nel mondo con tremila valori da onorare ed un senso di responsabilità che mi ha schiacciato pian piano, senza che me ne accorgessi. Mi sento diversa adesso, ed è indubbio che io lo sia. 
Sento di dovermi venerare come su un altare. Sento di dovermi volere bene, di un bene che nessuno me ne vorrà mai uno uguale. Sento di voler vivere, di volermi emozionare, di voler cantare a squarciagola e ballare fino a sfinire le gambe. Sento di dover lavorare per vivere e non vivere per lavorare. Sento che c'è ancora un mondo intero dentro me stessa da esplorare, da tirar fuori piano piano, come un mago con il suo cilindro. Sento di voler sentire, di volerli usare tutti questi 5 sensi per catturare il mondo e percepirlo più intensamente. 
Sangue, anima, corpo, mi sento più terrena e concreta che mai. 

E si, soprattutto sento di essere diversa dalla trentatreenne convenzionale. Che sogna l'abito bianco, o che magari l'ha già indossato. Che vuole vedersi col pancione o che magari l'ha già visto più volte. Che vuole fare carriera o che magari l'ha già avviata. 
Diversa, non peggiore né migliore.
Diversa, non più superficiale né più profonda.
Diversa, semplicemente me. 

giovedì 19 luglio 2018

Distesa

In questo momento dovrei star facendo altro.
Ho due stanze da pulire al piano di sopra. Un pranzo da organizzare. Una lavatrice da impostare. Una recensione da scrivere. Delle foto da scattare. Il tutto prima di andare a lavoro, unito a qualche altra cosuccia. 
E invece me ne sto qui, sul letto, senza pensare a nulla che non sia il fatto che sto qui sul letto beata come se fossi in vacanza. Con il mio bel vestitino a fiori, le gambe nude, lo smalto rosso sulle dita dei piedi, i capelli vaporosi appena lavati. 
E lo so già che poi penserò di aver perso tempo, di non essere stata efficiente e sbrigativa come al solito, di essermi crogiolata inutilmente. Però in questo momento, che magari saranno solo pochi istanti o al massimo mezz'ora, di nulla mi importa tranne che di essere qui distesa.
Come se fosse un premio. Ma un premio per cosa, non lo so. 

Fonte: art-plus. com

lunedì 16 luglio 2018

L'Urlo

Stamattina rientravo dalla mia seduta di camminata. Sudata, stanca, comunque vibrante di vita.
C'era un'auto dei Carabinieri parcheggiata sotto casa loro. Ricordo di aver pensato che fosse un po' strano, ma di non averci badato granché.
Poi sono salita in casa, Fred era in piedi tra il bagno e la cucina. Era bianco in faccia, con un'espressione smarrita che non coinvolgeva solo il viso, ma il corpo per intero.
:- Per fortuna non c'eri.- Mi ha detto.
:- Quando?-
:- Alle sette. E' morta la neonata dei vicini, mi hanno svegliato le urla.-

La neonata dei vicini. La bambina di cui abbiamo visto solo il fiocco appeso alla porta, quando ieri siamo tornati a casa. Doveva essere nata in uno dei giorni in cui sono stata via.

Fonte: oggidonna. net

Ho sentito la disperazione colpirmi per intero. Un urlo straziante invadermi la testa, mentre la bocca restava silenziosa. Quando sono partita quella bella ragazza mora aveva ancora il pancione. Si muoveva a fatica, accaldata. La vedevo aggirarsi per il giardino con i lunghi capelli tirati su ed un'espressione tutto sommato serena.

E adesso? come si può sopravvivere a questo dolore? Non riesco a smettere di pensare a quella pancia colma, poi ad una bambina che gli era finalmente arrivata tra le braccia. E dunque la morte, il crollo, la devastazione. Una vita che cambia in pochi secondi, una tragedia che spazza via i suoni, i pensieri, le parole, tutto quanto. 

Quando qualcosa di tanto brutto accade mi capita sempre di pensare agli attimi prima. Quelli ancora normali, quelli in cui non si ha la percezione di quello che sta per succedere. Un attimo prima sei una persona qualsiasi che vive un'esistenza normale e quello successivo sei finito dentro un baratro con la distruttiva consapevolezza di non poter riavvolgere il nastro. Non puoi tornare a quei momenti normali perché niente sarà più come prima. 

Lungo tutta la via ora c'è un silenzio spettrale. Il tossico non urla, sua madre non risponde. I cancelli si aprono e si chiudono senza fare rumore. Solo i cani, ignari, abbaiano senza ritegno.

sabato 14 luglio 2018

Tre Giorni

Sono a casa dei miei da un paio di giorni. 
Per il funerale, certo. Ma anche per rassettare i pensieri. 
Che quando succedono cose di questo genere, all'improvviso, si rischia sempre di perdere la bussola.

Sto dormendo, più di quanto dormissi a casa mia.
Il silenzio è dalla mia parte, di giorno si sente solo il frinire delle cicale. Di notte, neanche quello. 
Avevo dimenticato il silenzio. Quello che ti avvolge, ti riempie, ti circonda, ti si adagia addosso come una coperta. 
E allora ieri pomeriggio ho dormito beata per un'ora. Oggi, per due. 

Fonte: greenstyle. it

La mattina mi alzo presto, piena di energie. Stamattina ho svegliato mio fratello alle sei e venti per andare a camminare. Si è risentito, me lo rinfaccia ancora, tuttavia si è alzato e mi ha accompagnato alla Riserva Naturale. Ho fotografato l'acqua, le piante, il riflesso del sole che tutto colpisce e fa divampare. E' stato breve, per i miei standard, però breve è sempre meglio che niente. 

Mi manca Fred. Che oggi, per il terzo giorno, sta lavorando per 14 ore accollandosi anche i miei turni. Mi manca stenderci assieme la sera. Mi manca il suo sorriso, la sua presenza, il suo esserci. E dentro sento il senso di colpa per averlo lasciato da solo a fare tutto. 
Lui mi ha detto vai ed io l'ho fatto, ma il desiderio di riabbracciarlo, domani, è di una forza indomabile che non so descrivere. 

Stasera esco, vado a mangiare una pizza. Saremo solo in quattro, una piccola combriccola di giovani allegri. Poi calpesterò le vie del mio paese, quello in cui mi sentivo soffocare in adolescenza e che mi aveva riaccolta più adulta.
Ora mi sento soffocare di nuovo, e non penso potrei resistere qui per un tempo maggiore a questo. Mi manca il mare, mi manca quella brezza, quel moto ondoso. 
Però sto bene. So che il mare è sempre lì, ad aspettarmi. E che sarà meraviglioso tornarvi, come se fossimo stati separati per un mese, e invece saranno solo tre giorni. 

giovedì 12 luglio 2018

Pianto Antico

"L'albero a cui tendevi
la pargoletta mano
il verde melograno 
da' bei vermigli fior;
Nel muto orto solingo
rinverdì tutto or ora
e giugno lo ristora
di luce e di calor.
Tu fior de la mia pianta
percossa e inaridita
tu de l'inutil vita
estremo unico fior.
Sei nella terra fredda
sei nella terra negra
né il sol più ti rallegra,
né ti risveglia amor."
Giosuè Carducci.

Fonte: aliexpress

Ti ricordi di quando da bambina mi facevi giocare con le ombre, e disegnavi coniglietti sul muro che invano cercavo di catturare? O di quando recitavamo insieme questa poesia che ci piaceva tanto. E le lucciole di maggio, le tue massime di vita che mi accompagnano ancora. Quel sorriso impertinente, le ciliegie di cui facevamo scorpacciata insieme sotto l'ombra degli alberi. Non erano perfetti quei momenti?
E' un giorno triste, questo qui. E' il giorno in cui sei andato via, zio del mio cuore. 

Da tanti anni eri un uomo diverso da quello che mi aveva preso in braccio neonata. Avevi perso l'allegria, poi la salute, infine la speranza. Avevi perso tua moglie dopo un mese e mezzo di agonia. Non c'era più quella luce negli occhi, quello sguardo birbante di chi ne pensa sempre una. Eppure dentro di me è sempre così che ti penso. Felice, spensierato, ardente come un sole d'agosto. 

Doveva succedere, prima o poi. Succede a tutti. Ma questo non mi impedisce di essere triste, di sentire dentro questo dolore che mi scava in zone che neppure sapevo di avere. 
Scava e poi svuota. 
Ho la testa che è un groviglio di pensieri che non comprendo e non so se esiste un modo per allontanare gli eventi negativi, quando capitano. Forse li si può solo vivere, mettendo i remi in barca e sforzando le braccia a più non posso. Attraversare il fiume, chiudere gli occhi per non vedere. Oppure aprirli per ricordare tutto, per non tralasciare alcunché.

Se avessi la fede penserei che adesso tu sia in un posto migliore. In riva ad un placido lago. Oppure su una montagna a guardare giù. 
La zia che ti prende per mano, che ti sorride, che un po' ti rimprovera per averla fatta aspettare tanto. Ma neanche in quel caso smetterei di piangere, perché chi resta è egoista, e le lacrime non si possono asciugare tanto in fretta. 

martedì 10 luglio 2018

13

Quando ti ho conosciuto eri un ragazzino di 22 anni.
Io non ne avevo neppure 20 e tutto nacque da una risata che poi divenne un insieme di risate. Che diventarono sguardi, e poi timidi abbracci e baci al sapore di menta. 
Quante litigate ci siamo fatti. Quante volte ho pensato che per stare insieme avremmo dovuto scalare insormontabili montagne. La distanza, principalmente, ma anche e soprattutto la difficoltà di tenere a bada due caratteri così diversi. 

Da quel primo giorno insieme sono passati 13 anni. 13 anni che festeggiamo oggi, separati da turni lavorativi inconciliabili. E non voglio essere nostalgica, non voglio neanche pensare a tutti quei passi a volte lenti e a volte veloci che abbiamo fatto per arrivare a questo giorno qui.
Non è mica un traguardo questo. Forse è solo un trampolino di lancio. Per oggi, per domani, per il giorno dopo ancora. Per tutte quelle cose che ancora vogliamo e possiamo fare insieme. 

Dico solo che mi piacerebbe spianare quelle rughe che ti vengono quando pensi al lavoro. 
Che mi piacerebbe saper soffiare via le preoccupazioni, i malumori, lo stress.
Che mi piacerebbe essere in un angolino dentro di te quando invece mi sembra che stia pensando a tutt'altro. 

Io lo so di essere cambiata molto in questi anni. Ma sei cambiato anche tu, sai?
Non siamo più quei 2 ragazzini ingenui, la vita ci ha resi differenti. Ha reso me meno chiusa e te più serio. Mi sento in continuo divenire, come se ogni giorno diventassi qualcosa di diverso dal precedente. Si dice che la vita sia proprio così, un'evoluzione impercettibile ma sostanziale. E a volte mi viene in mente che questa nuova me che mi nasce dentro giorno dopo giorno possa non piacerti più, possa essere troppo lontana da quella che hai conosciuto tu. Timida, impacciata, con l'autostima sotto i piedi. Ora sono una donna consapevole di sé, una donna che cammina in modo fiero. 

Fonte: sanistatic. it

Tu mi piaci anche adesso. Che pure ridi meno di un tempo, che hai sempre qualche pensiero che ti passa dietro gli occhi. 
Mi piace ancora il tuo odore, il tuo corpo, mi piace ancora nascondermi dentro un tuo abbraccio. E ti ricordi, che prima di te io non sapevo neanche abbracciare? Te lo ricordi di quante volte mi chiudevo a riccio, tu mi prendevi le mani e mi obbligavi a tenertele intorno? Ci volle una pazienza infinita per farmi capire che non mi sarebbe accaduto nulla di male nel lasciarmi cullare. Però tu quella pazienza l'hai avuta e forse è stata la cosa più bella che tu mi abbia donato.
Pazienza è dedizione. Si è pazienti solo con chi si ama davvero. Si aspettano solo le cose che desideriamo in modo intenso. Che in un mondo così veloce, tutto il resto lo si getta indietro.

Io non voglio gettarti indietro. Io ti voglio sempre affianco. Cammina con me, ancora.
Ti amo. 

venerdì 6 luglio 2018

Asfissia

Sto rimpiangendo giugno, le sue giornate fresche, il vento del mattino, il sole tiepido.
Da una settimana a questa parte siamo sommersi da un'afa che stordisce, che toglie il respiro, che non consente refrigerio neanche sotto la doccia.
Camminare sta diventando più faticoso. Ho anticipato ulteriormente le mie uscite, ma dopo pochi istanti sono già grondante di sudore, le braccia che appiccicano, gli occhi spiritati.
Continua ad essere una stagione strana, che non parte. Al mattino c'è molta meno gente dello scorso anno e anche oggi il cielo minacciava pioggia, pur avendo portato soltanto una terribile calura. E' tutto un po' fermo nella sua fissità. Si è in attesa di qualcosa che non sappiamo bene cosa sia. 
Le ferie, forse. Quel momento in cui tutto si ferma e non bisogna più pensare al caldo, alle persone che si lamentano di ogni cosa, agli orari da rispettare, alle imprese titaniche da compiere ogni giorno per mandare avanti tutto quanto.

Fonte: notizie. it

Si, camminare è più faticoso con questa umidità alle stelle. Però è ancora l'attività che più mi rende euforica. Quando le mie gambe lavorano, instancabili, sento che tutto torna al suo posto. Che i pensieri scivolano via con le gocce di sudore, che il mare lava via tutto, che il cielo è lì per me, a contenere il mio spazio senza farmi soffocare. 
Torno a casa stravolta, ma con la sensazione di aver compiuto ancora una volta qualcosa per me stessa. E per me sola.