lunedì 20 novembre 2017

Granelli

Da bambina pensavo che la vita adulta avesse un solo pregio, quello di non dover andare a scuola. Tutto sommato lo penso anche adesso. 
Ho vissuto quegli anni come appesa ad un macigno. 

Sono sempre stata una bimba tranquilla ma dentro avevo un vulcano pronto ad eruttare. Sentivo addosso un'immensa responsabilità di portare a casa buoni vuoti, di far contenti i miei genitori, di renderli orgogliosi. E a scuola sono sempre andata bene. Non per scelta, non perché mi piacesse, non perché la ritenessi importante. Studiavo per dovere e lo facevo come se da ciò potesse dipendere qualunque altra cosa. Mi impegnavo tremendamente togliendo alla mia vita una serie di cose che mi avrebbero distolto dall'obiettivo. 
Io non ero una secchiona. Ero una bambina e in seguito un'adolescente che studiava per paura di fallire. 


Odiavo dover entrare in quell'aula. Odiavo le interrogazioni, i compiti in classe, gli esercizi alla lavagna, i pomeriggi spesi ad imparare la lezione del giorno dopo. Odiavo la sequela di mesi che dovevo trascorre facendo la brava. Seduta composta, in silenzio, ascoltando spiegazioni interminabili. Proprio io che ho l'attenzione di un neonato e che facevo una fatica assurda per non deconcentrarmi. Per non pensare a quanto sarebbe stato bello essere fuori da quelle mura, a raccogliere fiori su un prato verde, oppure chiusa in casa a leggere un libro di mia scelta. 
A scuola ho imparato molto ma quando ne sono uscita ho tirato un sospiro di sollievo che mi sento ancora addosso. In questi dieci anni di lavoro non mi sono mai sentita altrettanto oppressa, altrettanto schiacciata dai doveri e dal senso di responsabilità. 

Certo, ci sono state lezioni meravigliose. Come quelle di storia dell'arte o di letteratura latina. Ma è come se nel tempo fossero del tutto evaporate anche quelle.

Forse per questa ragione non vorrei mai tornare indietro, non vorrei mai dover rivivere la mia infanzia. A ripensarci adesso la vedo permeata di giornate grigie e spente, passate dentro un edificio dal quale avrei solo desiderato poter fuggire.

venerdì 17 novembre 2017

Note di Sottofondo

La musica è una compagna di vita.
Della mia, sicuramente. 
E non mi riferisco solo al fatto di portarmela sempre dietro quando cammino. 
La prima cosa che faccio quando mi sveglio al mattino è accendere la radio. E' una sorta di rito, un modo di iniziare la giornata cercando di darsi la carica. E' come dire non mi arrendo al silenzio, voglio che il ritmo mi scorra dentro fin dal primo istante che passo alzata. 

Fonte: acquaphi. it

Ci sono canzoni che hanno segnato un'epoca, una tappa della vita, una fase dell'esistenza. Canzoni di cui ricordiamo il testo anche anni dopo dall'ultimo ascolto. Canzoni che ci insegnano qualcosa, che traducono un'emozione, un sentimento, che sembrano essere state scritte per noi. Per quel momento, per quel pensiero, per quel dolore o per quella gioia. 

Non sono un tipo che si affeziona ai cantanti, se non in rarissimi casi. Non sono neanche un tipo che prenota concerti e attende con ansia il momento di goderseli.
La musica mi piace nella vita di ogni giorno, proprio come un accompagnamento. Mi piace come colonna sonora, come sottofondo, come versi che sedimentano attraverso il fluire dei miei giorni. E a volte mi chiedo, se non esistesse la musica, che vita triste e spenta che potremmo condurre. 

mercoledì 15 novembre 2017

Nuvole Basse

Secondo Gus, scrivere un post al giorno potrebbe aiutarmi a risalire la china da questo malumore autunnale nel quale sono invischiata fino al collo.
E perché non provarci? in fondo non mi costa nulla. Fin da bambina scrivere mi ha sempre aiutata a dipanare i grovigli o a dare un ordine logico a ciò che logico non mi sembrava. 

Fonte: immagini.4ever. eu
Questa mattina mi sono svegliata di soprassalto. Non sapevo che tempo c'era fuori, se avrei potuto uscire a camminare oppure se mi sarei dovuta nuovamente accontentare di fare step al piano di sopra. Mi sono alzata così di corsa, pensando che fosse già tardi, che ho rischiato più volte di cadere con la testa che girava come una trottola. 
Il cielo non era un granché, era coperto dai soliti nuvoloni scuri e minacciosi. Tuttavia non pioveva e non c'era vento, per cui mi sono vestita in fretta e sono uscita. Sentivo le gambe volersi muovere a tutti i costi, quasi infastidirsi per la sabbia bagnata sul lungomare che a tratti mi rallentava e a tratti sembrava volermi far scivolare.
Avrebbero voluto andare più veloci, non fermarsi per un istante neanche a guardare quel cielo che annunciava burrasca sulla meravigliosa distesa d'acqua. Ho scattato una foto per immortalare quegli attimi in cui sentivo addosso il timore di un'ipotetica tempesta in arrivo e allo stesso tempo la gioia per averlo comunque superato.

In pochi attimi il lungomare si è popolato di gente con i cani, troppo vestiti per una giornata non troppo fredda come questa. I giubbini calati fino al mento, i cappelli di lana fino agli occhi, le mani dentro guanti spessi. Ho pensato che mi sarei vestita così tanto solo sulla neve, mai in una giornata tutto sommato mite come questa. Ma forse io avevo il calore addosso della camminata e loro il torpore di chi si scrolla il piumone senza realmente volerlo abbandonare. 
Non ho camminato molto, alla fine, meno di quanto avrei voluto e potuto. Era tardi per i miei canoni e c'erano le solite cose da fare che mi attendevano al ritorno. 

Sogno un'intera settimana di sole. Un'intera settimana di allenamenti all'aria aperta, con la mia musica alle orecchie, le gambe felici e scattanti, il cuore allegro.

martedì 14 novembre 2017

Come un Ghiro

Sono due settimane che non aggiorno, lo so.
Purtroppo mi trovo invischiata in una sorta di letargico malumore dovuto a questa stagione che mi è così ostile. Odio il grigiore, detesto la pioggia, provo un sincero ed autentico orrore per il freddo. Mi sento di vivere a metà. Alla sera arrivo stanca come se avessi corso la maratona di New York e invece ho semplicemente fatto le stesse cose di sempre. Che non sono poche, ma di sicuro sono all'incirca le stesse che in estate o in primavera.
Mi manca quella vitalità tipica della bella stagione, quando mi sveglio già pimpante con il sole che mi entra nel cuore e poi si irradia ovunque alla velocità della luce.
Mi manca quel desiderio di vivere, di uscire, di stare in mezzo alla gente, di ascoltare musica dal vivo, di guardare il mondo, di ballare con la radio accesa.
Come ogni anno in questo periodo agogno per tutto il giorno il momento di andare a letto, abbracciare Fred e mettermi a dormire. E al mattino la sveglia è peggio di un trapano che buchi il cervello. 

Fonte: www.valtrompianews. it

Mi dico che mi abituerò anche a questa orribile stagione. Mi dico che non penserò all'entrare in letargo come al più allettante dei sogni.
Tuttavia se mi dessero la possibilità di addormentarmi questa sera e risvegliarmi direttamente il primo di aprile, lo farei senza indugio.
Mi risparmierei gli addobbi di Natale, la ricerca dei regali, i geloni alle mani, la tristezza delle cinque del pomeriggio quando già cala la notte.

venerdì 3 novembre 2017

Di Acqua Sotto i Ponti

Il tre novembre di dieci anni fa iniziavo a lavorare. Entravo per la prima volta nel più longevo negozio di ottica del paese come dipendente e non più come semplice visitatrice.
Tutto mi sembrava incantevole ma anche molto più grande di me. Tante le cose da imparare ed un insegnante ormai decisamente poco presente. Era anziano, stufo, con troppi problemi sopra quelle spalle magre. Una moglie nevrotica che lo accusava anche del cattivo tempo, una figlia problematica di oltre cinquant'anni, un figlio assente ed una nuora di cultura russa che malediceva a distanza. Capii presto che avrei dovuto destreggiarmi in mezzo a quelle beghe familiari ancor prima che tra le mansioni del negozio. Talvolta, a soli ventidue anni, mi sentivo sopraffatta per essere lasciata così sola a padroneggiare un mestiere che non era ancora il mio. Ero una ragazzina timida che stava sbocciando piano piano, che aveva ripreso a mangiare solo perché forzata, che perdeva intere ciocche di capelli, che doveva gestire anche problemi più grandi di lei. 
Sono cresciuta molto in quei due anni. Ho perso l'aria infantile, un po' di ingenuità, capito il modo in cui dovevo approcciarmi alla clientela. Avrei potuto imparare molto di più se ce ne fossero stati i presupposti ma lo feci in seguito, altrove. 
Non ho mai avuto la liquidazione che mi spettava. L'avrei ottenuta, forse, se mi fossi accanita. Se avessi fatto vertenza, se avessi dissanguato quella famiglia già piena di debiti. Preferii non farlo, proprio per quel vecchio che stava morendo e che non meritava l'ennesima pugnalata. Ho ancora un paio di occhiali da sole che mi regalò il primo Natale, li custodisco come una reliquia insieme ad una radio rosa che mi diede quando chiuse il negozio.

Fonte: viaggiareoltre.it

Sono passati dieci anni e di acqua ne è passata sotto i ponti. Ho perso la timidezza, ho acquisito forza e determinazione...quantomeno sul lavoro. 
Ho capito che lavorare con la gente ha molti risvolti meravigliosi e altrettanti lati negativi. Ho capito che devi sorridere sempre, anche a costo di farti venire precocemente le rughe. Che devi salutare tutti, sia all'entrata che all'uscita, anche chi non fa acquisti. Che le donne le devi ascoltare anche quando parlano di figli, di pediatri, di antipatie, di noiose riunioni condominiali. E che agli uomini non devi far mancare la battuta ed il sorriso, perché alcuni di loro scelgono un negozio piuttosto che un altro anche in base alla donna che trovano dietro il bancone. 
Ho capito che la pulizia è il primo vero atto inderogabile da ripetere giornalmente, senza se e senza ma. Capito che per non farsi mettere i piedi in testa è necessario mostrarsi adulti, anche quando si è giovani e poco esperti.
Capito che non è possibile farsi delle amicizie tra i clienti, neanche tra quelli che vedi ogni giorno e con cui instauri un rapporto di simpatia reciproca. Che un divario deve essere sempre presente e che una barriera sottile vada sempre mantenuta. 
Ho capito che tante persone ti vedranno sempre e solo come un'entità astratta da salutare a malapena ma che, molte altre, si affezioneranno al punto di farti dei regali o spedirti una cartolina quando viaggiano, come se fossi una persona di famiglia.
Capito che la gente ruba o cerca di fregarti e che devi sempre stare all'erta, vigile, senza mai poterti veramente rilassare. 
Ho capito, soprattutto, che questo lavoro mi piace. Che ho bisogno di questo contatto costante con la gente anche se in certi periodi mi satura al punto di non poterne più. E che in quei momenti riprendere fiato è l'unico vero espediente per tornare con le batterie cariche...così come la gente mi vuole. Sorridente, efficiente, sempre presente.


martedì 31 ottobre 2017

Mare Torbido

Questa mattina il mare era torbido, come torbide erano le nuvole che gli si specchiavano addosso. Si faceva fatica a distinguere dove finisse la distesa d'acqua e dove iniziasse il cielo. Sembravano un tutt'uno di azzurro plumbeo, che pian piano è andato a schiarirsi col sopraggiungere del sole. Quando era ormai venuta l'ora, per me, di tornare a casa.

Fonte: ilgiunco. net
Con la musica alle orecchie ho pensato che del mare io godo tutto fuorché il suo rumore. Mi sono chiesta se questo sia un modo per vivere un'esperienza a metà, non colma nella sua interezza. 
Sovrasto lo scalpiccio delle onde con note, ritmi e parole che ripercorro canticchiando mentalmente senza emettere il minimo rumore. E' il mio modo di affrontare la camminata senza lasciare che sopraggiunga la noia ma anche un sistema di isolamento dal mondo. Dai cani con i loro padroni, dai pescatori presso le loro barche, dai rumori delle auto poco oltre. Un modo per essere sola con me stessa, riempirmi gli occhi di queste bellezze naturali e al contempo fingermi assente, lontana, distante persino dalla terra che calpesto con le mie scarpette. 

Sabato mattina c'è mancato poco che mi investissero. E' stata questione di secondi. Forse il mio amico Cristiano lassù mi ha preso per mano e gettato oltre le strisce, lì dove stava sfrecciando un'auto che non avevo visto. Avevo scorto la prima, mi ero fermata ed ero ripartita. Ma eccola lì, la seconda, così vicina al mio corpo da poterla quasi toccare. Ho ringraziato il mio passo svelto e i riflessi pronti di quell'uomo che si è poi fermato, spaventato anche lui, per redarguirmi. Per un attimo ho pensato che volesse scendere e rincorrermi, farmi del male. Aveva già una gamba fuori dall'abitacolo. Gli ho chiesto scusa, ormai non potevo fare altrimenti. Per tutta la giornata non ho pensato altro che a quei secondi che mi hanno salvata dall'impatto.

domenica 22 ottobre 2017

Domenica d'Ottobre

Fonte: eventiatmilano. it

Il grigiore, il vento, poi la pioggia. Ora un timido sole che si affaccia.
Eccola qui la mia domenica, riassunta in questi sbalzi climatici con una sola costante, quella di rendermi irrequieta ed annoiata come non capitava da mesi. 
Sono ancora in quel mood di ostilità sciocca ed irresponsabile verso l'autunno, che mi costringe a gioire solo dei giorni belli, quelli in cui il sole entri a far capolino già dalle prime ore del mattino e non mi abbandoni fino al tramonto. Quelli in cui sembri ancora estate, con queste ottobrate romane che hanno rotto le scatole a tanta gente ma che a me hanno garantito una sorta di estatico benessere. 

Complice la prima influenza stagionale di Fred, oggi ce ne siamo rimasti in casa. Ho anche dormito un po' nel pomeriggio, mi sono dedicata a quello che si potrebbe definire relax.
Ma il fatto è che avrei voluto uscire, camminare, vedere di nuovo il mare, prenderlo per mano e ridere insieme a lui delle questioni più disparate, senza un motivo apparente se non la voglia di stare insieme in allegria. 

A volte alla sera rimpiango l'estate. Quando ci vestivamo in fretta dopo la doccia ed il lavoro, con la pelle ancora umida. La gente che si riversava per le vie del centro, la musica ovunque, i gelati da consumare al posto della cena, quella sensazione di gioia che si inalava come si fa con l'aria. I fuochi d'artificio sull'acqua, il cane-pecora che prendevamo sempre in giro per il suo goffo stare al mondo, lo street-food, i festival rock, la musica latina. 

E non so perché ma ora tutto questo mi fa pensare alla cicatrice in mezzo agli occhi di quella ragazza aggredita una sera non troppo lontana da qui. C'era ancora gente per la strada, era ancora quasi estate, non era ancora notte. E' stata picchiata, ferita, derubata. E adesso non esce più da sola.
Lei così bella, lei con quegli occhi azzurri che feriscono il mondo.
Avrei potuto essere io.